La salvezza? Un passo già fatto al di là del caos e oltre il crollo del settore Z. Quello che nella notte del 29 maggio 1985 stroncò la vita di 39 innocenti, accorsi in Belgio per assistere all’ultimo atto della Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Eppure, Roberto Lorentini scelse di voltarsi e rientrare in quell’Inferno di acciaio, per cercare di afferrare il respiro di un connazionale, stringendo le mani attorno a una vita che si spegneva. Al costo di perdere la propria. L’impronta concreta di un’identità che nemmeno la spinta del terrore avrebbe potuto scucirgli di dosso. Quella tragedia ha lasciato un’ombra lunga 41 anni, che il figlio Andrea - oggi presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime dell’Heysel - cura giorno dopo giorno. Non con il rancore, ma trasformando il vuoto di un’assenza nel presidio di una memoria pulita, civile, ostinata. «Papà era medico, e scelse di essere se stesso fino alla fine - racconta Andrea Lorentini -. Si era messo in salvo al momento delle prime cariche degli hooligans, ma tornò indietro per prestare assistenza a un ragazzino di 11 anni in fin di vita, Andrea Casula. La più giovane vittima dell’Heysel. Un gesto che gli è valso il conferimento della medaglia d’argento al valore civile da parte dell’allora Presidente della Repubblica».

"Heysel, si respira ancora troppa ignoranza"
Lei aveva solo tre anni al momento della tragedia. Quando ha avuto modo di processare il lutto, non ha provato rabbia sapendo che suo padre si sarebbe potuto salvare?
«Non gli rimprovererò mai quel gesto. Era un uomo generoso, amava spendersi per aiutare gli altri. Un paio di anni fa, il Liceo di Arezzo - dove ha studiato per anni - ha scelto di intitolare l’aula di biomedicina in suo nome. Nel corso della cerimonia, c’erano alcuni dei suoi ex compagni e uno di loro scrisse questa frase sulla lavagna: “Fin da adolescente, Roberto voleva fare il medico, e ha vissuto fino all’ultimo come tale”. Nel mio piccolo, cerco di tramandare ai ragazzi delle scuole la sua preziosa eredità morale, in un mondo in cui si sono persi i valori più importanti. Dal rispetto, all’altruismo, passando per la capacità di convivere con l’altro».
Secondo lei, cos’è che non si è detto o si è detto troppo poco dell’Heysel?
«Non saprei, di certo si respira ancora troppa ignoranza sul tema. O meglio: si tende ad alimentare il dibattito sui dubbi circa il rigore di Platini, l’utilità del giro di campo della Juve o il fatto che il giorno dopo avrebbero dovuto restituire la coppa. Ma così facendo ci si perde il focus del discorso: le vittime. Persone innocenti che hanno perso la vita per una semplice partita di pallone. Per non parlare dei feriti, di chi fa i conti tuttora con shock post-traumatici e dei familiari, che hanno dovuto imparare a convivere con il dolore. Il nostro impegno, come associazione, è quello di tener viva la memoria dei nostri cari, riempiendola con iniziative di educazione civico-sportiva».
