Cosa è successo fra la Juve e Higuain

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Cosa è successo fra la Juve e Higuain

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Nel mezzo di una aspra trattativa per la buonuscita che suggellerà economicamente l'addio a Gonzalo Higuain, tecnicamente già congedato da Pirlo, c'è chi, giustamente, si chiede cosa è andato storto nella storia fra il Pipita e la Juventus, orribile alla fine, ma all'inizio entusiasmante. Perché nell'estate del 2016, buttare nella sua clausola rescissoria quasi tutti i soldi incassati per la cessione di Pogba era sembrata una buona idea a tutti. Anzi era il segnale di una Juventus che alzava ulteriormente l'asticella europea. Scudetto, coppa Italia e la seconda finale di Champions League in tre anni avevano confermato le sensazioni estive: Higuain aveva giocato 55 partite e segnato 32 gol, alcuni dei quali pesanti (vedi la doppietta in semifinale con il Monaco). Visto più da vicino, però, sul bomber argentino si intravedevano già le prime crepe.

Perché anche nei suoi momento migliori, Higuain è rimasto fragile, gigante di muscoli con l'anima di cristallo. Le qualità tecniche del centravanti sono immense: tiro, dribbling, senso del gol, esplosività, rapidità di azione, Higuain ha tutto e tutto al massimo livello, ma per esprimere quel tutto ha bisogno di essere rassicurato, coccolato, difeso e accudito. Il concetto di avere «tutta la squadra che lavora per lui», tipico di molti attaccanti, per lui va oltre l'aspetto tecnico e sconfina in quello psicologico. Deve sentirsi apprezzato e confortato dai compagni che devono fargli sentire tutta la loro fiducia. Così come l'allenatore che deve sempre dedicargli molte attenzioni. Lo aveva capito bene Maurizio Sarri ai tempi del Napoli, dove si era verificato il perfetto allineamento planetario per Higuain: la città lo aveva incoronato re, il tecnico faceva girare la squadra intorno a lui, aveva l'affetto e la stima di tutti i media. Risultato: record di gol in campionato.

E, tutto sommato, com'era fatto Higuain, lo aveva capito anche Massimiliano Allegri, che però poteva agire nei limiti consentiti da una squadra e una rosa da top club. Ovvero: si può dedicare più tempo e attenzioni a un singolo, ma la priorità assoluta restano i risultati della squadra e la gestione complessiva dello spogliatoio. Il che significa molte meno coccole, sotto tutti i punti di vista (come direbbe Conte). Il divorzio, al termine della seconda stagione, germoglia per questa ragione, anche se matura completamente con l'arrivo di Cristiano Ronaldo, una specie di nemesi ricorrente per il Pipita, che nel 2013 era scappato da Madrid proprio per sfuggire all'ingombrante compagno di reparto.

A Milano inizia il suo annus horribilis: il Milan scarica su di lui le eccessive ambizioni di un progetto zoppicante e, sotto quel peso e in mezzo a una squadra scombiccherata, Higuain crolla. Proprio nella partita contro la Juventus vive il momento più drammatico: sbaglia un rigore, gioca chiaramente innervosito, poi si arrabbia per un'ammonizione e si fa espellere. Dopo il rosso l'arrabbiatura diventa crisi di nervi e quello che accade è molto indicativo: sono i giocatori della Juventus, in particolare Chiellini, che lo calmano per evitare che complichi la sua situazione con gli insulti all'arbitro. E' un gesto di un amico che conosce il proprio amico: Chiellini accompagna fuori Higuain in lacrime, consolandolo da fratello maggiore, come faceva alla Juventus.

Sballottato a Londra per gli ultimi sei mesi dell'annata, Higuain sogna solo il ritorno alla Juventus e nutre la speranza di ristabilire il feeling con Maurizio Sarri (che al Chelsea era stato freddino con lui). Negli allenamenti vuole sempre stare nel gruppo di lavoro che, in quel determinato giorno, è gestito dal tecnico e Sarri lo asseconda, prova a ristabilire la magica intesa di Napoli, lo rilancia al fianco di Ronaldo. Le cose sembrano funzionare, ma è un'illusione che dura poco: il vero Pipita si vede un paio di mesi, poi la concorrenza di Dybala e qualche acciacco lo rispediscono fra le sue insicurezze. La pandemia, lo stop del campionato e il lockdown completano il disastro: Higuain la prende malissimo, sopraffatto dall'ansia personale, e dalla comprensibile preoccupazione per la madre, vola in Argentina appena può e, una volta a Buenos Aires, inizia un rimuginamento interiore che frulla le sue ultime sicurezze, restituendolo alla Juventus in condizioni psicofisiche mediocri per il finale di stagione. Le immagini del riscaldamento prima della partita contro il Lione, l'ultima di Higuain con la Juventus, sono significative. Buffon prima, Ronaldo dopo, Bonucci alla fine: tutti passano da dove si sta scaldandosi il Pipita, gli prendono la testa fra le mani, lo incoraggiano, lo gasano, lo abbracciano: c'è affetto in quesi gesti, ma anche il tentativo disperato di scuoterlo. Tentativo che fallisce: la partita è anemica, infruttuosa, triste e, soprattutto, finale. 

Higuain potrà rinascere? Certo non ha disimparato a giocare (nel pieno della crisi il suo gol alla Roma resta un gioiello di Pipitismo), ma la condizione fisica e quella psicologica necessitano di un'importante ricostruzione sulla quale la Juventus non ha più intenzione di scommettere. Quattro anni dopo l'estate del 2016 è tempo di bilanci e quello di Higuain non torna sotto il profilo economico. Fra cartellino e ingaggi la Juventus ha speso 135 milioni, a quali vanno sottratti i 18 incassati per il prestito a Milan e Chelsea, ma vanno aggiunti quelli della buonuscita. Complessivamente un pessimo affare, che ha gravato non poco sul bilancio juventino, impegnando, nei tre anni torinesi, quaranta milioni a stagione. Ma siccome certe emozioni non hanno prezzo, ci sarà sempre qualche inguaribile romantico bianconero a sostenere che ne è valsa la pena anche solo per quell'unico gol, all'ultimo minuto di Inter-Juventus 2-3, con il quale Gonzalo Higuain si è legittimamente ritagliato il suo pezzo di immortalità juventina.


PS. Mercato punte: la Juventus continua ad aspettare, fiduciosa, Edin Dzeko. E' e rimane l'obiettivo primario. Verrebbe quasi da considerarlo l'unico, ma i piani B esistono sempre. Suarez potrebbe essere uno di questi? Forse, ma le chance a oggi sono pochine: alla Juventus sono spaventati da quanto possa chiedere, non si fidano della tenuta fisica e, rispetto a Dzeko, sono convinti che abbia la pancia piena: dai tempi in cui addentava la spalla di Chiellini in Brasile, l'uruguaiano ha vinto e rivinto tutto con il Barcellona, mentre il bosniaco è motivato dalla smania di cogliere l'ultima occasione di conquistare qualche altro trofeo dopo un lustro di digiuno. Ma la situazione è in fase di evoluzione, bisogna seguirla con attenzione.

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