"Alla Juve non puoi vivacchiare, ci sono standard": a tutto Locatelli tra primi passi, vino e futuro

Il capitano bianconero si è concesso a una chiaccherata su Youtube della Lega Serie A, toccando tantissimi temi e raccontandosi a cuore aperto

Manuel Locatelli si è raccontato sul canale Youtube ufficiale della Lega Serie A. Un'intervista che ha spaziato fra diversi temi, seguendo però sempre un filo rosso: il Piemonte, simbolo di eleganza e tranquillità, come raccontato dallo stesso capitano della Juventus. Locatelli ha descritto come ha iniziato a giocare a calcio, i suoi primi passi nei settori giovanili delle squadre più forti del nostro paese e cosa significhi indossare una maglia importante come quella bianconera, con l'aggiunta della fascia da capitano al braccio. Manuel non si è limitato a parlare del mondo del calcio, ma ha allargato il campo dell'intervista parlando dell'eleganza di Torino e della qualità del suo cibo.

 

 

I primi passi di Locatelli

La storia di Locatelli comincia proprio sui campi di calcio, quando veniva allenato da suo padre: "Sono nato a Lecco l'8 gennaio 1998. Il calcio lo faccio da quando ho 3 anni e giocavo all'oratorio. È sicuramente parte del mio cuore e della mia vita. Ho iniziato a giocare a calcio nel Pescate, mi allenava mio papà, lì giocavo con mio fratello e giocavo con quelli di due anni piu grandi, poi sono andato all'Atalanta". Alla Dea Locatelli ruba l'occhio perché in campo si muove in maniera diversa: "Quando giocavo all'Atalanta c'era mio papà che si lamentava perché tutti i bambini andavano incontro alla palla e io ero l 'unico che prendeva il suo spazio e osservava. Mio papà diceva a mia mamma: 'Perché lui non va con gli altri? Sono tutti lì', e mia mamma giustamente non rispondeva. Un osservatore andò da mio papà e disse: 'Manuel ci piace perché non è come gli altri bambini: lui riconosce gli spazi, gioca di prima, è già più sveglio degli altri', e mio papà diceva a mia mamma: 'Vedi? Te l'avevo detto'".

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La crescita e l'arrivo alla Juve

Locatelli poi continua a ripercorrere la sua carriera: "Poi dopo sono andato al Milan e ho fatto tutta la trafila al Milan da undici anni fino a diciannove. Dopo sono diventato grande: sono andato al Sassuolo e poi sono venuto alla Juve". Il centrocampista poi si sofferma sulla sua infanzia: "Non mi sono goduto magari l'infanzia di altri bambini da un punto di vista della spensieratezza però ho avuto la fortuna di riuscire a realizzare quello per cui ho lottato per tutta la vita, quindi questo lo vedo come un privilegio sicuramente". Alla Juve, e a Torino, si è trovato molto bene: "Credo sia importante sposare il luogo dove vai. Devi entrare in confidenza con l'ambiente. Torino credo sia una bellissima città dal punto di vista estetico: molto elegante, molto fine".

 

 

Locatelli fuori dal campo

"Nel tempo libero mi piace cercare di essere un ragazzo normale, che va al parco coi bambini, siamo là che giochiamo. Cerco di fare una vita tranquilla, quotidiana, come tutte le persone, che si riesce a fare anche abbastanza bene qua a Torino e in queste zone. Le persone sono tranquille non c'è quella cosa del tifoso pesante anzi ti lasciano stare tranquillo. Non è quella cosa stressante che magari c'è in altri posti. Si mangia benissimo qua, il vino mi piace tantissimo. Appena sono arrivato sono andato a visitare le Langhe. Abbiamo un super appassionato in spogliatoio che è Perin, che ama il vino in una maniera incredibile. Mi piace tantissimo: qua c'è il Barolo, il Barbaresco. Ho un bellissimo rapporto col vino. È chiaro che non posso berlo tutti i giorni, però quando vado a cena fuori sicuramente un bel calice di rosso me lo faccio. Il piemontese è preciso e credo che questo sia il motivo per cui il vino e cosi buono. Sono legatissimo all'Italia, alla tradizione italiana. Amo il nostro paese veramente tanto. Magari un giorno, chissà, andrò a visitare l'estero e mi innamorerò dell'estero, ma non lo so. Adesso amo l'Italia".

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La ricerca della leggerezza

Locatelli ha parlato anche dell'importanza di trovare dei momenti dove staccare la spina: "Credo che avere dei momenti per pensare ad altro sia fonddamentale, perché se uno è troppo focalizzato solo su una cosa rischia solamente di fare peggio. Invece delle volte pensare ad altro ti rasserena, ti dà un po' di quella leggerezza che serve. Viviamo sempre sotto stress e per noi è fondamentale avere momenti e modi di avere leggerezza. Con i bambini è più semplice perché comunque ti fanno pensare ad altro per forza di cose. Ti impegnano sempre su tutto: giochiamo, ci divertiamo ed è un modo per staccare la testa. Cerco di essere me stesso in ogni occasione. È chiaro che fuori dal campo devi essere sempre disponibile perché devi rimanere sempre umile, mentre in campo non ci sono amici, però bisogna sempre rispettare gli altri, rispettare quello che si è".

I capitani della Juve

L'intervista si sposta poi nella sala dove sono raffigurati tutti i capitani della Juventus e Locatelli non nega che un giorno gli piacerebbe vedere anche la sua fotografia in mezzo a quelle delle leggende bianconere. "Qui ci sono tutti i capitanti della Juventus. È un mio sogno un giorno essere qui. Ho avuto la fortuna di conoscerne tantissimi. Tanti sono miei amici: Giorgio (Chiellini ndr) e Leo (Bonucci ndr) sono venuti al mio matrimonio. Gigio (Buffon ndr) l'ho conosciuto bene in Nazionale. Del Piero è l'idolo di tutti e abbiamo un bel rapporto. Qui c'è Luca (Vialli ndr) che per me è stato una persona d'oro, una persona con cui ho vinto l'Europeo che è sempre nel mio cuore. È una persona fantastica. Continuo a pensarlo e a pregare per lui", spiegando poi cosa significhi per lui indossare quella fascia: "Essere il capitano è qualcosa di unico. Anche parlarne mi emoziona. Per me è una responsabilità doppia perché sono il capitano e devo dare l'esempio tutti i giorni. Ho una responsabilità anche nei confronti di mio fratello, della mia famiglia, di mia mamma, mio papa e mia sorella. Quando gioco devo giocare anche per loro e per tutti quelli che tifano la Juve".

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La domenica a casa Locatelli

Il capitano della Juve spiega come si vivono le partite a casa sua: "La domenica della mia famiglia è mio papà che cerca sempre di venire allo stadio con mio zio. Mi seguono ovunque, fanno le macchinate. Mia mamma che spera che mio papà va allo stadio cosi può vedere a casa la partita tranquilla, perché se c'è mio papà ci mette troppa agitazione. Avendo due bambini ho anche la responsabilità nei confronti dei bambini. Mia moglie cerca di fargli vedere qualcosa e sicuramente sento il loro sostegno ed e una cosa bella. Una cosa bella quando le cose vanno bene, perché quando le cose vanno male non riesco a sentire i miei genitori perché parleremmo solamente di quello e quindi non ci parliamo". E cosa avrebbe fatto Manuel Locatelli se non avesse fatto il calciatore? "Se non avessi giocato una volta ho detto che avrei fatto l'investigatore. Mi piacciono i film thriller, i film gialli, quindi magari mi immaginavo di risolvere dei casi. Per fortuna ho fatto il calciatore e mi tengo stretto quello che sono e darò tutto per continuare a farlo (ride ndr)".

Perché la gente ama il calcio

"Credo che la gente ami il calcio perché è uno sport che possono praticare tutti. La cosa più bella secondo me è vedere i bambini nelle strade giocare. È uno sport che accomuna, perché è uno sport di squadra, genuino, perché poi alla fine si può dire quello che si vuole ma se si arriva a questi livelli è perché uno se lo merita. A chi arriva il consiglio, innanzitutto, è quello di osservare quello che fanno gli altri con calma. Il primo giorno che arrivi capisci dove ti trovi, devi osservare chi c'è qui da più tempo. Io ho avuto degli insegnanti stupendi in questo. Ho avuto Chiellini, ho avuto Bonucci. Non sono solo i giocatori, tantissime volte mi fermo a parlare con i fisioterapisti, con i magazzinieri, con tutte le persone che conoscono l'ambiente. Ti insegnano tantissimo di cosa sia la Juve. Non è un posto dove tu vieni e vivacchi. Non puoi vivacchiare qua. Non c'è tempo di allenarsi una volta bene e una volta male. Un anno e vai via. Devi dare tutto quello che hai. Il top di quello che c’è è quello che ti richiede questa maglia. Questi sono gli standard per stare alla Juventus".

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Il futuro di Locatelli

L'intervista si conclude con Locatelli che prova a ipotizzare come sarà la sua vita dopo quella da giocatore e il capitano della Juve ha un solo desiderio: "Quando smetterò di giocare, in un futuro lontanissimo, mi auguro che la gente dica: 'Guarda, Manuel ha sempre dato il cuore per questa maglia', questa è una cosa che mi piacerebbe venga riconosciuta, è un sogno che ho". L'ultimo passaggio riguarda cosa direbbe il Locatelli di oggi a quello che ha mosso i primi passi nel Pescate? "Non è facile immaginare cosa poter dire al me piccolino. Gli direi di essere una brava persona e quando fai una cosa devi dare tutto quello che hai, perché la cosa più brutta nel mondo, e nel calcio, è avere rimpianti. Questo è quello che gli direi".

 

 

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Manuel Locatelli si è raccontato sul canale Youtube ufficiale della Lega Serie A. Un'intervista che ha spaziato fra diversi temi, seguendo però sempre un filo rosso: il Piemonte, simbolo di eleganza e tranquillità, come raccontato dallo stesso capitano della Juventus. Locatelli ha descritto come ha iniziato a giocare a calcio, i suoi primi passi nei settori giovanili delle squadre più forti del nostro paese e cosa significhi indossare una maglia importante come quella bianconera, con l'aggiunta della fascia da capitano al braccio. Manuel non si è limitato a parlare del mondo del calcio, ma ha allargato il campo dell'intervista parlando dell'eleganza di Torino e della qualità del suo cibo.

 

 

I primi passi di Locatelli

La storia di Locatelli comincia proprio sui campi di calcio, quando veniva allenato da suo padre: "Sono nato a Lecco l'8 gennaio 1998. Il calcio lo faccio da quando ho 3 anni e giocavo all'oratorio. È sicuramente parte del mio cuore e della mia vita. Ho iniziato a giocare a calcio nel Pescate, mi allenava mio papà, lì giocavo con mio fratello e giocavo con quelli di due anni piu grandi, poi sono andato all'Atalanta". Alla Dea Locatelli ruba l'occhio perché in campo si muove in maniera diversa: "Quando giocavo all'Atalanta c'era mio papà che si lamentava perché tutti i bambini andavano incontro alla palla e io ero l 'unico che prendeva il suo spazio e osservava. Mio papà diceva a mia mamma: 'Perché lui non va con gli altri? Sono tutti lì', e mia mamma giustamente non rispondeva. Un osservatore andò da mio papà e disse: 'Manuel ci piace perché non è come gli altri bambini: lui riconosce gli spazi, gioca di prima, è già più sveglio degli altri', e mio papà diceva a mia mamma: 'Vedi? Te l'avevo detto'".

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Il futuro di Locatelli