Dal 2013 al 2014: appelli ignorati e declino confermato
Ottobre 2013. È passato un anno dal primo avvertimento e Agnelli torna sugli argomenti, invita la Lega Serie A e la Figc a muoversi: «Deve tornare a essere una controparte credibile e affidabile per tutti, deve avere il coraggio di prendere in mano i propri destini e affrontare i problemi con maggiore serenità e volontà di creare in sé e attorno a sé un consenso, senza il quale continueremo ad avere stadi decrepiti e mezzi vuoti, componenti della medesima Federazione che perseguono obiettivi particolari, tutele inadeguate dei nostri marchi di fronte agli abusi e alla contraffazione, leggi cervellotiche che si propongono di limitare la violenza ma ottengono solamente di limitare l’accesso ai tifosi».
Ottobre 2014, undici anni fa, Agnelli non molla: «Meno di vent’anni fa, Inghilterra, Spagna e Germania guardavano l’Italia come ad un esempio. Oggi ci hanno sopravanzato in qualsiasi parametro di riferimento, sia il livello dei ricavi, in termini di sostenibilità del business, in termini di risultati sportivi, in valori assoluti e relativi di riempimento degli stadi e ranking Uefa. Oggi fatichiamo a difendere la quarta posizione dal Portogallo…. Nessuna società italiana è stata in grado di crescere al ritmo di Real, Bayern, Barcellona e United: questo è un segno di un evidente limite strutturale che affligge il nostro calcio. Karl Krauss diceva che una delle malattie più diffuse è la diagnosi. Questo è verissimo, ma in questo paese in troppi hanno pensato che la malattia fosse inesistente. Solamente dieci anni fa, dai ricavi da stadio, la Serie A generava le stesse cifre della Bundesliga. Poco meno di quelli della Liga. E circa un terzo di quelli della Premier League. Eravamo già allora una tartaruga. Oggi siamo un gambero. Dieci anni dopo la Bundesliga e la Liga generano il doppio… Negli ultimi dieci anni, il calcio italiano è scomparso dagli schermi televisivi dei maggiori mercati occidentali e non ha saputo conquistarne di nuovi. Nello stesso periodo, Spagna e Inghilterra si dedicavano alla costruzione di brand davvero globali con evidenti riflessi sui ricavi commerciali delle singole società. Il calcio, il pallone, va riportato al centro del nostro comparto, mettendo al bando piccole operazioni di breve respiro. La revisione delle rose della Serie A, di cui si parla in questi giorni, è sacrosanta, ma deve essere sostenuta da una politica di immigrazione che sappia governare la situazione di un mondo in costante movimento e cambiamento».
Prodotto Serie A che non si vende all’estero, necessità di uno Ius soli sportivo, il problema degli stadi (sempre quello), la distanza dalle altre leghe europee. Leggere queste considerazioni proprio nei giorni in cui ci siamo lustrati gli occhi con Real-Bayern fa ancora più male, perché dà l’idea di quanto tempo e quanto soldi siano stati buttati dal calcio italiano. Anni sprecati in cui abbiamo fatto fermentare gli stessi problemi, lasciando sedimentare le conseguenze. Anni in cui non si è fatto niente. Anzi no, qualcosa si è fatto: si è affossata l’unica società che uno stadio lo ha fatto, che ha provato a innovare, che aveva come presidente Andrea Agnelli, cancellato dal calcio italiano. Chissà, forse proprio per quello che diceva.

