INVIATO A ROMA - Filippo Volandri, buongiorno. Ricorda la prima volta che ha preso in mano una racchetta? «Come no? Avevo 6 anni e presi in mano una racchetta di ferro che era più grande di me, vinta a una tombola. Le cose sono poi cambiate, per fortuna in meglio».
Una strada segnata la sua: la zia maestra di tennis e il papà presidente del Circolo Tennis di Livorno, la sua città. Che sport le sembrava da piccolo quello per cui bisogna mandare la palla dall’altra parte della rete?
«Mio papà in realtà è diventato presidente quando io ero già grande ma mia sorella, di 6 anni più grande di me, giocava a tennis. Mia mamma non riusciva a portarci in due luoghi diversi così alla fine anche io ho fatto tennis dopo che avevo iniziato a fare calcio e basket. Tra l’altro dal lato della mamma abbiamo una famiglia che con la pallacanestro aveva raggiunto un certo livello. Il tennis lo vivevo come lo deve vivere un bambino: per me era sport all’aria aperta. Del calcio mi piaceva il fatto che era uno sport di squadra».
Tennis diverso e l'idolo da bambino
E’ arrivato a essere n.25 al mondo nel 2007. Quando capì che poteva sfondare?
«Quando ho visto gli altri credere in me. A 17 anni vinco una sorta di borsa di studio nel Centro di Cesenatico, arrivo lì, mi alleno una settimana con quelli che vivevano lì, la differenza non era così marcata. Uno di loro si infortuna e così prendo il suo posto per giocare dalle qualificazioni un torneo internazionale Under 18, arrivo in semifinale, il torneo lo vinse Federer, e da quel momento mi chiesero di aggregarmi a quel gruppo che stava a Cesenatico. Poi ci siamo spostati un anno vicino a Roma, a Riano, con Fanucci, poi lui non ha più lavorato con la Federazione e così mi spostai con lui a Firenze».
Quanto è diverso questo tennis - e in cosa - rispetto a quello che lei ha giocato?
«È cambiato almeno cinque volte. E’ una delle ragioni per cui noi oggi abbiamo successo, perché abbiamo cambiato il modo di allenare i ragazzi. Siamo passati dalle esercitazioni sempre molto lunghe, tanto uguali, incrociati, lungolinea. Quando invece il tennis nel 75% dei casi si esaurisce in tre-quattro colpi. E di quel 75% il 75% finisce in “uno più”, ovvero servizio e risposta. Abbiamo dato una importanza più centrale al servizio e alla risposta, mentre prima veniva messo agli ultimi dieci minuti dell’allenamento. Ora invece è nella parte centrale e dura mezzora».
Quando era agonista chi ammirava e invece da piccolo qual era il suo idolo?
«Da piccolo il mio idolo era Edberg, mi piaceva come lui gestiva la partita. Poi crescendo tutta la generazione degli spagnoli, da Bruguera in avanti».
