Locatelli, la dura notte dopo l’errore: gli insulti e la decisione Juve sul rigorista

Anche Yildiz e Vlahovic avrebbero voluto calciare il penalty decisivo contro il Sassuolo: non è la prima volta che si crea l’equivoco dagli 11 metri

La terza volta non si scorda mai. Ma nemmeno la prima, forse un po’ di più la seconda. La Juve, a ogni modo, è a 11 metri dal fare il pieno di rimorsi: i calci di rigore sono stati la maledizione dell’anno, più degli infortuni (meno di altre stagioni, però pesanti come quello di Vlahovic), più di parecchie sviste arbitrali. È che, sommando il rigore di David con il Lecce e quello di Locatelli con il Sassuolo - tre di fila, gli errori in campionato -, la Juventus può recriminare “serenamente” 4 punti. Tondi e spigolosi, comunque potenzialmente decisivi. Il Como è a tre lunghezze, la Roma ha ormai agganciato. Solamente trasformando due rigori Spalletti avrebbe potuto dormire sonni più tranquilli, quarto in classifica e con i discorsi sul futuro nettamente più in discesa. Tant’è: non si può guardare indietro. Bisogna semmai ripartire, e farlo persino dai dettagli.

Le parole di Spalletti

Uno di questi sarebbe pure evitare di presentarsi tutti sul dischetto quando c’è voglia di andare a calciare un penalty. Mica per penalizzare la voglia di mettersi in mostra: il punto è non sembrare disorganizzati, non perdere energie mentali quando servirà ogni goccia di lucidità per completare la missione. Quanto accaduto nella serata di sabato è stato spiegato senz’appelli dallo stesso Spalletti: «Cerchiamo di fare una presentazione normale di quello che è l’episodio. L’altra volta non l’ha battuto Locatelli, quando ha battuto David o quando ha battuto Kenan si chiedeva il perché. Yildiz ha il pallone in mano perché lo piglia, lo tiene in mano, è positivo lo vogliano battere». E ancora, nel dettaglio: «Io ho parlato con Locatelli che è venuto lì, mi ha detto che lo tirava, io gli ho detto che se voleva battere lo batteva perché è lui il rigorista. Quindi l’ho mandato io dicendogli che se voleva lo tirava». Dunque? No, non esiste un tema rigorista, o almeno non è considerato un problema: già al suo arrivo, Spalletti non ha voluto toccare quelle dinamiche, anche per non irrompere nello spogliatoio con il rischio di sconquassarlo.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Loca al centro del villaggio

E allora, tra le prime conferme c’è stato pure mettere Locatelli al centro del villaggio. Con fascia e ruoli, compreso quello del rigorista. Continuerà a esserlo, Manuel. Con buona pace di Yildiz e di Vlahovic. Entrambi lo volevano per motivi diversi: il turco per confermare lo status che sente di aver raggiunto con un rinnovo chiave, che lo rende il giocatore più portato a prendersi le luci; il serbo per ricominicare a sentirsi un attaccante vero, e per dare un messaggio pure per il futuro. Nel mezzo, la Juve, le sue necessità, forse meno contemplate di altre volte, però comunque necessariamente centrali: si potrebbe quasi dire che il troppo amore abbia dato più problemi che risorse. Ma non è solo questo, non può esserlo: è un discorso di personalità, e Spalletti è il primo a esserne consapevole. In una Juve senza equivoci caratteriali, una situazione del genere non si sarebbe verificata.

 

 

Locatelli deluso: l’azzurro aiuterà

Ha trascorso la domenica in famiglia, rispondendo (poco) ai tanti messaggi di sostegno che gli sono arrivati. Provando a mitigare i sentimenti. A non sentirsi al centro del ciclone. Manuel Locatelli però è così: si sente responsabile, perché alla fine la responsabilità se l’è presa. Era convinto, quando ha dato l’ok a Spalletti per calciare il rigore. Era distrutto dal risultato proprio perché consapevole di aver sciupato un’occasione monumentale, una di quelle che solitamente non sbaglia. Un anno prima, a Venezia firmava il gol che ha mandato in Champions League i bianconeri; qualche settimana fa, invece, ha dato il via alla rimonta quasi completata con il Galatasaray. Sembrava infallibile. Perché in fondo lo era. Ma l’umanità si è impossessata pure di lui, del momento in cui ogni cosa poteva cambiare, ma l’ha solo fatto in peggio. Da oggi, a ogni modo, Manuel ricomincerà dall’azzurro e da uno dei suoi “padri” calcistici, ossia Rino Gattuso. Proverà a far parlare nuovamente il campo perché ha imparato a fare così, e perché in questo modo si è ripreso gli applausi a ogni partita, pur essendo partito dai fischi in piena estate e dai messaggi (molto) poco carini apparsi sui suoi social. Pure ieri non gli sono stati risparmiati insulti, qualcuno è chiaramente andato oltre. La decisione è stata quella di non dare peso e di lasciar passare: se li aspettava e - triste dirlo - aveva messo in preventivo pure il silenzio social.

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Tutti al suo fianco

C’è chi ha provato a consolarlo, oltre naturalmente al gruppo storico, corso immediatamente verso di lui. Da Perin a Pinsoglio, da Gatti a Vlahovic, Yildiz incluso: erano tutti al suo fianco e Loca ha apprezzato. Lo è stato anche Spalletti, dal quale è arrivata una carezza tanto in privato quanto davanti alle telecamere. Non sarà giudicato da un rigore, Locatelli. Sarà semmai raccontato dai numeri della sua stagione, dalla consistenza e dalla continuità, ritmi mai così alti da quando veste la maglia bianconera. Nei prossimi giorni continuerà pure la trattativa per il rinnovo fino al 2030: le parti sono d’accordo su tutte ma si aspetterà un po’ prima di annunciare la stretta di mano. Loca guadagnerà cifre alla McKennie (passerà a oltre 4 milioni annui) e sarà sempre più parte fondamentale di questa squadra. Non ci sono dubbi, su questo. Come - si augura - non ce ne saranno nemmeno con la Nazionale: sarà lui il titolare in regia, lui a dettare i tempi. Lui, ancora, a provare l’ennesima ripartenza. Del resto, sa come si fa.

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La terza volta non si scorda mai. Ma nemmeno la prima, forse un po’ di più la seconda. La Juve, a ogni modo, è a 11 metri dal fare il pieno di rimorsi: i calci di rigore sono stati la maledizione dell’anno, più degli infortuni (meno di altre stagioni, però pesanti come quello di Vlahovic), più di parecchie sviste arbitrali. È che, sommando il rigore di David con il Lecce e quello di Locatelli con il Sassuolo - tre di fila, gli errori in campionato -, la Juventus può recriminare “serenamente” 4 punti. Tondi e spigolosi, comunque potenzialmente decisivi. Il Como è a tre lunghezze, la Roma ha ormai agganciato. Solamente trasformando due rigori Spalletti avrebbe potuto dormire sonni più tranquilli, quarto in classifica e con i discorsi sul futuro nettamente più in discesa. Tant’è: non si può guardare indietro. Bisogna semmai ripartire, e farlo persino dai dettagli.

Le parole di Spalletti

Uno di questi sarebbe pure evitare di presentarsi tutti sul dischetto quando c’è voglia di andare a calciare un penalty. Mica per penalizzare la voglia di mettersi in mostra: il punto è non sembrare disorganizzati, non perdere energie mentali quando servirà ogni goccia di lucidità per completare la missione. Quanto accaduto nella serata di sabato è stato spiegato senz’appelli dallo stesso Spalletti: «Cerchiamo di fare una presentazione normale di quello che è l’episodio. L’altra volta non l’ha battuto Locatelli, quando ha battuto David o quando ha battuto Kenan si chiedeva il perché. Yildiz ha il pallone in mano perché lo piglia, lo tiene in mano, è positivo lo vogliano battere». E ancora, nel dettaglio: «Io ho parlato con Locatelli che è venuto lì, mi ha detto che lo tirava, io gli ho detto che se voleva battere lo batteva perché è lui il rigorista. Quindi l’ho mandato io dicendogli che se voleva lo tirava». Dunque? No, non esiste un tema rigorista, o almeno non è considerato un problema: già al suo arrivo, Spalletti non ha voluto toccare quelle dinamiche, anche per non irrompere nello spogliatoio con il rischio di sconquassarlo.

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