Qualcuno finirà per chiamarlo Gruppo. Italia, italiano o tricolore che sia, il seguito è di facile aggiunta. Ma chi conosce il tennis sa che l’unica cosa impossibile è che le ragioni dei tanti possano diventare la ragione del singolo. Non succede mai, Davis a parte. Del resto, come potrebbe? Sono tre i nostri tennisti giunti ai quarti di finale del Roland Garros con tutti gli onori e risse più simili alle sassaiole che si svolgevano a Campo di Marte, quando Roma non ne poteva più di discutere e passava alle vie di fatto. E tutti e tre vogliono arrivare là dove non sono mai stati. Nel nome dell’Italia? Anche… Nel nome di se stessi, molto di più. Vogliono agganciare la semifinale del Roland Garros, che manca al curriculum di ognuno, e andare oltre, vincere uno Slam. Forzare il destino. Scoprire com’è, per una volta, sentirsi uguali a Sinner. Non gruppo, e allora cosa, visto che fra loro è facile che si chiamino “bro”, fratello?
La famiglia del tennis italiano
Badate, il concetto non è facile, ma gli italiani del tennis hanno rispolverato un vecchio modo di essere, sentirsi e partecipare in connessione con gli altri. Il modo più italiano che vi sia… La Famiglia. Quella che molto bene descrive lo scrittore americano, ormai novantenne, Richard Back, nel libro “Illusioni. Storia di un Messia riluttante”: «Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Di rado gli appartenenti a una famiglia crescono sotto lo stesso tetto». Si vogliono bene Berrettini e Arnaldi, di fronte in un derby che sarà di fuoco. Vogliono bene a Cobolli, ormai prossimo a un incrocio con loro, se sarà così bravo da mettere alla porta il canadese Auger Aliassime.
