La più bella di tutte: 17 novembre del 2002, il Toro è alle prese con una stagione stralunata, sedicesimo in classifica e con il morale (già) a terra. La Juve è prima: guarda tutti dall’alto verso il basso, si sente forte e alla fine di quella stagione raggiungerà pure la finale di Champions. Soprattutto, ecco, sente di avere il miglior giocatore al mondo, che è Pavel Nedved, Pallone d’Oro a fine anno. Come da pronostico, la partita è senz’appello, ma diventa pure un’ulteriore consacrazione. Il motivo? Pavel Nedved aprirà le danze con un tocco per Del Piero dopo appena sei minuti. Al 33’, il passaggio giusto per Di Vaio. Al 52’? Eh, si mette in proprio: sinistro e secondo gol stagionale, terzo del match, che si chiuderà 4-0 con il contropiede di Davids su assist di Zalayeta (con tanto di parata di Buffon su rigore calciato da Marco Ferrante). Inarrestabile, quella Juve. Enorme, quel Nedved a disposizione di Marcello Lippi, che infatti gli aveva cucito la trequarti su misura, un vestito sartoriale che al talento della Repubblica Ceca cascava a pennello. In generale, ecco, era il derby a tornare molto utile a Pavel: 10 presenze - proprio come Platini -, comprese le due con la maglia della Lazio, che si fanno trasformazione quando veste la maglia della Juventus.
Non si è mai fermato
Non si è mai fermato, del resto, la “Furia” bionda: nei suoi primi quattro derby ha messo insieme cinque assist e un gol, prendendosi la briga spesso di deciderli. Del resto, nel 2001-2002, erano stati due pareggi spettacolari, il 3-3 dell’andata e il 2-2 del ritorno. Quindi le (quasi) solo vittorie da lì in poi. Con il 6-0 totale nel 2002-2003, e i due successi di corto muso nel 2008-2009, quando Juve e Toro forse somigliavano molto più a ciò che sono oggi. Ossia, due percorsi interlocutori, certo ben lontani dai fasti di un tempo. Eppure con qualche giocatore che aveva colpi, soluzioni, quell’immaginazione fondamentale per essere sostanzialmente un fuoriclasse. Ché senza fantasia, in fondo, lo si è praticamente mai. Nedved è stato quello ed è stato, nel suo ultimo viaggio bianconero, spesso acqua nel deserto. Con l’attitudine - se possibile - ancor prima della qualità di cui disponeva, inevitabilmente determinante. Tra le tante battaglie, resta da ricordare l’ultimissima. Era il 26 febbraio del 2008, uno 0-0 scialbo e nervoso. La Juventus era quella di Ranieri, Pavel l’esterno a sinistra del 4-4-2 mobile a cui Sir Claudio non rinunciava proprio mai. Sull’altro lato, Palladino, poi sostituito dopo aver rimediato un giallo frutto della rabbia accumulata da almeno un’ora di gioco di niente. Nel giro di mezz’ora, l’ultima, il gioco era diventato spezzettato e le chance praticamente si sono annullate.
L'ultimo a provarci
L’ultimo a provarci? Ovviamente Nedved, che si era visto negare un rigore dopo appena 5 minuti, e che ha chiuso la sua partita, l’ultima stracittadina di sempre, con una tiratina di capelli su Comotto e annessa rissa. Ed espulsione diretta, lo stadio inferocito, almeno un’emozione nelle difficoltà di una prestazione senza impatto. Almeno quello, il derby, l’ha sempre concesso alla sua storia: anche quando c’era poco da giocare, almeno per una delle due parti, l’aria è diventata ugualmente più robusta e i respiri si sono fatti più corti, dando l’immagine di un tesoro da scoprire, di una vittoria da conquistare. E a tutti i costi. Nedved, più di molti altri, è stato bandiera e portavoce di quel modo di fare: aveva il talento dalla sua e la Juventus ha aggiunto quella voglia feroce di conquistare centimetro dopo centimetro, per cui mollare non è affatto consentito. Anche se sei alla fine della tua corsa calcistica, anche se è l’ultimo derby della tua vita, anche se hai vinto il Pallone d’Oro e sarai ricordato a prescindere come uno dei migliori giocatori della storia.
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