Torino Atp finals: la leggera, insostenibile pesantezza di Djokovic

In un'ora ha annichilito Rublev, che contro Medvedev era parso solidissimo anche di testa. Un prodigio di atletismo e ostinazione, sfidando le leggi della fisica. "Voglio dimostrare a questi giovanotti che me la gioco ancora..."
Torino Atp finals: la leggera, insostenibile pesantezza di Djokovic© ANSA

TORINO - Due sere fa, contro quell’altro bel tipo di Medvedev, Andrej Andreevic Rublev era sembrato - oltre al gran giocatore che è - un monolite tennistico: totale collegamento braccio-gambe-mani-piedi-testa. Qualcosa di perfetto, o quasi; sicuramente qualcosa di travolgente. Oggi nel primo pomeriggio, al cospetto di Novak Djokovic, è sembrato uno sbarbatello alle prime armi. Qualche colpo a effetto, così, per farsi vedere e applaudire dagli amichetti e dalle amichette, e farsi dire bravo da papà e mammà, ma poi a casa. L’altro, magnanimo ma soprattutto furbo, a fargli clap clap con i polpastrelli sul piatto corde a fronte di un sublime rovescio slice in contropiede, che lo sorprende a rete depositandosi a terra dopo esser passato d’un pelo sopra il nastro, con tanto di smorfia ammirata: però, ragazzo! Però, ragazzo, ripassa.

Il logorio dei nervi

Lo ha rispedito negli spogliatoi nel giro di un’oretta, Nole. Un tempo di gioco quasi umiliante, a questi livelli, per una competizione che non c’è mai stata. Una sola vera chance di far male al Djoker, ha avuto il russo, rientrando (forse) in partita. Appena perso il primo set, fotografato immobile da un rovescio lungolinea fenomenale alla prima palla break concessa, Rublev si è messo forse a rimuginare sulla chiamata out (sbagliata) d’un giudice di linea che nel 10° gioco gli avrebbe dato il primo 15, avviandolo verso il 5 pari e un possibile tie-break; la correzione dell’arbitro e la conferma del falco (chiesto da Djokovic tanto per rompere un po’ le scatole e accentuare la rosicata) hanno soltanto innervosito il moscovita che in quel game ha finito con l’incartarsi fino a cederlo ai vantaggi: 6-4. In avvio di secondo, appunto, l’occasione: niente di che, ma lì significativa assai. Primo gioco, Nole al servizio tira due secondi il fiato, va sotto 15-30, scende a rete, concede un passante giocabile al rovescio di Rublev, ma questo lo allarga in corridoio. E lì capisce. Capisce che non ce n’è, a ‘sto giro. Infatti caccia un urlo bestiale, si dà probabilmente dell’inetto, l’altro fa spallucce, chiude con i soliti ace più o meno diretti (81% di prime: parliamone), poi va a rispondere e a brekkare.

Djokovic-Rublev: risposte, piedi e racchette per terra

Rispondere, oddio. Quelle di Djokovic non sono risposte. Sono magie tentacolari, sono prodigi di atletismo e ostinazione, sono atti di fede in una struttura muscolare e ossea smagliante, sono giochi di piedi e movimenti di anca che in un essere umano normale partirebbe per la tangente. Tanto che spesso, violando così le leggi della fisica e le dinamiche del fisico, conducono la racchetta di Nole a sbattere per terra, producendo quel rumore all’incontro col cemento che ti fa supporre una resistenza allo stremo, e invece riecheggia nel cervello dell’avversario. Quando non bucano subito la racchetta, ti fiaccano i neuroni, ti intorpidiscono la lucidità, le risposte di Djokovic. Sono mazzate negli zebedei, che tornano e si ripropongono di continuo, anche in replica ad attacchi che contro chiunque altro risulterebbero vincenti. Te la ributta sempre di là, il Djoker. Ti fa sempre giocare il cosiddetto colpo in più. E prima o poi lo sbagli, uno di quei colpi: magari facile come lo schiaffo al volo che il russo, esaurito, affossa in rete trasformando una palla game per sé in una palla break per il dirimpettaio. E le racchette per terra ha cominciato a sbatterle Rublev, ma per frustrazione.

Hai presente Cassius Clay? Djokovic alla Alì

Punge come un’ape e vola come una farfalla, Nole in versione Muhammad Alì. Leggero e insieme pesantissimo, come le (poche) seconde palle servite, arricchite di un carico extra d’effetto e precisione che le rendono apparentemente ghiotte per una risposta vagheggiata vincente e invece destinata quasi sempre fuori bersaglio, oppure a uscire moscia come un pallone sgonfiato. Anche se hai un dritto da urlo come Rublev. Al quale, dopo un po’, ma poco davvero, è andato in pappa il cervello. Flambé. Emblematico - ma più che altro esemplare per chi volesse studiare la differenza tra un fenomeno e un gran giocatore - l’istante (a secondo set ormai già bell’e andato senza storia, dopo un primo almeno combattuto) in cui Nole si è presentato a rete un po’ così, come gli era venuto, ricacciando di là una palla sghemba e rimbalzante talmente lenta da armare il dritto a colpo sicuro di Rublev, a campo sguarnito; addirittura, Djokovic si è spostato a sinistra, liberando tre quarti di campo alla propria destra, in modo plateale, quasi ostentato; il venticinquenne russo deve aver pensato ci fosse un trucco sotto, per cui invece che incrociare nell’ampia parte sguarnita ha improvvisato un lungolinea, per la serie almeno stavolta ti faccio vedere io. Certo, come no: Nole stava lì come un falco, altro che hawk-eye, volée comoda e via andare. A vincere 6-1. Ingiocabile, insostenibile.

Un po' di pressione: l'ammissione di Djokovic

Dirà, poi, di essere stato caricato dalla notizia di poter partecipare, nel prossimo gennaio, agli Australian Open (lo Slam a lui più caro: 9 trionfi, record assoluto e forse eterno) dopo una stagione da reietto per ribellione al Covid, bastiancontrarismo che lo aveva reso inviso a tanti che oggi nuovamente lo applaudono. In realtà, la vera motivazione gli era scappata a caldo: “Mi sento molto motivato, qui, perché ci sono tanti giovani in questo torneo, i migliori al mondo, e voglio dimostrare che me la gioco ancora. Mi sembra che non stia andando male…”. Trentacinque anni e non solo non sentirli, ma ancora lì a dar lezioni di tennis. Con quella faccia un po’ così, con quel ghigno un po’ cosà. “Credo di aver messo un po’ di pressione al suo servizio”. Un po’ di pressione, capito? Ma solo un PO’.

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