E dire che i pieni poteri, un tempo, glieli avevano consegnati su un piatto d’argento. Il rinnovo di contratto di Luciano Spalletti fino al 2028 - che oggi la Juve annuncerà prima di tuffarsi a capofitto sulla sfida di domani sera contro l’Atalanta - somiglia tantissimo ad un’intesa tramontata proprio nella carriera di Lucio. Estate 2005. Spalletti porta l’Udinese in Champions League al termine di un campionato straordinario, con tanti giocatori poi spediti in diverse big (da Jankulovski a Pizarro, passando per De Sanctis e Muntari). Patron Giampaolo Pozzo fa di tutto per tenere il tecnico, ormai promesso sposo della Roma. Si spinge persino oltre al ruolo dell’allenatore, proponendogli di diventare direttore tecnico dei friulani. Tentativo vano. Lucio lo raccontò così: «È una cosa uscita una volta a cena con Pozzo, in quei momenti in cui si alternano frasi serie ad altre meno serie. Io lo ringrazio per riconoscermi in grado di ricoprire anche altri ruoli, ma per adesso mi sento ancora un tecnico, un uomo di campo. Ho piacere di allenare, soprattutto ora che credo di aver svolto un buon lavoro».

A Napoli il suo paradiso calcistico
Va anche inquadrato il contesto: nel 2005 Spalletti aveva 46 anni e stava spiccando il volo verso le vette più alte del calcio italiano. Raggiunte poi a Napoli, il suo paradiso calcistico, la sublimazione di un’intera carriera. Nel 2026, però, gli orizzonti sono comprensibilmente cambiati. E Spalletti, mai come in questa fase del proprio percorso professionale, sente di essere pronto per essere investito anche di responsabilità che esulino dal mero campo. Confida di poter tracciare una vera e propria strategia di mercato. È lui il vincente in questa Juve, per cui avverte il dovere di guidare anche la società in determinati meccanismi. In questo senso, il club gli ha teso la mano: ha promesso una campagna di rafforzamento affine alle idee dell’allenatore, ha tracciato una lista di obiettivi con o senza accesso alla prossima Champions League e in generale ha fatto presente a Spalletti che la stella polare in vista della prossima stagione sarà ritrovare la competitività in Italia. C’è voglia di scudetto, alla Continassa. Affidare il futuro a Lucio, in qualche modo, rappresenta anche una piccola inversione di marcia sui programmi immaginati dieci mesi fa da Damien Comolli.
La missione
Basti pensare a come si sia pronunciato l’ad bianconero non più tardi di novembre, in occasione dell’Hudl Performance Insights, proprio sul rapporto con gli allenatori: «”Noi lavoriamo così, questi sono i nostri processi, i dati guidano la scelta dei giocatori, i calci piazzati, la prevenzione degli infortuni e molto altro. Se le va bene è così, altrimenti ci stringiamo la mano e ci salutiamo”. Il tecnico deve abbracciare questa filosofia». Ecco, scegliere un professionista “ingombrante” come Spalletti quale guida per l’immediato futuro porta immediatamente a smussare questi dogmi. A maggior ragione perché la missione della proprietà è quella di vincere subito. John Elkann per primo è stato convinto dall’idea dell’instant team. Di una squadra che, se migliorata con innesti che portino mentalità vincente, possa ragionare di nuovo da grande in pochissimo tempo. Le rassicurazioni ricevute da Spalletti vanno in questa direzione. Altrimenti, a 67 anni, non avrebbe mai messo la faccia per il progetto Juve. Anzi, avrebbe lasciato serenamente la penna sul tavolo, anche a costo di divincolarsi dall’adrenalina che consente agli allenatori di restare aggrappati al proprio mestiere anche quando la carta d’identità non è più lusinghiera.
