A tutto Paolo De Ceglie. Una lunga intervista al canale YouTube "Centrocampo" in cui ripercorre tutta la sua carriera, con focus sugli anni vissuti alla in bianconero. La Juventus fin da piccolo, i big nello spogliatoio, i ricordi, i rapporti con i compagni di squadra e gli allenatori (leggasi Antonio Conte e Massimiliano Allegri), ma anche i momenti di difficoltà. Senza trascurare retroscena e curiosità, fino a parlare della sua esperienza dopo la carriera da calciatore, lavorando nel settore giovanile e dando la sua visione su cosa non va nel sistema calcio ad oggi.
A tutto De Ceglie
"La mia storia col calcio parte presto come tutti i bambini. Una passione di famiglia, condivisa con mio papà, I miei cugini e si inizia a giocare presto all'età di 6-7 anni in una società calcistica di Aosta, dove sono nato. E poi è nato il mio legame con la Juve, molto presto poi all'età di 9 anni dopo la solita serie di provini sono stato selezionato e ho firmato" - ha raccontato De Ceglie. Sulle difficoltà iniziali e sull’impegno richiesto: "Ma sai, innanzitutto c'è da dire una cosa che io venendo da Aosta, dovevo andare fino a Torino per giocare, quindi il pensiero era anche un po' l'impegno sia da parte della mia famiglia e anche da parte mia, perché comunque farsi 3 ore di macchina al giorno, non tutti i giorni ovviamente quando ero piccolo, era un impegno grosso. Dall'altra parte l'impegno è superato quando c'è di mezzo la passione per il calcio. Io mi sono innamorato del pallone, del calcio, di questo gioco fin da piccolo e quindi giocare per me o comunque far calcio è sempre stata ed è ancora oggi la cosa più bella che posso fare".
I sacrifici e i valori
Sui sacrifici poi ha precisato: "In realtà è stato più da parte dei miei genitori che da parte mia, perché io fondamentalmente andavo a fare la cosa che più mi piaceva e lo potevo fare con la squadra che tifavo e comunque potevo sognare un po' più da vicino. Bisogna essere fortunati ad avere i genitori soprattutto che ti fanno vivere l'esperienza nel modo giusto. Per loro non era “mio figlio farà il calciatore”, ma era “fa un'esperienza unica che sicuramente lo arricchisce nella vita”. Sui valori trasmessi dal settore giovanile: "La Juve già da piccolo ti permette magari di fare esperienze in giro, di girare, di affrontare quindi anche difficoltà ed esperienze che sono importanti nella vita".
Sul modo in cui ha vissuto il calcio da bambino: "Nonostante mio padre abbia sempre fatto calcio, a livello dilettante, mi ha fatto vivere il calcio veramente senza pressione, ma come un'esperienza bella da poter fare". Il sogno, però, diventa obiettivo solo col tempo. "Sono cresciuto con questo pensiero, con un sogno che poi pian piano è diventato un obiettivo all'età di 17-18 anni". Nel mezzo, c’è anche l’allontanamento da casa. "A 14 anni mi sono trasferito a Torino nel convitto. L'ho condiviso con tanti compagni, con tanti ragazzi che poi per la maggior parte dei casi non hanno fatto i calciatori e ogni tanto li ho contattati, li ho sentiti. A tutti il calcio poi ha lasciato qualcosa nella vita. Quindi anche questi ragazzi che non hanno giocato sicuramente si sono realizzati in altro modo, sfruttando il grande percorso e l'esperienza fatta".
Il turning point della carriera
L’intervista si avvia verso il tema del “turning point”, il momento in cui De Ceglie ha capito di potercela fare davvero. La risposta si apre con un riferimento preciso: "In quei due anni di Primavera io in realtà mi allenavo con la prima squadra. Ed era la Juve di Capello ai tempi, quindi una Juve fortissima e quindi per me lì è stata un po' la svolta in tutti i sensi. Le prime volte si va in prima squadra quando magari ha bisogno di qualche ragazzo nel post partita per fare l'allenamento, per completare la squadra e io l'ho vissuta veramente come una finale di Champions quell'opportunità. Mi ricordo che nei primi allenamenti, quel primo confronto con grandi campioni, grandi giocatori, sicuramente mi ha dato tanta fiducia". Su Capello: "Sicuramente il fatto che mister mi abbia tenuto in rosa per allenarmi mi ha cambiato un po' e mi ha fatto fare quel salto in più sia nella testa che poi nel gioco".
L'approccio alla prima squadra con Capello
Alla domanda se Capello sia stato il primo a credere davvero in lui come prospetto della Juventus, De Ceglie ha allargato lo sguardo all’intero percorso: "Devo essere sincero, nel percorso poi un po' tutti hanno creduto in me, anche a volte nei momenti di difficoltà, perché ci sono stati". Uno dei momenti più complicati arriva durante l’adolescenza, quando il fisico tarda a svilupparsi: "Ricordo ad esempio un anno complicato a 14 anni ero un po' in ritardo a discapito invece magari di quei ragazzi precoci. Eppure anche in quel momento la società e gli allenatori hanno creduto invece nel mio potenziale e magari pur facendo un po' fatica, giocando un po' meno, mi hanno confermato e hanno creduto nel mio percorso".
L’approdo in prima squadra ha portato con sé nuove responsabilità e nuove motivazioni: "Affacciarsi alla prima squadra quando un mister come Capello ai tempi, o anche il suo secondo Italo Galbiati, parlava, ti dava fiducia, ti dava dei consigli, è chiaro che lì ti senti di dover fare quell'ultimo passo per provarci e confermarti su certi livelli". Sulle prime convocazioni ufficiali e l'attesa dell'esordio: "Quel momento lì del pensiero sull'esordio lo ricordo bene. Ricordo che c'era veramente quella voglia, quell'immaginazione di trovarsi lì". L’esordio con Capello però non arriva, ma l’esperienza resta indelebile: "Già far parte di quel gruppo, essere convocato in Champions League, andare in panchina è stato un qualcosa di incredibile che mi ha dato una forza e una spinta importante".
La Serie B diventa occasione
L’occasione definitiva arriva nella stagione successiva, in un contesto inaspettato: la Serie B post-Calciopoli: "L'ho vissuto e pensato sempre come il sogno, cioè proprio il desiderio di farlo. Quindi c'era anche un po' l'incoscienza di un ragazzo giovane". Sul significato personale dell’esordio: "Venivo da più di 10 anni in quel club. Quante volte mi ero immaginato quel momento". Poi sul valore del periodo precedente all’esordio: "Gli anni di Capello mi sono serviti a prendermi una conferma in quella rosa di Serie B che poi mi ha visto esordire e fare i primi passi". L’esordio arriva proprio in B: "Era il mio sogno, il mio desiderio". E nel gruppo c'erano campioni del mondo che hanno scelto di restare.
I campioni nello spogliatoio
A tal proposito ha parlato del livello dello spogliatoio: "Non è che puoi essere pronto per giocare subito a quei livelli, tant'è che poi l'anno dopo ho fatto un'esperienza fuori a Siena che sicuramente mi è servita". La Serie B è diventata però un’esperienza unica anche dal punto di vista umano: "Pensare che quei campioni si sono fermati dopo magari aver vinto un Mondiale secondo me ha ancora più valore anche vedendo il calcio di oggi. Quell'ossatura lì che poi è rimasta ancora per tanti anni ha fatto la differenza nella mia crescita anche umana. C'è sempre stata anche un po' di soggezione nei confronti di alcuni giocatori e me la tengo e mi piace". L’attaccamento alla maglia e il significato di giocare per la Juventus: "Mi ha lasciato il pensiero e l'obiettivo di dire non posso fare un percorso in questa squadra senza poi portare a casa dei trofei o delle vittorie. Se non vinci nella Juve è come se non ci avessi giocato, cioè non ha senso giocare nella Juve senza provare a vincere. Sono due cose che vanno di pari passo".
La mentalità vincente
De Ceglie ha riflettuto poi sul concetto di mentalità vincente, chiarendo come l’obiettivo resti centrale anche nei momenti di difficoltà: Il pensiero c'è sempre. C'è stato anche negli anni dei settimi posti: "Sicuramente quell'ossatura di grandi campioni aveva quello in testa, pur sapendo che davanti la strada sarebbe stata magari lunga e complessa, ma l'obiettivo finale era quello.Quando poi si diventa un giocatore di quella caratura all'interno della Juventus è un qualcosa di quotidiano, di naturale, cioè non è un qualcosa che viene messo in discussione. Una vittoria non è che viene vissuta come una cosa straordinaria, cioè vincere una partita deve diventare normalità anche nella fatica per raggiungerla. Dare costanza e continuità per arrivare a vincere i campionati e vincere i trofei è fondamentale. Credo che per vincere un campionato si possano perdere pochissime partite in un anno. Ho imparato anche che se giochiamo una partitella in allenamento e la perdo non posso finire col sorriso. In quell'anno della Serie B c'è stato un impatto iniziale importante, ma poi la squadra era forte, l'obiettivo chiaro".
L’anno di Siena: una scelta indispensabile
Alla risalita immediata in Serie A segue una decisione difficile: andare via in prestito. Alla domanda se si sentisse pronto per restare alla Juventus in Serie A: "Era indispensabile. Fu la società a indirizzarmi a Siena, a decidere la categoria, però era giusto così. Quell'anno a Siena è stato un anno importantissimo e bellissimo, dove ho giocato molto e dove io stesso mi volevo mettere alla prova in quella categoria, nella Serie A. L'obiettivo e il sogno comunque era quello di tornare. Io sono sincero. Ho sempre avuto quel sogno, quell'obiettivo.Questo sogno mi ha permesso sempre di andare oltre i miei limiti, quindi di migliorarmi e di fare sempre qualcosa in più".
Ma il sogno non è qualcosa che si “raggiunge” una volta per tutte: "Il sogno è giusto realizzarlo quando smetti di giocare, perché il calcio in generale, la Juve ancora di più, non ti permette di fermarti a quello che hai fatto. Tre giorni dopo magari rigiochi. Quindi è un sogno costante che va alimentato e coltivato. L’anno di Siena è fondamentale anche per un altro motivo: il cambio di ruolo. Io nel settore giovanile ho sempre ricoperto ruoli offensivi, dall'attaccante all'attaccante esterno. Già Capello e Galbiati mi avevano parlato dicendomi che secondo loro per avere una prospettiva di alto livello avrei dovuto abbassarmi un po' e giocare magari da terzino. Quando ti viene detto da figure così importanti lo prendi come un consiglio, anzi di più. Per giocare in una grande squadra come la Juve, per le mie caratteristiche dovevo imparare a fare quel ruolo. L'anno di Siena mi è servito anche per quello, perché ho avuto mister che mi hanno iniziato a impostare in quel ruolo. Se volevo confermarmi alla Juve, dovevo fare questo passaggio".
Le difficoltà e il nuovo progetto
Sulle aspettative di quella Juve: "C'era grossa speranza? Sì, sì, da subito ovviamente la Juve torna in Serie A, ma con una rosa già importante, con obiettivi importanti, tant'è che, insomma, si torna in Champions League quell'anno, con secondo me una bella una bella stagione. I settimi posti ci hanno allontanato un po' da quella prospettiva di vincere il campionato, però c'erano i presupposti o comunque una base forte. L'ossatura c'era, c'erano grandi campioni in squadra, a livello societario anche poi se dopo anche lì vari cambiamenti, a un certo punto si è cambiata un po' la struttura e quindi si è trovato un po' di continuità e di stabilità. E quindi è stato un passaggio complesso perché poi in quella difficoltà, quando la Juve non funziona, ci sono i cambiamenti e quindi bisogna essere bravi invece a tener duro e guadagnarsi comunque la conferma, per poter andare avanti. Poi è arrivata la svolta a un certo punto". Il riferimento alla presidenza Agnelli, allo stadio nuovo e ad un nuovo progetto: "Sì, ripeto, è stato comunque un percorso in quei 2 anni, sono cambiate delle cose, sono cambiati dei giocatori, dei dirigenti e chiaramente quando poi tu arrivi per competere lassù in alto è perché poi si trovano le persone giuste, le figure giuste. Si è trovato l'assetto giusto".
Il nuovo stadio e l'arrivo di Conte
Tra i fattori, come detto anche il nuovo stadio: "Scendere in campo lì la prima volta è stato impressionante, perché comunque uno stadio così moderno, di quel livello in Italia non c'era e probabilmente anche oggi non c'è. Quindi è stata sicuramente una marcia in più che abbiamo potuto poi sfruttare grazie al lavoro di tutti, come dicevo al nuovo assetto societario che ha permesso di sfruttare anche questo questo vantaggio". Importante, per la Juventus e per De Ceglie, anche l'arrivo di Antonio Conte: "Sicuramente il fatto che sia arrivato il mister con la presidenza di Andrea Agnelli, una dirigenza con Marotta e Paratici: sono cambiate tante cose. All'inizio l'obiettivo era quello di di tornare credibili nei confronti dei nostri tifosi e nei confronti in generale del calcio. Quindi l'obiettivo era quello, era riuscire a dare un certo livello alle prestazioni, e poi successivamente a dare continuità: i primi mesi sono serviti a quello. È chiaro che anche a livello di rosa subito sono state fatte delle scelte forti da parte del mister e della società, per creare un gruppo che fosse disponibile al 100%, con l'idea in testa di cambiare un po' le cose. Pirlo ovviamente un campione unico ,unico al mondo: quelle sono le scelte giuste poi della società, come dicevo. Tutti hanno contribuito in questo senso: dalla scelta dei giocatori, perché sono state fatte scelte nette da subito, ad avere una presenza come quella di Andrea Agnelli che è sicuramente unica e che ricopriva più ruoli, fino poi a noi giocatori che siamo riusciti a trovare la quadra giusta per ripartire".
Andrea Agnelli e le differenze con la Juve di oggi
A proposito di Andrea Agnelli: "Con lui avevamo un rapporto unico, è sicuramente un presidente che è stato lungimirante a 360° all'interno della società e che è stato protagonista assoluto di di quel decennio, se non di più. Tutta la dirigenza viveva lì tutti i giorni, c'era il quotidiano, quindi sicuramente avevamo un rapporto con Andrea Agnelli. Era straoperativo lui, come tutti: si viveva insieme, si condivideva insieme. Ecosistema che oggi è venuto meno? Dico che i risultati parlano chiaro, quindi dall'altra parte se se faccio un pensiero su oggi è chiaro che tu ti sei ritrovato a cambiare in tutti questi ruoli societari. Non è solo finito un ciclo di giocatori, ma è cambiato il presidente, è cambiato il direttore e quindi la Juve ha cambiato tutto praticamente. E soprattutto figure che non sono sostituibili: come dicevo prima, certe figure sia da un punto di vista di legame alla Juve, quindi di Juventinità, sia da un punto di vista operativo, di livello, di qualità, non sono facili da sostituire. Quando ti ritrovi nel giro di pochi anni, di poco tempo, a dover sostituire tutto, a cambiare tutto, è complicato, è complesso".
Il primo Scudetto bianconero
Sul primo Scudetto vinto con la Juventus: "E' stato sicuramente incredibile. Forse il ricordo più bello della mia carriera, anche perché poi è stato uno scudetto che da tutto il popolo juventino è stato vissuto con grande enfasi, con grande entusiasmo. Ricordo i festeggiamenti, veramente Torino così non si è mai più vista. Quell'anno era inaspettato? Sì, soprattutto arrivava anche da quel percorso, ma per tutti, non solo per i giocatori, anche e soprattutto per i tifosi. Quindi l'esplosione che ne è venuta fuori poi è stata un qualcosa di storico e di incredibile. Lì è iniziato un ciclo. Poi penso sempre che quando inizia un ciclo è perché anche quello di qualcun altro finisce o sta per finire, perché questo è inevitabile. Però da lì poi c'erano tutti gli elementi per cui la cosa andasse avanti come poi è andata. Quindi, sicuramente lì si è aperto un ciclo e c'era la voglia, la consapevolezza da parte della società, da parte dei giocatori, di proseguire su quella strada".
La concorrenza con Asamoah
Il secondo anno di Conte viene acquistato Asamoah, con De Ceglie che deve lottare per la titolarità: "In tutti gli anni non è che sono mai stato solo nel ruolo, come nessun giocatore è solo alla Juve. La Juve deve avere almeno due squadre perché compete compete su più fronti. Quindi quella sana competizione nel proprio ruolo è obbligatorio in una grande società, quindi è stato solo un qualcosa che cercato di farmi alzare il livello. Chiaramente ho avuto dei problemi fisici anche abbastanza grossi che comunque mi hanno rallentato, che mi hanno creato difficoltà e quindi ho dovuto combattere con più cose all'interno. Questo è un aspetto che poi non mi piace utilizzare, come motivo di scelte o di momenti all'interno del percorso, perché poi più o meno nei momenti migliori o nei momenti peggiori succede. Però quando hai da pensare non solo al campo, ma anche alla salute, è tutto un po' più complicato. La Juve è una società che deve competere su tutti i fronti, quindi anche a livello internazionale: lì il gap è ancora più alto perché il livello sale, c'è un confronto internazionale che è diverso, una competizione dove poi arrivi a giocarti le ultime fasi in partite secche, decisive, quindi diverse da invece dalla costanza che serve per vincere un campionato. L'obiettivo era di continuare a crescere, pensare di potere a casa portare a casa trofei e di essere protagonista".
Differenza tra Italia ed Europa
In Europa più difficoltà che in Italia per quella Juventus? "Ma credo che anche lì poi sia stato un percorso, perché anche in Europa siamo arrivati a giocare due finali, quindi è un percorso, non si può pensare di raggiungere tutto e subito. Poi la rosa è cambiata, col fatto che vinci gli scudetti, anche grandi campioni guardano la Juve di nuovo in un altro modo, è tutto un innesco, un progredire e quindi se la società ha quella visione, se i giocatori seguono, l'allenatore c'è, la dirigenza fa le scelte giuste è chiaro che tutto cresce. La Juve anche come brand credo sia cresciuta in maniera esponenziale: ha iniziato a prendere come riferimento magari grandi club d'Europa, quindi a confrontarsi su quei livelli lì ed è diventata di nuovo appetibile per grandi campioni. E' stato tutto un percorso che poi è andato a crescere, ha portato grandissimi risultati".
Genoa e Parma
De Ceglie nel gennaio 2014 saluta la Juve, trasferendosi in prestito al Genoa prima e al Parma nella stagione successiva: "Come dicevo prima, ci sono i momenti i momenti più facili, i momenti più difficili. In quel momento avevo trovato poco spazio, avevo avuto dei problemi fisici e sicuramente era la scelta giusta trovare di nuovo un po' di continuità, di spazio in più per poi magari tornare. Come poi è stato, perché poi avevo sempre anche quello nella testa, avevo un contratto con la Juve e andavo in prestito. Il mio pensiero è sempre stato quello di tornare, sono andato in prestito più di una volta perché poi ho avuto più di un infortunio, quindi ogni volta sapevo che per quella Juve, che stava sempre di più crescendo e aveva tanti impegni, sapevo che dovevo stare al 100%, anzi anche al 110%, per potermi giocare qualcosa. Sono sincero, sono stato trainato da questo pensiero, anche perché poi fondamentalmente il mio cartellino è stato sempre della Juve fino a 31 anni, quindi perché no? C'era sempre quel pensiero, anche quando sono andato a Genova, a Parma. Anche lì: vado al Parma, a gennaio sono rientrato e mi sono subito rifatto male. Mi ero rimesso in condizione, avevo fatto anche bene, e torno col pensiero di ricavarmi uno spazio. C'era mister Allegri, gioco subito una delle prime partite a Palermo, ma poi ricado subito in un infortunio con un problema al ginocchio e faccio fatica, perché appunto come ti dicevo per stare in quel gruppo su quel livello avevo bisogno di stare al 110% sia mentalmente che fisicamente".
Differenze tra Allegri e Conte
Sulle differenze tra Allegri e Conte: "Intanto sono davvero due grandissimi allenatori. Anzi ogni tanto adesso che sono nel post campo, e quindi che mi occupo come ho fatto in nei 4 anni passati di coordinare le giovanili, quindi di gestire gli allenatori, mi rendo conto che nella mia carriera ho avuto veramente la grande fortuna di avere degli allenatori di altissimo livello. Conte e Allegri hanno fatto la storia recente della Juve e sono stati per me un grande valore. Sicuramente con Conte ho condiviso quell'ultimo passaggio che mi mancava lì alla Juve, e mi ha mi ha permesso di alzare ancora il livello sia da un punto di vista di mentale che fisico che tecnico. Poi Allegri ha dato continuità ed è riuscito a portare ancora più in alto una Juve che continuava a crescere, anche lui ha fatto veramente la storia del club e credo sia diventato juventino a tutti gli effetti. Se dovessi scegliere uno dei due da mettere in panchina per la mia squadra? Hanno caratteristiche diverse, quindi è difficile scegliere perché poi, come dicevo prima, un allenatore arriva al successo anche quando trova tutti gli incastri giusti: giocatori giusti per il suo modo di interpretare il calcio, una dirigenza che crede in quello che fa. Quindi nella Juve anche da quel punto di vista sono arrivati nei momenti giusti, perché quando c'era da ripartire zero Conte costruisce in poco tempo e valorizza al massimo i giocatori che ha. Quando poi c'era una rosa ancora più internazionale, più consolidata dal punto di vista del gruppo, sicuramente le caratteristiche di Allegri in quel in quella seconda fase sono state perfette per creare ancora più valore e alzare ancora di più il livello. Ha consolidato e valorizzato e trascinato".
Lo spogliatoio Juve
Da chi De Ceglie è stato stupito di più all'interno dello spogliatoio della Juventus? "Sono stato fortunato in questo perché nella Juve ho giocato con tantissimi campioni e quindi è difficile dirne uno. Cioè se analizziamo alcuni aspetti del calcio ce ne sono stati tanti da un punto di vista tecnico e di talento. Da quel punto di vista forse Pirlo mi ha stupito perché lo conoscevo, però giocarci da vicino... Veramente aveva delle delle giocate, una qualità nel calciare la palla, nel vedere le giocate pazzesca. E poi non posso non nominare anche gli altri: da Buffon a Del Piero, che oltre avere la qualità aveva quella quella dimensione di giocatore di una società come la Juve. Magari finivi una partitella in allenamento e se perdevi era come aver perso la domenica o una finale: questi aspetti vanno anche oltre poi il puro aspetto tecnico. Sono anche dei valori che bisogna imparare a trasmettere".
Il rientro nelle giovanili bianconere
De Ceglie, dopo l'esperienza in America, torna in Italia ed entra a far parte delle giovanili bianconere: "Sono stati 4 anni. Ho fatto il coordinatore tecnico nel settore giovanile e in attività di base, ed è stata un'esperienza bellissima. L'ho presa come opportunità, come un momento per riavvicinarmi alla Juve e soprattutto per restituire qualcosa, perché poi quel percorso, appunto, io l'avevo fatto da ragazzo, da bambino, e quindi il pensiero di restituire qualcosa ai nuovi ragazzi che vivono quel sogno. Per me è stato un qualcosa di molto bello al quale sono molto legato. E su quella esperienza mi sono creato comunque una professione, perché poi ho dovuto studiare, ho dovuto abbinare l'esperienza anche a degli studi. Sono stati 4 anni di esperienza e di confronto, dove ho avuto la possibilità di relazionarmi anche con altre società, con altri responsabili. Quindi è stato un percorso sia di crescita mio personale, che mi ha portato appunto ad avere un ruolo oggi, e dall'altra parte un l'obiettivo di restituire invece qualcosa alla Juve e ai suoi ragazzi, i suoi bambini, e quindi l'ho fatto veramente con questo obiettivo, legato alla passione e alla mia juventinità".
I problemi del sistema calcio
Ma con questa esperienza si sono palesati i problemi che si stanno riscontrando nel sistema calcio italiano? "Eh, questo è un argomento complesso che meriterebbe di dedicarci proprio un podcast in generale. Sarebbe bello confrontarsi. Ci sono ci sono tanti fattori che incidono nel percorso di un ragazzo e soprattutto quando si parla di settore giovanile bisogna fare attenzione a fare i confronti, i paragoni. Quando si va ad argomentare un qualcosa bisogna riferirlo soprattutto verso l'età giusta, perché comunque si parla di bambini che iniziano il percorso a 6 anni e lo finiscono a 16-17. La proposta o il pensiero che si deveavere su un bambino di 6-7-8-9-10 anni è una cosa. Poi c'è magari la fascia dell'adolescenza, del dell'attività agonistica, che è un'altra. Poi c'è l'ultima parte che è quella dell'affaccio al calcio degli adulti. Quindi sicuramente ci sono delle problematiche, come magari ci sono anche in altri paesi, che sono anche dettate un po' dalla vita sociale di oggi, dalle nuove esigenze, dalle nuove generazioni e dalla direzione che sta prendendo il mondo, non solo il mondo del calcio. Si può fare meglio, sicuramente, però l'analisi è complessa e multifattoriale".
La mancanza di talenti in Italia
Come mai oggi non si sfornano più talenti? "Sono le varie fasce di età. Secondo me in ogni fascia dietà c'è un qualcosa che magari si può pensare di migliorare. Io, avendo fatto anche un po' di esperienza all'estero, se parto dalla fine dell'imbuto della selezione, sicuramente in tanti posti fuori c'è la tendenza, il pensiero o anche l'obiettivo di valorizzare i giovani e farlo all'età di 16-17-18 anni, laddove c'è il talento. Sicuramente ci sono anche annate, generazioni con più e meno talento, questo è indiscutibile. Probabilmente adesso, soprattutto in alcuni ruoli, qualcosina anche da quel punto di vista manca. Dall'altra parte, ovviamente, il nostro paese a livello culturale fa un po' più fatica a a lanciare il giovane laddove c'è il talento, ad avere il coraggio di farlo giocare soprattutto in quella fascia di età, dai 16 ai 18-19 anni, ma anche 16-17. Quindi probabilmente lì perdiamo qualcosina, perché poi quando i nostri ragazzi hanno 20 anni magari hanno fatto un altro tipo di di esperienza e percorso verso la fine. Per quel che riguarda i piccoli: purtroppo è il sistema calcio è sempre un po' alla ricerca della sostenibilità economica e quindi questo a volte va a discapito un po' della proposta e della vera formazione, che secondo me bisogna fare in quella fascia di età. Fondamentalmente nei piccolissimi bisognerebbe farli giocare di più invece che impostare già programmi o allenamenti come poi magari si fa in un'età più adulta o avanzata. Questo ovviamente poi ricasca un po' sui bambini, e ricasca non solo per per i bambini che poi faranno i calciatori -che sono pochissimi-, ma ricasca un pochettino nell'appassionarsi per questo sport".
"Bianconeri lungimiranti sui giovani"
De Ceglie continua la sua analisi: "Secondo me quando fai giocare i bambini piccoli, il primo obiettivo non è farli diventare dei campioni, perché poi il talento viene fuori e pian piano viene coltivato nella crescita. Ma nei piccoli invece l'obiettivo deve essere quello di avvicinarsi allo sport, ai suoi valori, e di appassionarsi per il calcio. Perché se un bambino, con una proposta sbagliata, non lo faccio appassionare è un problema, perché il bambino che si appassiona poi, anche se non giocherà a calcio diventa, quello che crea un podcast nel mondo del calcio, che compra la maglietta, che va allo stadio. Fondamentalmente io come come principale obiettivo nei piccoli vedo questo, vedo il valore del calcio, di stare in un gruppo, condividere, di vivere la sconfitta, la vittoria, gestire quel tipo di emozioni che poi ti riporti nella vita, e appassionarti. La Juve, comunque, devo dire, è stata lungimirante anche sui giovani: in questi anni veramente ne ha sfornati tanti, frutto di un lavoro, di una visione che aveva inizialmente Andrea Agnelli, sul discorso di avere costantemente in rosa dei giocatori formati in casa. Quindi questo è frutto di di investimenti, di un lavoro che è stato fatto, che poi nei giovani si vede sempre a distanza di anni".
La gestione Juve dei talenti cresciuti in casa
La successiva gestione di questi talenti in casa Juve per De Ceglie è stata positiva o negativa? "Sono state fatte delle scelte, sono stati venduti molti giocatori, probabilmente per scelta tecnica o anche per questioni, insomma, magari di bilancio, non lo so. Sicuramente son venuti fuori, poi commentare le scelte non mi piace molto perché dopo è sempre più facile, no? Quindi questo non non si sa e non lo sappiamo. Sicuramente avere in rosa ragazzi o giocatori che hanno fatto un percorso può essere un vantaggio anche per quel discorso di appartenenza. Perché poi la l'appartenenza, o in questo caso se parliamo di Juve la Juventinità, chi la trasmette? Come la trovi? Solo chi l'ha vissuta può farlo. Io penso che ci sono stati dei cambiamenti societari, la la visione di prima era quella di tirar fuori dei giocatori che potessero far parte della rosa. Chiaramente poi ci sono anche lì i livelli, e quindi ovviamente se poi dimostri di poter starci ci rimani. Se non lo dimostri ovviamente vai via, quindi vieni valorizzato per poi essere venduto e magari comunque portare del valore e ripagare gli investimenti fatti. Dall'altra parte probabilmente questi cambiamenti societari con altre priorità, con altre esigenze, in questo momento magari hanno anche spostato un po' questa questa visione, che sicuramente c'era prima e probabilmente oggi deve ritrovare un po' quello che è l'obiettivo".
"Juve sulla strada giusta? Dico che..."
Sull'attualità in casa Juventus: dopo tanti cambiamenti ora è stata intrapresa la strada giusta? "Questo non lo sappiamo perché i cambiamenti sono stati recentissimi, quindi magari ce ne saranno ancora perché non c'è in questo momento un assetto a 360° che ti dice che i giocatori saranno gli stessi, l'allenatore sarà lo stesso, la dirigenza. Sicuramente la Juve ha bisogno di continuità e il fatto che non l'ha trovata è dettato da qualche scelta sbagliata, e da questo grosso cambiamento che è avvenuto in tutte le parti della società e che oggi deve ritrovare l'assetto giusto per trovare continuità e e per costruire. Chiaro che se guardiamo quella squadra che ha vinto tanto c'è distanza, però la cosa importante è non trovarsi ogni anno a partire da zero, quindi che gli investimenti siano investimenti e non delle spese, che ogni anno si riesca a costruire un qualcosa alla quale aggiungere sempre per poi pensare di ritornare su quei livelli. La cosa difficile è, in questa difficoltà, riconoscere cosa c'è di buono e cosa no".
Il fenomeno Pogba
Si passa al format foto reaction, con De Ceglie che vede e commenta alcune foto. Il primo scatto mostrato ritrae... Paul Pogba: "Ricordo perfettamente quando è arrivato. Subito i primi allenamenti: è stato impressionante e ha impressionato tutti. Arrivato non come già il campione affermato, era arrivato da una situazione di non rinnovo col Manchester United, quindi da quel punto di vista è stata una sorpresa. Però in allenamento da subito si vedeva un giocatore impressionante, perché aveva tutte le qualità fisiche, tecniche, di personalità. E infatti il suo percorso di crescita, da lì a giocare titolare e diventare inamovibile credo sia stato velocissimo. Un grande colpo e un grande valore per la Juventus che si è ritrovato un campione nel giro di pochi mesi, che ha contribuito in maniera esponenziale. Forse anche questo manca adesso la Juventus, ovvero riuscire ad intuire, ad individuare la gemma nascosta, che prendi quel giocatore. Poi è difficilissimo trovare un altro Pogba, cioè praticamente impossibile che a zero prendi uno così. Il gol al volo col Napoli? Chiaramente un gol così poi fa il giro del mondo, un gol così che avevamo già visto noi in allenamento e lo consacra un pochettino, e quindi lo fa diventare un punto fermo. Ripeto già dall'allenamento si vedeva che era forte. Aveva questa fisicità, strapotere fisico e tecnico. E poi la personalità, perché comunque insomma arrivi in un contesto come la Juve in quel momento, ma lui non aveva paura di niente, coraggioso nel giocare e son quei campioni che nascono così".
Del Piero al Bernabeu: al suo posto... De Ceglie
Seconda foto, Del Piero sbanca il Bernabeu con una prestazione magnifica in Champions. Gli viene concessa la standing ovation, tutto lo stadio applaude. E al suo posto entra... De Ceglie: "Si è anche giocato e scherzato un po', ma ci stava, eh. No, un bellissimo momento, un ricordo sicuramente bello in una serata magica. Giocare in quello stadio, vincere e poi sentire il saluto e l'applauso del Bernabeu per per il capitano Alessandro Del Piero... Dai, è stato un momento storico e son contento di averne di averne fatto parte. Vedere la scena di Del Piero? Un'emozione forte, soprattutto contribuire a quel momento di elogio e di ammirazione nei confronti di Del Piero è stato bello. È stato bello poi comunque entrare in quella partita, in una vittoria e farne parte: un momento bello e storico. Storico perché comunque fare una doppietta lì, vincere e soprattutto ricevere gli applausi in uno stadio come il Bernabeu credo sia una cosa unica, storica. Penso pochi giocatori l'abbiano ricevuta".
Diego e la mancata esplosione alla Juve
Altra foto, stavoltra nello scatto c'è Diego, che era arrivato alla Juventus con grandi aspettative, ma dopo un inizio strabiliane si è perso in fretta: "Era arrivato con grandi aspettative. Quella stagione partimmo anche bene, e soprattutto lui. Mi ricordo la partita con la Roma, la sua doppietta, avevamo vinto, eravamo partiti bene, Ma ome ti dicevo prima quando le cose non vanno bene, e in quell'anno arrivamo settimi, chiaramente c'è chi ci rimette, chi riesce a guadagnarsi il fatto di restare. Lui probabilmente un po' per le aspettative, un po' per la stagione in fatica, già a fine stagione prese la decisione con la società di cambiare e di non restare. Facendo poi comunque una grandissima carriera perché si è dimostrato poi di di essere un grande giocatore. Ma non sempre nella Juve è semplice confermarsi e restare per tanto tempo. Arrivare alla Juve è una cosa difficilissima, ma restarci per tanti anni è veramente complicato perché devi entrare nella mentalità della società, saper vivere l'ambiente e probabilmente qualcosa in quel senso è mancato. Non nelle qualità, ma probabilmente nel saper restare: per restare sempre la Juve bisogna avere quel desiderio, perché per superare certe cose, per superare i propri limiti, per avere la costanza di di restarci, bisogna desiderarlo".
La doppietta contro l'Inter
Altra foto, stavolta ai tempi del Parma. Al Tardini esultanza di De Ceglie dopo una doppietta... contro l'Inter: "Una bellissima serata: vincere contro l'Inter con una doppietta... Ero con la maglia del Parma in un momento dove il Parma faticava, dove viveva di poche gioie e soddisfazioni, perché comunque stava vivendo un periodo difficile a livello societario. Quindi è stata una serata bella per me, per la città di Parma, verso la quale provo comunque un bellissimo ricordo, e dove ho fatto comunque un'esperienza positiva nonostante quel contesto complicato. Ma Parma veramente è una piazza che merita di avere una squadra forte, che giochi a livelli alti perché secondo me lo merita. In più ovviamente, c'è la parte sempre di juventinità che viene fuori e quindi è stata condivisa, credo, un po' anche dal mondo juventino quella quella vittoria. La ricordano più i juventini che i tifosi del Parma? Non lo so, non lo so, però sicuramente è sfociato anche in quello e quindi boh, mi ha fatto piacere perché comunque è una dimostrazione di quello che è stato un po' il mio percorso, e di quello che che ho sempre rincorso".
Il rapporto con Marchisio
L'ultima foto, un abbraccio ai tempi della Juve tra lui e Claudio Marchisio: "Con lui ho condiviso tutto il percorso nelle giovanili, eravamo dei bambini e abbiamo avuto la fortuna di condividere questo anche con la prima squadra. Un grande campione, un grande ragazzo, un grande uomo e quindi è stato bello pensare di aver fatto tutto un percorso insieme. Anche perché poi è difficile in una stessa annata trovare due giocatori che riescono, e invece ci siamo ritrovati insieme nel percorso e ed è stato bello poterlo condividere. Ci sono tanti ricordi, tanti momenti, quando eravamo piccoli giocavamo in attacco tutti e due e quindi questo è un ricordo che c'è, che è presente, che ci sarà sempre. Sicuramente anche in lui c'è una juventinità pazzesca: quel sogno, quel desiderio, quella passione non solo verso il calcio, ma verso una società, fino a poi diventare una bandiera. Sicuramente è stato trainante anche quello perché poi, come dicevo prima, sia nei grandi campioni, ma anche nei compagni che invece volevano diventarlo, che aspiravano a diventare delle bandiere, anche in quello lui lo è stato. Oggi spero che ci sia questo, perché poi a volte sono le società che vendono i giocatori, quindi c'è quell'aspetto lì. Dall'altra ci deve essere anche la volontà e il desiderio da parte del giocatore a volte anche di rinunciare a qualcosa in un altro senso, per poi invece ritrovarlo a livello di appartenenza e di fare la propria storia in una società".
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A tutto Paolo De Ceglie. Una lunga intervista al canale YouTube "Centrocampo" in cui ripercorre tutta la sua carriera, con focus sugli anni vissuti alla in bianconero. La Juventus fin da piccolo, i big nello spogliatoio, i ricordi, i rapporti con i compagni di squadra e gli allenatori (leggasi Antonio Conte e Massimiliano Allegri), ma anche i momenti di difficoltà. Senza trascurare retroscena e curiosità, fino a parlare della sua esperienza dopo la carriera da calciatore, lavorando nel settore giovanile e dando la sua visione su cosa non va nel sistema calcio ad oggi.
A tutto De Ceglie
"La mia storia col calcio parte presto come tutti i bambini. Una passione di famiglia, condivisa con mio papà, I miei cugini e si inizia a giocare presto all'età di 6-7 anni in una società calcistica di Aosta, dove sono nato. E poi è nato il mio legame con la Juve, molto presto poi all'età di 9 anni dopo la solita serie di provini sono stato selezionato e ho firmato" - ha raccontato De Ceglie. Sulle difficoltà iniziali e sull’impegno richiesto: "Ma sai, innanzitutto c'è da dire una cosa che io venendo da Aosta, dovevo andare fino a Torino per giocare, quindi il pensiero era anche un po' l'impegno sia da parte della mia famiglia e anche da parte mia, perché comunque farsi 3 ore di macchina al giorno, non tutti i giorni ovviamente quando ero piccolo, era un impegno grosso. Dall'altra parte l'impegno è superato quando c'è di mezzo la passione per il calcio. Io mi sono innamorato del pallone, del calcio, di questo gioco fin da piccolo e quindi giocare per me o comunque far calcio è sempre stata ed è ancora oggi la cosa più bella che posso fare".
I sacrifici e i valori
Sui sacrifici poi ha precisato: "In realtà è stato più da parte dei miei genitori che da parte mia, perché io fondamentalmente andavo a fare la cosa che più mi piaceva e lo potevo fare con la squadra che tifavo e comunque potevo sognare un po' più da vicino. Bisogna essere fortunati ad avere i genitori soprattutto che ti fanno vivere l'esperienza nel modo giusto. Per loro non era “mio figlio farà il calciatore”, ma era “fa un'esperienza unica che sicuramente lo arricchisce nella vita”. Sui valori trasmessi dal settore giovanile: "La Juve già da piccolo ti permette magari di fare esperienze in giro, di girare, di affrontare quindi anche difficoltà ed esperienze che sono importanti nella vita".
Sul modo in cui ha vissuto il calcio da bambino: "Nonostante mio padre abbia sempre fatto calcio, a livello dilettante, mi ha fatto vivere il calcio veramente senza pressione, ma come un'esperienza bella da poter fare". Il sogno, però, diventa obiettivo solo col tempo. "Sono cresciuto con questo pensiero, con un sogno che poi pian piano è diventato un obiettivo all'età di 17-18 anni". Nel mezzo, c’è anche l’allontanamento da casa. "A 14 anni mi sono trasferito a Torino nel convitto. L'ho condiviso con tanti compagni, con tanti ragazzi che poi per la maggior parte dei casi non hanno fatto i calciatori e ogni tanto li ho contattati, li ho sentiti. A tutti il calcio poi ha lasciato qualcosa nella vita. Quindi anche questi ragazzi che non hanno giocato sicuramente si sono realizzati in altro modo, sfruttando il grande percorso e l'esperienza fatta".