TORINO - Giusto tre, le sedute a disposizione di Spalletti per intestardirsi nel più complicato degli esercizi: disegnare una Juventus che possa prescindere da Weston McKennie, fuori per squalifica dopo il giallo rimediato all’Alianz. E non poteva esserci prima volta peggiore - dal suo arrivo l’ex ct non ha mai rinunciato dal primo minuto all’americano - alla luce del scontro diretto per il quarto posto con l’Atalanta di Palladino. Una sorta di chimera per i bianconeri, se guardiamo alla storia recente (la Juve in campionato non vince a Bergamo dal maggio del 2023), da esorcizzare a tutti i costi per rimanere aggrappati al treno Champions. Missione, di per sé, già complicata, figuriamoci a fronte di una simile defezione strutturale (a cui va aggiunta quella di Vlahovic). Sì, perché rinunciare a Wes, in questo preciso momento storico, significa smontare il bullone che tiene insieme l’intera impalcatura bianconera. Lo statunitense, negli ultimi mesi, è andato ben oltre il cliché retrogrado del “ soldatino tuttofare”, diventando il cuore pulsante di una squadra che ha imparato a reinventarsi.
Il fattore McKennie
A cambiare assetto in corsa più e più volte, per non dare punti di riferimento agli avversari e macinare gioco con un pizzico di imprevedibilità in più. E se i bianconeri ci sono riusciti lo devono soprattutto a lui. Basti pensare all’ultima gara vinta contro il Genoa, e all’impianto tattico iniziale (il 3-4-3), con McKennie a tutta fascia sulla corsia di destra. Poi la rete del vantaggio firmata da Bremer, e il conseguente passaggio a un 4-1-4-1, con Wes dirottato nuovamente in centro per sfruttare i suoi strappi in campo aperto. Mossa azzeccata - manco a dirlo - che ha portato i bianconeri sul 2-0 proprio grazie all’affondo dello statunitense, bravissimo a battere Bijlow con il piattone e ad aggiornare uno score che ne fa il secondo miglior realizzatore stagionale della Juve - 9 gol e 7 assist fra tutte le competizioni - dietro al solo Yildiz. L’altro alieno insostituibile. Guai però a fasciarsi la testa, aggrappandosi agli alibi. La Juve non ne ha più alla luce di una volata Champions in cui si ritrova ancora a inseguire il Como di Fabregas.