L’Italia invade il Roland Garros: il dettaglio che spiega l’impresa azzurra a Parigi

Un mercoledì destinato a passare alla storia del nostro tennis: prima Cobolli con Aliassime, poi il derby Berrettini-Arnaldi

Qualcuno finirà per chiamarlo Gruppo. Italia, italiano o tricolore che sia, il seguito è di facile aggiunta. Ma chi conosce il tennis sa che l’unica cosa impossibile è che le ragioni dei tanti possano diventare la ragione del singolo. Non succede mai, Davis a parte. Del resto, come potrebbe? Sono tre i nostri tennisti giunti ai quarti di finale del Roland Garros con tutti gli onori e risse più simili alle sassaiole che si svolgevano a Campo di Marte, quando Roma non ne poteva più di discutere e passava alle vie di fatto. E tutti e tre vogliono arrivare là dove non sono mai stati. Nel nome dell’Italia? Anche… Nel nome di se stessi, molto di più. Vogliono agganciare la semifinale del Roland Garros, che manca al curriculum di ognuno, e andare oltre, vincere uno Slam. Forzare il destino. Scoprire com’è, per una volta, sentirsi uguali a Sinner. Non gruppo, e allora cosa, visto che fra loro è facile che si chiamino “bro”, fratello?

 

 

La famiglia del tennis italiano

Badate, il concetto non è facile, ma gli italiani del tennis hanno rispolverato un vecchio modo di essere, sentirsi e partecipare in connessione con gli altri. Il modo più italiano che vi sia… La Famiglia. Quella che molto bene descrive lo scrittore americano, ormai novantenne, Richard Back, nel libro “Illusioni. Storia di un Messia riluttante”: «Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Di rado gli appartenenti a una famiglia crescono sotto lo stesso tetto». Si vogliono bene Berrettini e Arnaldi, di fronte in un derby che sarà di fuoco. Vogliono bene a Cobolli, ormai prossimo a un incrocio con loro, se sarà così bravo da mettere alla porta il canadese Auger Aliassime.

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Il messaggio a Sinner

E tutti vogliono bene a Musetti, Darderi, Sonego, Bellucci, Bolelli e Vavassori. E a Sinner, che Matteo ha salutato dopo la vittoria su quel Juan Manuel Cerundolo che aveva contribuito a estrarlo in malo modo dal torneo… «Ti aspettiamo, sappiamo che tornerai più forte, per vincere tutto quello che vorrai». Messaggio diretto a chi abbia voluto ascoltarlo… La Famiglia ha uno dei fratelli più bravo degli altri, più bravo di tutti, i conti alla fine dovrete farli con lui. E così si sentono, si allenano assieme, parlano molto fra loro, si conoscono alla fine più come individui che come giocatori. Sono felici dei progressi compiuti dall’uno e dall’altro, amano condividere una vittoria e non provano gelosia, ma ognuno va per la propria strada, nel rispetto delle reciproche scelte. E la sera che precede il torneo di Montecarlo, tutti a cena da Berrettini, con fidanzate, mogli e promesse spose, che fanno Famiglia anche loro, sempre protettive con i loro uomini, ma felici di poter viaggiare senza sentirsi mai sole.

L’Italia protagonista al Roland Garros

Questa volta, a dir poco, l’italica Famiglia s’è allargata. Tre nei quarti maschili. Bolelli e Vavassori nella semifinale del doppio. Ancora Vavassori, con Sara Errani nella semifinale del doppio misto… Vai davanti all’isola dei tabelloni, di lato al Centrale, e ti sembra di vedere solo bianco rosso e verde. Uno dei nostri in semifinale del singolare maschile ci sarà. A deciderlo saranno Berrettini e Arnaldi. Potrebbe finire in derby anche la semifinale, se Cobolli batterà Augier Aliassime, ma atteniamoci ai fatti, è meglio…

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Il derby della rinascita

Matteo Primo e Matteo Secondo non si sono mai incontrati, ma in questa vicenda parigina sono legati da un filo comune che va oltre l’evento in sé. Sono partiti da lontano, da una rinascita tardiva, da problemi di infortuni e dai mille dubbi che verrebbero a chiunque tentasse una “remuntada” come la loro. Prima del Roland Garros erano 105 e 103, ora sono 47 e 53… Hanno riconquistato una posizione che permetterà a entrambi di partecipare, da qui alla fine dell’anno, a tutti i tornei che vorranno. Tranne Wimbledon per Berrettini. Matteo è fuori di quattro posti dal tabellone, potrebbe rientrarci grazie a qualche ritiro, più difficilmente con una wild card. Non c’è pronostico nel loro derby. Hanno affrontato il Roland Garros sapendo che sarebbe stato simile a una cronoscalata. Berrettini ha perso un set contro Fucsovics, ha annientato Rinderknecht, è andato al quinto con Comesana, battuto in rimonta, dopo 5 ore e 13 minuti. Poi il Cerundolo Minore. Arnaldi non ha lottato di meno, anzi… Quattro set con Griekspoor, quattro con Tsitsipas, cinque contro Collignon e cinque con Tiafoe, un match andato oltre le 5 ore e 25 di gioco. Entrambi si sono fatti apprezzare per come, nella tenuta generale, hanno saputo innestare nei match quei colpi che hanno ribaltato le partite. Sarà un derby difficile e bello, sempre che le energie li sorreggano fino alla fine. Hanno anche uno staff rinnovato, con Enqvist sulla panca di Berrettini e Colangelo su quella di Arnaldi.

Cobolli sogna la top ten mondiale

Cobolli e Auger-Aliassime è una sfida che nasconde parecchie insidie. Per entrambi a dire il vero. Flavio dovrà evitare quelle assenze che, contro Svajda, potevano costargli care. È un aspetto del suo tennis ancora da correggere. Ha inserito Giannessi nel Team, dice che deve fargli da tramite con papà Stefano, con il quale ogni tanto s’incavola e diventa difficile parlarsi. Ma le Famiglie sono così, non lo sapevate? I precedenti dicono Cobolli, ma i due non si sono mai affrontati sulla terra rossa. Due a zero, sul cemento di Acapulco e del Masters 1000 canadese, entrambi i successi datati 2024. Felix non ha avuto un buon inizio di stagione, ma si è ripreso bene proprio a Parigi. Flavio insegue il decimo posto in classifica. Se vince è fatta, salirà a 3040 punti e sarà sopra Bublik, che ne ha 2930. E la famiglia Cobolli farà festa, «perché da noi quando c’è una promozione, si apre sempre una bottiglia di champagne». Si uniranno Berrettini e tutti gli altri, arriveranno messaggi da Sinner e Musetti. Tutti insieme, e tutti contro… È la Famiglia, baby.

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Finale stregata: c'è da vendicare Sinner

Un primo posto in classifica il Roland Garros se l’è costruito. Non è il torneo più visitato, Us Open, Australian Open e Wimbledon lo superano da sempre. Non è il torneo più ricco, e ogni anno fa a gara con lo Slam australiano per l’ultima posizione. Non ha la superficie più infida, l’erba, anche nella forma attuale di “erba battuta”, resta ancora la meno affidabile. È però il torneo più difficile da giocare, quello che pretende di più dal fisico e dalla testa. La vicenda Sinner, comunque la vogliate interpretare, può essere l’epitome di una nutrita opera didattica sui guasti da fatica e da stress, e da sola vale una risposta a chiunque ritenga affrettato considerare il Mondiale francese sulla terra rossa, il torneo più faticoso che vi sia.

Il percorso di Sinner verso la storia del Career Golden Masters

È l’unico a essere annunciato e preparato da tre Masters 1000 impegnativi, sebbene differenti l’uno dall’altro. Montecarlo con il tabellone di una settimana, Madrid con due settimane in altura dove le palline sfrecciano e rimbalzano a capocchia, infine Roma, altre due settimane di tennis più in stile Roland Garros, per condizioni climatiche e tipologia della superficie. Sinner quest’anno li ha vinti tutti e tre, l’anno scorso ne giocò uno soltanto, a Roma, quando terminò l’assurdo stop decretato dalla Wada. Forse quest’anno ha esagerato, in molti lo pensano, ma ottenere il Career Golden Masters a 24 anni è un titolo che entra nella Storia. L’anno prima finì invece con la sconfitta in finale, dopo aver fallito tre match point che avrebbero potuto cambiare la sua stagione e anche la sua avventura da cacciatore di record. Sarebbe diventato Career Grand Slammer sette mesi prima di Alcaraz, che vi è riuscito quest’anno a Melbourne.

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I dubbi sulle condizioni di Sinner

Il crollo con JM Cerundolo, avvenuto sul 5-1 del terzo set, a margine di un match dominato, fa ancora discutere. Dopo alcuni giorni trascorsi in giro per Montecarlo sulla sua Vespa, con la bella Laila appollaiata sul sedile di dietro, Sinner sarà alla fine di questa settimana a Torino, per farsi dire come stanno le cose al J Medical della Juventus, ormai un centro di eccellenza. Il dibattito prosegue, ieri sono intervenuti Gipo Arbino («ha avuto uno scompenso, determinato credo da molte cause») e John McEnroecolpa del caldo, lo so per esperienza»), ma la convinzione di Sinner resta quella espressa subito dopo la sconfitta: «Il caldo non c’entra, hanno pesato altri fattori». Si tratta ora di scoprire quali. Dal mio punto di vista, resto convinto che quei tre match point falliti un anno fa, abbiano avuto un peso quest’anno, ad affaticare i pensieri su un possibile riscatto. Il caldo e le fatiche dei Masters 1000 hanno fatto il resto, creando condizioni di rottura che d’improvviso, forse in una giornata particolare, si sono fatte sentire. Vedrete che l’anno prossimo, Sinner non parteciperà a tutti i “1000” sulla terra.

L’effetto Sinner e la crescita del tennis italiano nei grandi tornei

Il lato curioso della vicenda è che, fuori Sinner, insieme agli occhi di Zverev che sono tornati a brillare, si è creata una straordinaria coesione fra gli italiani, pronti a far muro nel nome del nostro tennis. Vendetta, tremenda vendetta? Bè, forse non si tratta di questo, ma certo di un impulso a dare qualcosa in più per provare loro a scalare il torneo. Per Jannik? Anche, perché no. Ma più ancora per misurarsi su un piano che capita di rado di poter avvicinare quando nel torneo ci sono Sinner e Alcaraz. Tre italiani ai quarti, uno, forse due in semifinale, è il segno di quanto sia cambiato il nostro tennis dall’avvento del nostro Numero Uno.

 

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Qualcuno finirà per chiamarlo Gruppo. Italia, italiano o tricolore che sia, il seguito è di facile aggiunta. Ma chi conosce il tennis sa che l’unica cosa impossibile è che le ragioni dei tanti possano diventare la ragione del singolo. Non succede mai, Davis a parte. Del resto, come potrebbe? Sono tre i nostri tennisti giunti ai quarti di finale del Roland Garros con tutti gli onori e risse più simili alle sassaiole che si svolgevano a Campo di Marte, quando Roma non ne poteva più di discutere e passava alle vie di fatto. E tutti e tre vogliono arrivare là dove non sono mai stati. Nel nome dell’Italia? Anche… Nel nome di se stessi, molto di più. Vogliono agganciare la semifinale del Roland Garros, che manca al curriculum di ognuno, e andare oltre, vincere uno Slam. Forzare il destino. Scoprire com’è, per una volta, sentirsi uguali a Sinner. Non gruppo, e allora cosa, visto che fra loro è facile che si chiamino “bro”, fratello?

 

 

La famiglia del tennis italiano

Badate, il concetto non è facile, ma gli italiani del tennis hanno rispolverato un vecchio modo di essere, sentirsi e partecipare in connessione con gli altri. Il modo più italiano che vi sia… La Famiglia. Quella che molto bene descrive lo scrittore americano, ormai novantenne, Richard Back, nel libro “Illusioni. Storia di un Messia riluttante”: «Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Di rado gli appartenenti a una famiglia crescono sotto lo stesso tetto». Si vogliono bene Berrettini e Arnaldi, di fronte in un derby che sarà di fuoco. Vogliono bene a Cobolli, ormai prossimo a un incrocio con loro, se sarà così bravo da mettere alla porta il canadese Auger Aliassime.

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