Il no di Conte, Gasperini cestinato e la pernacchia mercato: tutte le sbandate di Comolli alla Juve

A soli 12 mesi dall’approdo in bianconero, l’ad vede già il suo operato sotto la lente di Elkann: per salvare la scrivania servono risposte concrete sul mercato entro la fine di giugno

TORINO - Premessa: ora più che mai, occorrono rigore e trasparenza. Gli unici poli da prendere in considerazione sulla “bussola critica”, per non correre il rischio di perdersi dietro alla logica degli eventi. Soprattutto i più recenti. Dodici mesi di operato non bastano per emettere sentenze definitive. Ed è importante sottolinearlo, dal momento che la Juventus negli ultimi anni, ha pagato a caro prezzo il vizio di tritare i propri dirigenti con la solita fretta autolesionista. Ma non si può nemmeno far finta di niente di fronte a un bilancio che sanguina. Lo sa John Elkann, e lo sa - in cuor suo - pure Damien Comolli, a 365 giorni esatti dal suo approdo nell’universo bianconero. 

Comolli e il fallimento progettuale

Gli umori di allora? Ben diversi. L’ad (all’epoca ancora Direttore Generale) si trovò a fare i conti con una squadra disorientata, sì, dai continui up&down emotivi della stagione, ma comunque rinvigorita dalla qualificazione in extremis in Champions League. L’agenda richiedeva prontezza e volontà: la Juve, di lì a pochi giorni, sarebbe partita per il Mondiale negli Stati Uniti, con diverse questioni spinose ancora de definire: le cessioni di Weah e Mbangula; il prolungamento dei “noleggi” di Chico e Kolo Muani; e l’imminente summit con Vlahovic, per definire i dettagli di un addio inevitabile. Ma soprattutto, la necessità di sciogliere la riserva sulla panchina. E cioè scegliere se continuare con Tudor, forte del placet del gruppo squadra, o se battere piste alternative. Ed è proprio qui, che risiede il primo peccato originale dell’ad bianconero. Il fatto di aver confermato Tudor più per mancanza di alternative che per reale convinzione sulle potenzialità del suo operato.

Dopo il “no” secco di Conte, fu proprio Comolli a cestinare l’opera diplomatica di Chiellini con Gian Piero Gasperini. È bastata una telefonata di 5 minuti tra il dg e l’ex tecnico della Dea, per irrigidirlo e convincerlo a sposare il progetto giallorosso. Da lì, la riconferma di Tudor, sconfessata all’ottava giornata di campionato dopo il ko con la Lazio; il braccio di ferro perso con Dusan, rimasto contro i voleri di Comolli per liberarsi a parametro zero, e quello con il Psg per Kolo Muani, girato in extremis in prestito dai parigini - stizziti per il fare dell’ad - al Tottenham. 

Errori e cortocircuiti

A conti fatti, la genesi del successivo fallimento progettuale: l’acquisto di Openda a 43 milioni. Per non parlare della cessione di Alberto Costa, in favore di Joao Mario. O dell’acquisto di Zhegrova, appena rientrato dalla pubalgia e su cui filtravano non pochi dubbi circa la sua tenuta fisica. Da lì, l’epopea per ingaggiare il ds, arrivato solo lo scorso gennaio, e l’incapacità di assecondare l’unica richiesta di Spalletti per il mercato invernale: l’acquisto della punta fisica, con tanto di “pernacchia” di En-Nesyri. E se è vero che i rinnovi di Yildiz e McKennie avevano, in parte, ricucito i rapporti di Comolli con Spalletti, il tappo è saltato nuovamente a seguito degli sforzi vani per il rinnovo di Dusan - su cui si era speso lo stesso Lucio - e dei colpi dati per fatti e poi sfumati di Alisson e Robertson.

Errori di valutazione, cortocircuiti diplomatici figli della negligenza e di una gestione tecnica che ha finito per scontentare tutti. Ora la palla passa a John Elkann: l’operato di Comolli da qui al 29 giugno (quando aprirà il calciomercato) sarà sotto esame. Per salvare la scrivania non basteranno i bilanci previsionali in ottica “break even”. Servono i fatti. Tradotto: sfoltire subito la rosa con un paio di cessioni e piazzare un acquisto immediato che possa rassicurare Spalletti. Uomo avvisato… 

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