"Spalletti il più moderno di tutti, mi piace come comunica. Da Conte vorrei prendere la voglia di vincere"

Intervista a Floro Flores, il tecnico esordiente che ha riportato il Benevento in Serie B. L'ex Napoli e Sassuolo elogia l'allenatore della Juve: "Nessuno capace ad adattarsi alla rosa meglio di lui: è uno degli allenatori a cui mi sto ispirando"

Vincere non è mai scontato. Figuriamoci per un allenatore giovanissimo, alla sua prima esperienza nei professionisti. Antonio Floro Flores ci è riuscito a Benevento: a novembre Vigorito sceglie di cambiare rotta, esonerando il decano Gaetano Auteri e puntando sul tecnico della Primavera in carica da luglio. A distanza di cinque mesi i sanniti hanno riconquistato la Serie B. In una piazza in cui, negli ultimi dieci anni, sono passati allenatori importanti: da Roberto De Zerbi a Marco Baroni, passando per i campioni del mondo Pippo Inzaghi e Fabio Cannavaro. Non c’è stata gloria per tutti. Per Floro Flores, fresco di rinnovo fino al 2028, il bello viene adesso. 

Dalla Primavera alla prima squadra: la svolta decisiva

Floro Flores, ma se l’era immaginata così la sua stagione? «No, mai. Dopo la partita col Foggia, in cui la squadra aveva vinto con Auteri, il presidente mi ha chiesto di incontrarmi. “Ti devo parlare, puoi venire nel mio ufficio?”, mi si è gelato il sangue durante la telefonata».

E poi? «Mi chiese se me la sentissi di guidare la prima squadra. Non ho avuto esitazioni. Due giorni dopo sono diventato l’allenatore del Benevento».

Si è sentito subito pronto per questo salto? Con la squadra terza in classifica, aveva tanto da perdere... «Ho sempre voluto allenare i grandi. Ho iniziato nel 2020, dandomi un tempo massimo: se non ci arrivo entro 6/7 anni smetto, ripetevo a me stesso. Sono nei tempi che mi ero prefissato, ma per il Benevento avrei aspettato ancora. Sapevo che prima o poi la mia occasione sarebbe arrivata, Vigorito si fece sentire già quando raggiunsi la finale nazionale con l’Under 17. È un visionario ed è stato la mia fortuna più grande».

Qual è stato il momento in cui ha deciso che sarebbe diventato un allenatore? «A Bari, lì ho iniziato a studiare il modo di lavorare di Fabio Grosso: sono passati quasi dieci anni. Fino a qualche mese prima volevo solo smettere e godermi la famiglia, mi sono perso tanti momenti belli con mia moglie e i miei figli. Mi stavo spegnendo mentalmente. Anche alla Casertana, l’ultima tappa della mia carriera, non mi riconoscevo più. Nel 2020, quando ho iniziato a guidare lì l’Under 17, non ho avuto più dubbi. Alla vigilia della prima partita sudavo, non dormivo più come prima, come quando giocavo a calcio. In quel frangente è scattato qualcosa».

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Idee di gioco e modelli: da Spalletti a De Zerbi

Negli ultimi 15 anni, in Serie A, dalla Campania sono emersi sin da giovanissimi allenatori come Vincenzo Montella e Raffaele Palladino. Sente di ispirarsi un po’ a loro? «Loro sono bravissimi, ma di allenatori in questi anni ne ho seguiti pochi. Mi hanno colpito, in particolare, quelli che vedevo da calciatore».

A chi si riferisce? «Spalletti in primis. Adesso mi impressionano i percorsi di Italiano, De Zerbi e Fabregas. Amo un calcio propositivo, parto sempre da lì».

Perché proprio Spalletti? «Lo vedo da una vita: alla Roma faceva un calcio moderno. E ora alla Juve, vent’anni dopo, non ha perso questo spirito. Ha un’età importante, ma è il più giovane di tutti. Mi piace come comunica, anche a Napoli faceva un calcio spettacolare. Parliamo di un vincente, ha lavorato tanto su se stesso. Spalletti dimostra che non ci sono età per allenare. Spero un giorno di poterlo studiare da vicino, a fine campionato intanto andrò a Londra da De Zerbi».

Cosa la colpisce di Spalletti dal punto di vista tecnico e tattico? «Riesce a cambiare moduli facilmente, entra nella testa dei giocatori come pochi. Alla Juve sta valorizzando una squadra con la quale i suoi predecessori hanno faticato. Già De Rossi mi parlava benissimo di lui e pure quando giocavo a Udine era una fonte d’ispirazione per tutti: me lo descrivevano con un carattere particolare, ma con un talento spettacolare nella gestione del gruppo».

Lei da calciatore ha avuto anche Conte e Sarri, tra l’altro. «Da Conte vorrei prendere la voglia di vincere, la passione sfrenata: la scuola Juve gli ha dato una forte identità. Anche Ballardini è un esempio: ha una gestione spettacolare della squadra, ti fa stare bene. E poi Sarri, Di Francesco e Zeman: mi hanno fatto divertire col pallone tra i piedi».

Floro Flores il nuovo De Zerbi, partito proprio dal Sannio ad alti livelli. Firma? «Subito. Vigorito dice che gli ricordo De Zerbi: è un grande onore per me. Lavoro ogni giorno per raggiungere i migliori».

A chi dedica il suo primo trionfo in carriera? «Alla gente di Benevento: è bello vederli di nuovo sorridere. I complimenti dei bambini, per come vivo io il calcio, restano i più gratificanti di tutti».

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Vincere non è mai scontato. Figuriamoci per un allenatore giovanissimo, alla sua prima esperienza nei professionisti. Antonio Floro Flores ci è riuscito a Benevento: a novembre Vigorito sceglie di cambiare rotta, esonerando il decano Gaetano Auteri e puntando sul tecnico della Primavera in carica da luglio. A distanza di cinque mesi i sanniti hanno riconquistato la Serie B. In una piazza in cui, negli ultimi dieci anni, sono passati allenatori importanti: da Roberto De Zerbi a Marco Baroni, passando per i campioni del mondo Pippo Inzaghi e Fabio Cannavaro. Non c’è stata gloria per tutti. Per Floro Flores, fresco di rinnovo fino al 2028, il bello viene adesso. 

Dalla Primavera alla prima squadra: la svolta decisiva

Floro Flores, ma se l’era immaginata così la sua stagione? «No, mai. Dopo la partita col Foggia, in cui la squadra aveva vinto con Auteri, il presidente mi ha chiesto di incontrarmi. “Ti devo parlare, puoi venire nel mio ufficio?”, mi si è gelato il sangue durante la telefonata».

E poi? «Mi chiese se me la sentissi di guidare la prima squadra. Non ho avuto esitazioni. Due giorni dopo sono diventato l’allenatore del Benevento».

Si è sentito subito pronto per questo salto? Con la squadra terza in classifica, aveva tanto da perdere... «Ho sempre voluto allenare i grandi. Ho iniziato nel 2020, dandomi un tempo massimo: se non ci arrivo entro 6/7 anni smetto, ripetevo a me stesso. Sono nei tempi che mi ero prefissato, ma per il Benevento avrei aspettato ancora. Sapevo che prima o poi la mia occasione sarebbe arrivata, Vigorito si fece sentire già quando raggiunsi la finale nazionale con l’Under 17. È un visionario ed è stato la mia fortuna più grande».

Qual è stato il momento in cui ha deciso che sarebbe diventato un allenatore? «A Bari, lì ho iniziato a studiare il modo di lavorare di Fabio Grosso: sono passati quasi dieci anni. Fino a qualche mese prima volevo solo smettere e godermi la famiglia, mi sono perso tanti momenti belli con mia moglie e i miei figli. Mi stavo spegnendo mentalmente. Anche alla Casertana, l’ultima tappa della mia carriera, non mi riconoscevo più. Nel 2020, quando ho iniziato a guidare lì l’Under 17, non ho avuto più dubbi. Alla vigilia della prima partita sudavo, non dormivo più come prima, come quando giocavo a calcio. In quel frangente è scattato qualcosa».

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Idee di gioco e modelli: da Spalletti a De Zerbi