"Non lo dimenticherò mai quando ho capito cos’era la Juve. Ero arrivato a Torino a 23 anni, un ragazzo. E mi trovo di fianco Platini, Scirea, Cabrini, Brio... gente che aveva vinto tutto, mancava solo l’Intercontinentale e l’avremmo vinta di lì a poco. Inizia il campionato e vinciamo otto partite su otto, viaggiamo come treni, eppure non riuscivo ancora a cogliere qual era l’essenza della mentalità vincente della squadra. Il mercoledì facevamo sempre l’interval training, cioè i 100 metri ripetuti a tutta velocità per dieci volte e mi rendo conto che io mollo sempre un po’ verso gli 80, mentre gente come Cabrini, Bonini, Scirea molla solo dopo i 100 e arriva stremata, gente che aveva un palmares lungo tre fogli. E lì ho capito e, lo ammetto, mi sono anche vergognato un po’, perché cosa potevano pensare di me, che ero l’ultimo arrivato e non avevo vinto niente. Quella era la mentalità vincente. Quella è la mentalità che, sinceramente, non vedo nella Juve di oggi. Non vedo una corsa in più per il compagno, il cuore oltre l’ostacolo, quell’umiltà che è tipica dei grandi campioni".

Forse, Massimo Mauro, perché di grandi campioni questa Juve ne ha pochini?
"Il livello della Juventus è un livello nel quale non c’è molto spazio per le scommesse, in qualsiasi settore del club, dalla squadra alla dirigenza. Negli ultimi due anni sono arrivati molti giocatori, alcuni anche ottimi, ma tutti scommesse e nessun grande campione. Non ci sono certezze assolute in rosa, giocatori sulle cui spalle caricare la squadra. Sono stati spesi tanti soldi, eppure manca quel tipo di giocatore. Se fossero arrivati, peraltro, si sarebbe anche risparmiato".
In che senso?
"Chi più spende meno spende. Mi spiego: con tre o quattro campioni di alto spessore, puoi permetterti di mettere intorno a loro giocatori giovani che crescono nel loro esempio o giocatori di medio livello che possono diventare più bravi al loro fianco. E con i campioni puoi certamente aspirare ad andare più avanti in Champions, prendendo così più soldi, e aspirare ai primi posti in campionato. Il nocciolo della questione è mettere in squadra un campione per ogni reparto, ne bastano tre o quattro. E intorno puoi far crescere gli altri, anche i giocatori del settore giovanile che, ultimamente sono emersi, per poi essere inopinatamente venduti, facendo spazio a giocatori che non sono tanto più forti e non hanno lo spirito di appartenenza di chi è nato nella Juve e ha fatto tutta la trafila in bianconero".
