TORINO - «Tristi, solitari y final». Basterebbe il titolo - rivisitato - del romanzo di Osvaldo Soriano per tracciare un ritratto fedele delle parabole bianconere di Jonathan David e Lois Openda. Nessun episodio chiave, nessuno strappo rumoroso. Semmai, un lento sbiadire che li ha portati a diventare da potenziali risorse, utili per accompagnare alla porta Vlahovic e Milik, dei semplici supplenti a tempo, ormai prossimi al congedo. E pensare che l’infortunio del serbo, gli aveva spalancato uno spazio smisurato sul panorama juventino. Quattro mesi di tempo per diventare necessari. Per convincere Spalletti - che se li è ritrovati sul groppone - e la dirigenza che sarebbero stati loro i nuovi poli dell’attacco bianconero. Macché. Troppo intermittenti, disordinati, timidi nelle scelte, come negli atteggiamenti. E questo al netto della fiducia dimostratagli sempre da Spalletti e dal resto del gruppo squadra, che le ha provate davvero tutte pur di aiutarli a recuperare un po’ di autostima. Ma salvo i timidi segnali di ripresa di David - a segno in 4 dei 5 match di campionato della Juve nel mese di gennaio - il canovaccio è rimasto sostanzialmente lo stesso.
Sorpasso Boga, Vlahovic e Milik
Da lì la prima bocciatura per il canadese, panchinato da Spalletti nella ripresa della gara con il Pisa, in favore di Boga, riproposto poi dal primo nei successivi impegni con Udinese e Sassuolo. Lui, che era arrivato a gennaio con la nomea di “vice Yildiz”, e che tutto sarebbe fuorché una prima punta di ruolo… E se il sorpasso di Boga - che ha dato ottimi segnali in termini realizzativi - già la diceva lunga sulla considerazione che Lucio ha del canadese, le scelte contro il Sassuolo hanno fugato ogni dubbio. Sì, perché per tentare il forcing finale sull’1-1 il tecnico ha preferito rischiare” Vlahovic e Milik, di rientro dai lunghissimi stop per infortunio (il polacco non giocava dal maggio del 2024) piuttosto che affidarsi a uno tra David e Openda.
