E pensare che l’accoglienza era stata un po’ così, di sicuro tutto fuorché calda. Nel giorno dell’atterraggio sul pianeta Roma, il 9 giugno del 2005, Spalletti si era ritrovato dei volantini che preannunciavano la sua fine ancor prima del suo insediamento: «Sampdoria, Serie B; Venezia, Serie B. Con questo passato nessun futuro». Eh, mica semplice partire così, che poi è quel che accadde ad Allegri dieci anni più tardi, contestato al suo arrivo a Torino. La storia, a ogni modo, è nota. E ha smentito i tifosi, frettolosi in entrambe le occasioni e poi balzati immediatamente sul carro di Lucio, dall’alto dei tre secondi posti consecutivi e di grandi notti europee. Soprattutto, ecco, di intuizioni geniali: la prima, complice l’addio di Cassano - su cui c’era pure lo zampino del tecnico - è quella di Totti nel ruolo di centravanti. Poi Perrotta “assaltatore”, le vittorie in Coppa Italia, della Supercoppa, di una Roma che inizia a sognare sempre più forte, mai così in alto come negli anni a ridosso del nuovo millennio. Del resto, il ricordo dello scudetto era freschissimo: sebbene ci fosse un ridimensionamento in corso, era impossibile non tornare a quei fasti lì. Alla quarta stagione, la squadra giallorossa chiude al sesto posto. Iniziano gli scricchiolii.
Il distacco con Totti
«Può darsi che alcune componenti abbiano fatto riunioni per mandarmi via», racconta Spalletti il 10 maggio del 2009. Un paio di settimane più tardi, che è meglio lasciarsi «quando uno in un posto non ci vuole stare». Con Rosella Sensi si mette però d’accordo per proseguire, poi il primo settembre è una conferenza show - «Il tacco, la punta, il titolo...» - a dare l’idea dell’addio. Certificato. In quel momento Totti aveva 33 anni, ne ha invece 40 nel 2016, quando Lucio viene richiamato sulla panchina giallorossa. Il capitano è sempre lì. Luciano è sempre lo stesso: al primo anno, terzo posto dopo aver raccolto i cocci dell’esperienza di Garcia; nella stagione successiva, secondo dietro la Juve. Ma è con Totti che si consuma il vero distacco. La gestione del 10 gli crea contestazioni e problemi. Minacce, addirittura. Fino all’addio. «Tornassi indietro - dirà - non allenerei la Roma».
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