Pagina 3 | "La mia prima Juve, l'idolo Del Piero e quell'aiuto di Zoff con la macchina. Il Var? Un coito interrotto"

Matteo Negrin è il direttore di Piemonte dal Vivo, fondazione la cui mission è la diffusione degli spettacoli in tutto il territorio regionale. È la sua seconda vita dopo quella da musicista, naturale sbocco al diploma di Conservatorio conseguito dopo la laurea in Filosofia. Ama la Juve, Pantani, il cicloturismo. Ma soprattutto la JuveNegrin, qual è la funzione di Piemonte dal Vivo? «Piemonte dal Vivo è un soggetto relativamente giovane perché ha poco più di vent’anni e una storia piuttosto singolare. Nasce come ufficio di distribuzione sul territorio regionale degli spettacoli del Teatro Stabile di Torino per poi assumere una fisionomia autonoma. Socio unico è la Regione Piemonte, la quale assegna alla fondazione compiti molto più ampi. Da un lato, c’è e rimane ancora la programmazione di tutto lo spettacolo dal vivo - quindi teatro, musica, circo, danza - sul territorio, ma accanto ci sono funzioni più complesse, che la trasformano nel braccio operativo della Regione nelle politiche pubbliche in ambito culturale, con un’attenzione particolare alle aree più marginali, quelle montane, i comuni sotto i 5.000 abitanti, che normalmente non accedono all’ampio meccanismo di domanda e offerta che c’è su Torino. E ancora valorizziamo il patrimonio culturale organizzando festival e rassegne nelle residenze reali sabaude o nel sistema delle fortificazioni. Abbiamo anche delle alleanze forti con il mondo dell’educazione e quindi ci occupiamo delle proposte teatrali nelle scuole». 

Negrin si racconta: "Il mio percorso come quello di un calciatore"

Vent’anni di fondazione, buona parte dei quali con te direttore: sei al terzo mandato.

«Non l’avrei mai detto. Sono qui da nove anni e il mio ruolo è molto cambiato perché da un lato c’è stata un’evoluzione, una crescita delle funzioni della fondazione, dall’altro si è avuta una cesura rappresentata dal periodo incerto dovuto al Covid, che, al di là della drammaticità, ha portato a sperimentare nuovi format e ha dato un’accelerazione anche allo sviluppo della fondazione. Penso per esempio ai temi del digitale». 

Molti dei lettori ti conoscono come chitarrista: con Guido Catalano e Federico Sirianni avete portato a lungo in scena uno spettacolo, “Il grande fresco”, che dal mondo underground è arrivato a teatri da mille posti. 

«Sì, dopo il conservatorio ho fatto, come si dice, la professione. Il mio percorso è stato analogo a quello di un calciatore che gioca ma nel contempo coltiva la passione per l’organizzazione della manovra, per i moduli, per l’attenzione alla creatività in un sistema organizzato. Quando questo calciatore non ha più ginocchia né caviglie - nel mio caso l’incompatibilità tra una famiglia con due figlie e tornare a casa ogni mattina all’alba - decide di provare a fare l’allenatore: si iscrive a Coverciano per prendere il patentino, io ho fatto un master in business administration. Come nel calcio per crescere è fondamentale rapportarsi con grandi allenatori, così per me è stato fondamentale avere un maestro che si chiamava Alberto Vanelli. È stato il primo direttore della cultura in Piemonte e a un certo punto gli venne affidata la regia di Venaria, all’epoca un pezzo di archeologia fatiscente: in quella che adesso è la galleria di Diana c’era un gommista… Ricordo che quando finì la ristrutturazione lui era completamente cieco, mi portò nel suo ufficio al primo piano e mi disse: “Guarda i giardini: cosa vedi?”. Risposi: “Alberto, non si vede il fondo”. E lui: “Deve essere bellissimo. Peccato che non riesca a vederlo».

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L'amore per lo sport: dal ciclismo alla pallanuoto

Negrin e lo sport… 

«Amo il ciclismo. Non l’ho praticato a livelli agonistici, però posso definirmi un cicloturista. D’estate faccio percorsi da 300 chilometri, come il Canal du Midi e lungo la Drava. Lo considero un dispositivo di aggregazione sociale, nel senso che con un gruppo di amici siamo riusciti a coinvolgere figli e figlie in quel periodo adolescenziale in cui non vogliono più saperne dei genitori. Ogni giorno percorriamo tra i 30 e i 50 chilometri: diciamo che sono esperienze che hanno anche una funzione educativa». 
 
Il tuo ciclista preferito? 

«La figura di Pantani per me ha un significato speciale proprio perché controversa. Lavorando prevalentemente nel teatro, preferisco i personaggi bidimensionali o tridimensionali a quelli tagliati col coltello. Non a caso Pantani ha ispirato una canzone dell’amico Sirianni che si intitola “Pensione delle rose”». 

Hai giocato a pallanuoto…

«Sì, ho smesso perché l’impegno era incompatibile con il Liceo Classico. Ho studiato al Cavour, qui a Torino, ed ero terzino sinistro della squadra di calcio: conservo ancora la maglia verde con i polsini strettissimi. Rivedo spesso me che voltandomi vedo la palla finire alle spalle del nostro portiere, Roberto Canavesi, oggi critico teatrale. Ho un nipote, Luis Altieri, che gioca a pallanuoto nel Cus come me». 

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Negrin ed il tifo per la Juve: "La prima partita fu..."

Per la Juve è tifo in purezza…

«Sì, passione ereditata da una famiglia veneta emigrata a Torino e coltivata fin dall’inizio con mio papà che mi portava allo stadio. La prima partita al Comunale fu un Juventus-Como finito 3-1. Avevo sette anni e la balaustra mi impediva parte della visuale. Infatti ricordo soprattutto le sgroppate di Boniek sulla fascia verso il lato dei Distinti, dove eravamo io e mio papà».

Siamo nel periodo del meraviglioso Mondiale di Spagna ‘82. 

«È il mio primo vero ricordo calcistico, che ha lasciato un imprinting molto forte anche a distanza di anni. L’urlo di Tardelli nella finale andava molto al di là del valore sportivo, era la risposta di un paese che usciva dal terribile periodo degli anni di piombo. Ho letto di recente un libro di Paolo Morando, “Dacing Days”, che racconta proprio del riflusso, della riappropriazione della vita pubblica dopo la grossa partecipazione anche politica al decennio precedente». 

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Negrin: "Idoli? Del Piero scontato, Zoff. Juve? Mia moglie non..."

Chi sono i tuoi idoli? 

«Allora, dire Del Piero sarebbe quasi scontato. Voglio raccontare un episodio di poco successivo al titolo mondiale. Ero con uno zio dalle parti del Lingotto e l’auto d’improvviso si fermò. Scese per cercare qualcuno che gli desse una mano a spingerla. Si fermò Zoff. Capisci? Il portiere campione del mondo si ferma, scende dall’auto e spinge quella di uno sconosciuto. Zoff era un personaggio di un’umanità incredibile, come Scirea o Furino. Compiere quel gesto rappresentava la normalità per lui». 
 
Riesci ad appassionarti anche al calcio contemporaneo? 

«Assolutamente sì. La velocità di questo calcio è entusiasmante e devo dire che la televisione aiuta ad apprezzare gesti tecnici che allo stadio non vedresti. L’unico aspetto che non amo è legato al Var, perché frena l’entusiasmo adrenalinico che faceva alzare la temperatura nelle curve. Il Var è un coito interrotto che toglie molto al calcio. Oltre tutto, non ha minimamente ridotto le polemiche, anzi. Io sono per l’accettazione dell’errore, anche quello dell’arbitro. È un po’ come quando si cerca di normare l’onestà per legge». 
 
Tua moglie Giovanna condivide la passione per il calcio? 

«Sono stato la sua introduzione al calcio. Ci siamo conosciuti nel 2006 e io la stagione in Serie B l’ho seguita con un po’ di distacco. Lei non aveva capito quanto fosse profondo il mio tifo per la Juve. E infatti sostiene - è una battuta, eh... - che senza Giraudo, Moggi e Bettega non ci saremmo sposati e non saremmo diventati genitori di Valentina e Sofia…». 

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Negrin ed il tifo per la Juve: "La prima partita fu..."

Per la Juve è tifo in purezza…

«Sì, passione ereditata da una famiglia veneta emigrata a Torino e coltivata fin dall’inizio con mio papà che mi portava allo stadio. La prima partita al Comunale fu un Juventus-Como finito 3-1. Avevo sette anni e la balaustra mi impediva parte della visuale. Infatti ricordo soprattutto le sgroppate di Boniek sulla fascia verso il lato dei Distinti, dove eravamo io e mio papà».

Siamo nel periodo del meraviglioso Mondiale di Spagna ‘82. 

«È il mio primo vero ricordo calcistico, che ha lasciato un imprinting molto forte anche a distanza di anni. L’urlo di Tardelli nella finale andava molto al di là del valore sportivo, era la risposta di un paese che usciva dal terribile periodo degli anni di piombo. Ho letto di recente un libro di Paolo Morando, “Dacing Days”, che racconta proprio del riflusso, della riappropriazione della vita pubblica dopo la grossa partecipazione anche politica al decennio precedente». 

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