“Ognuno è figlio del suo tempo, ognuno è libero col suo destino: chiudi gli occhi e vai in Africa, Dusanino!”. Il suggestivo richiamo alla canzone di De Gregori ci offre lo spunto ideale per analizzare la situazione contrattuale di Dusan Vlahovic, che non è certo il Celestino (sia esso Veltroni o il papa del “gran rifiuto” secondo le interpretazioni) citato dal Principe della Canzone, ma che dalle parti dell’Africa, o giù di lì, rischia davvero di andarci a giocare. Perché non è che ci sia sta coda di pretendenti per l’attaccante serbo, nonostante il plus rappresentato dal fatto che tra poco più di una settimana (il 30 giugno) andrà a scadenza e finora si sono fatti vive solo un paio di club arabi e il Besiktas di Italiano in Turchia. Insomma: non proprio Africa, ma giù di lì. Dalle big europee finora non si registrano invece segnali e questo indispettisce parecchio l’entourage del serbo, a partire dal padre Milos, che si era evidentemente illuso per via dei refoli che il vento di Primavera aveva soffiato da Monaco di Baviera, da Madrid (sponda Atletico del Manzanarre) e da qualche provincia della Premier League.
Vlahovic, oltre la Juventus c'è poco
Ma la Primavera, si sa, è illusoria negli amori perché risveglia gli ormoni prima che subentri la razionalità: quella che pesa poi più concretamente sulle scelte di mercato. E insomma, per quanto uno sia (legittimamente, per carità) convinto di sé e delle proprie qualità, questi sono segnali che sarebbe da superficiali trascurare. E non pensiamo che Dusan e il suo gruppo di lavoro lo siano. Casomai - ancora una volta - molto convinti di sé, come confermano le richieste avanzate alla Juventus durante le recenti discussioni per un rinnovo di contratto: un biennale a 8 milioni a stagione bonus, bontà sua, compresi più una serie di premi alla firma che si aggirano intorno ai 10 milioni. Alla base di questa richiesta c’è anche una valutazione comparativa che, tra l’altro, (ri)apre uno squarcio sulle dinamiche dei rapporti che sottostavano alle dinamiche interne del gruppo squadra. Perché di fronte all’offerta della Juventus per il rinnovo, un biennale a 6 milioni, l’attaccante serbo ha risposto “ma secondo voi, io posso guadagnare meno di David?”. Secondo loro evidentemente sì, e probabilmente secondo anche molti altri che ovviamente conoscono le richieste di Vlahovic e che, è un fatto, se ne stanno in attesa.
Il rischio di Vlahovic
Eccolo, dunque, il rischio che corre l’attaccante serbo: rimanere con il cerino in mano mentre tutto attorno il mosaico delle rose di vari club si compone. E, di conseguenza, ridursi a fine estate con la necessità di accettare qualcosa pur che sia. Sull’altro piatto della bilancia va, per onestà, poggiato il peso non indifferente della difficoltà di trattare con Damien Comolli che, raccontano, non aveva lasciato molti margini di discussione. Adesso l’interlocutore è diverso e si possono evidentemente modificare toni e approcci, ma pur mettendo attorno al tavolo i sorrisi e l’affabilità al posto della (proverbiale) alterigia francese, resta comunque la posizione del club: non si va oltre i 6 milioni di contratto. Una posizione intangibile, anche perché a Torino sono convinti di aver già contribuito con generosità all’incremento del conto corrente di Vlahovic che chiuderà l’accordo con un ingaggio di 12 milioni netti. Una cifra fuori mercato, non solo per la Juventus.
Juve-Vlahovic: è stata fatta la scelta giusta?
E certo non c’è nulla di più facile, e pure un poco sgarbato, che dare consigli agli altri (ma poi, perché?), ma vien da chiedersi se davvero Dusan e i suoi consiglieri stiano percorrendo la strada giusta o se invece ne abbiano imboccato una stretta e senza uscita.
In fondo al ragazzo piace l’ambiente di Torino, dove continua a vivere in centro e a curarsi (eh già...); i tifosi, pur tra inevitabili alti e bassi, lo stimano e apprezzano la grinta e la voglia di battersi che fa dimenticare qualche svarione tecnico di troppo (specialmente se parametrato alle cifre di cui sopra); ma soprattutto gode della fiducia di Luciano Spalletti che più volte ne ha elogiato le caratteristiche e ne ha lamentato l’assenza. E insomma, vale la pena lasciare il certo per l’incerto e andare in Africa (o giù di lì), Dusanino?
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