Alcaraz e il +3000 su Sinner: Doha sancisce, ma c'è ancora partita?

Imbarazzante la superiorità in una finale mai cominciata contro Fils e il divario con Jannik aumenta: «Mi do un voto alto, in questo match mi è riuscito tutto».

Va per le spicce, Carlos Alcaraz, ha il passo di chi si pone in testa al gruppo e detta ritmi opprimenti. Martellante nei colpi che produce, devastante nelle intenzioni che lo guidano prima ancora che negli effetti che provoca, simili a eventi naturali di erosione in tutto ciò che lo circonda, che meriterebbero valutazioni scientifiche di esperti geologi. Gioca un tennis che solo in paradiso è dato vedere, o forse all’inferno, se è vero che il tennis l’hanno inventato lì. E lo gioca con la facilità di chi, al momento, sa di non avere avversari. Cerca il punto su ogni colpo, fa esplodere mortaretti da posizioni impossibili. È il Numero Uno, e sembra dirci che non ne avremo altri al di fuori di lui.

No game!

Ventiquattro minuti per il 5-1 nel primo set, altri cinque per il 3-0 nel secondo. Arthur Fils (c’è Ivanisevic che gli fa da coach), gioca il miglior colpo quando decide di spaccare la racchetta. Sul match point Alcaraz trova un passante di inaudita violenza sullo smash colpito dal francese. La finale dura 50 minuti, ed è inutile descriverla. Carlitos utilizza tutto l’arsenale a propria disposizione, un’immensa santabarbara nella quale si muove a proprio agio, trovando sempre il colpo che gli serve, quello che fa più male. Raramente ho visto un Numero Uno risultare così dominante. Federer nei primi anni del proprio dominio. Nadal in alcune finali di Parigi. Djokovic nell’anno in cui ha sfiorato il Grand Slam. Carlos ha aggiunto ai colpi di assoluto valore, la calma dei nervi distesi, i sorrisi che distribuisce felice di poterlo fare, la solidità che ha visto in Sinner e ha voluto anche lui. «Un anno fa me ne andai da Doha infelice», dice a fine partita. Ma sembrano tempi lontani. Allora Carlitos lottava con se stesso e con Sinner. Diceva di avvertire la presenza di Jannik come uno sprone, ma c’è da chiedersi se sia ancora così. I due mesi iniziali del 2026, le 12 vittorie e i 2 titoli conquistati (Melbourne, Doha), hanno portato Alcaraz su livelli che cambiano prospettive e calcoli, anche quelli di Sinner. C’è da inseguire, e sarà una lunga rincorsa. Si può ipotizzare qualche suo appannamento. Ma un fatto è certo, Carletto non è più il bambino pià forte della nidiata, è un tennista che ha imparato a dominare e vuole sempre di più, convinto di potersi prendere tutto.

+3000 su Jannik

«Mi do un voto alto, è stata una buona settimana, chiusa con una finale in cui mi è riuscito tutto. Fils è un ottimo tennista, da poco uscito da un infortunio lungo otto mesi ma già in grado di arrivare a una finale». Parole dolci, dopo una sconfitta devastante. Il divario con Sinner torna sopra i 3000 punti (3150). Doha doveva essere l’inizio della rincorsa, Alcaraz ne è uscito con 300 punti in più. Si va verso Indian Wells e Miami, ed è giusto chiedersi se vi sia ancora partita, tra i due. Io dico di sì. Ovvio che Sinner debba ritrovarsi e rilanciarsi, ma ha 10.400 punti dalla sua, un’infinità, e nei prossimi mesi potranno solo crescere. I media spagnoli gli sparano addosso. “È in crisi!”, «Non sa più vincere”, c’è addirittura chi lo incolpa di non aver saputo garantire quelle finali che il tennis attendeva. Succede quando i giornalisti scrivono nello stile dei social. La verità è che Sinner resta l’unico che possa raggiungere Alcaraz e sperare di batterlo. E il tennis a due è meglio del tennis con un solo uomo al comando.
 

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