Pagina 2 | Gallinari: "Io, ciccione dell’Nba mi sento un modello. Gli sfottò di Chris Paul e Kobe Bryant..."

Danilo Gallinari, pochi giorni fa soltanto è arrivato l’annuncio del suo ritiro: quale eredità confida di aver lasciato al basket giocato?Al di là di ogni discorso tecnico, spero di essere stato e di essere ricordato come un leader positivo e una persona buona. Tanti ex compagni nelle ultime ore mi hanno scritto per dirmi che ancora oggi si rivolgono ai giovani con delle mie frasi o dei miei pensieri: mi fa davvero piacere essere preso come modello”. Com’è maturata la decisione di dire basta? “Un pensiero l’avevo covato già in estate, l’idea di chiudere con l’azzurro della Nazionale mi ha sempre stuzzicato. Una volta a casa ne ho parlato con la famiglia e con mio papà, che ha vissuto situazioni analoghe, così ho deciso con calma e serenità. Anche l’arrivo del terzo figlio ha inciso, al pari del discorso fisico”. Ha accusato la fatica nell’ultima stagione? “Mi sono sempre sentito bene, in realtà, ma il campionato di Porto Rico mi ha messo a dura prova: si gioca a ritmi Nba, con cinquanta partite in cinque mesi. E io l’ho fatto con oltre 35’ a partita di media, come non mi capitava da molti anni. Pensare di farlo di nuovo non era semplice...”.

Gallinari: "I rimpianti sono tempo sprecato"

Ha realizzato le aspettative con cui si era trasferito negli Stati Uniti, a inizio carriera? Avevo molte aspettative su me stesso, pur non conoscendo davvero l’Nba. Ho capito davvero dove fossi alla seconda stagione, la prima che ho potuto disputare per intero. Lì ho trovato fiducia, ho capito che avrei potuto reggere l’urto e restare in quella Lega per molti anni. Ed è stato un percorso fantastico. C’è grande interrogativo sulla mia carriera legato ai tanti infortuni, certo, ma pensare a cosa sarebbe potuto essere è tempo buttato via”. Nessun rimpianto, dunque?Nessuno. Lo ripeto sempre: ciò che definisce te stesso è il modo in cui reagisci e ti rialzi dopo una caduta. Alti e bassi toccano a tutti”. Non c’è un po’ di rammarico nemmeno per come è andata con i suoi amati Celtics? Cerco di non pensarci troppo, diciamo così. La situazione sembrava perfetta: il momento migliore per giocare con la mia franchigia preferita. Non è andata come volevo, con la ruttora del crociato, ma ho bellissimi ricordi di Boston, dai tifosi alla città. Ho costruito stupende relazioni che coltivo ancora”.

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Gallinari: "Tanti talenti nel basket europeo"

Quando si è sentito più vicino al titolo? Nel terzo anno a Denver e, appunto, nella stagione a Boston. Entrambe le occasioni, purtroppo, coincise con momenti negativi. Sono arrivato quasi in fondo con Atlanta, certo, ma quello era stato un risultato già superiore a ogni aspettativa”. Oggi nella Lega imperversano i vari Nikola Jokic, Luka Doncic e Giannis Antetokounmpo: si sente un po’ un precursore del movimento europeo negli Stati Uniti?Il percorso che in qualche modo ho contribuito ad avviare mi rende oggi molto orgoglioso. Quando sono entrato in Nba, in effetti, gli americani tendevano a essere sempre molto superiori. Ora l’asticella del basket europeo è molto alta: produciamo numerosi talenti a livello di Mvp nella Nba”. Un italiano negli States: aneddoti divertenti legati alle sue origini?Uh, molti. Uno dei più incredibili, anche se non inattesi, resta sicuramente Kobe Bryant che ogni volta mi veniva incontro parlando in italiano. Diciamo che non sono pochi gli americani a conoscere delle parole nella nostra lingua, solo che sono quasi unicamente parolacce. E poi c’è Blake Griffin, che prima di un tiro libero, per distrarmi, ha iniziato a cantare “L’italiano” di Toto Cutugno. La sa tutta, è una cosa incredibile. E me ne viene in mente anche un altro”.

Gallinari: "Io, ciccione dell'Nba"

Prego. “Chris Paul, quando giocava con Marco Belinelli, lo chiamava “Ciccione”, perché era molto goloso. E anche a me è sempre piaciuto mangiare. Così ha iniziato a chiamare allo stesso modo anche me. Quando chiamava lo schema per “Ciccione”, durante un time out, poi sapevamo tutti cosa dovessimo giocare”. A proposito, come ha vissuto l’epoca con Belinelli e Andrea Bargnani protagonisti insieme a lei?Il rapporto tra di noi è cresciuto negli anni e il confronto ci ha sempre motivato. I derby con loro sono stati belli perché due italiani, allora, si sfidavano da protagonisti, non scaldando la panchina”. Restando in tema Italia: non ha pensato a una “last dance” in patria?Quasi tutti i giocatori europei, a fine carriera Nba, ci pensano. Ma i tempi e le vicende non me l’hanno permesso. Non volevo spostare la famiglia per uno o due anni, sapendo che poi saremmo tornati a vivere negli Usa, innanzitutto. E poi Porto Rico ha rappresentato un lieto fine: da protagonista e da vincente, riassaporando vecchie sensazioni. Avrei fatto un’eccezione soltanto per Milano”.

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Gallinari: "Non mi vedo allenatore"

Però... c’è un però?Ci sono stati contatti con altri club, ma non con l’Olimpia. Non è che possa alzare il telefono e decidere io per tutti: o c’è interesse da parte della società o non se ne fa niente”. E adesso che cosa farà?Diciamo che, per ora, me la sto prendendo con calma. Le cose che mi stanno tenendo più impegnato sono al di fuori del basket, ma ho intenzione di rimanere nell’ambiente. Non da allenatore, perché penso di non avere le caratteristiche giuste, ma con un ruolo manageriale. Vedremo nel 2026, ma è chiaro che il discorso Nba Europe sta correndo veloce e quella è una delle cose che potrebbe essere sviluppata...”. Nessun contatto con la Federazione?Sì, soprattutto con Luigi Datome, che è uno dei miei migliori amici. Ci sono e ci sarò per qualsiasi cosa di cui possa avere bisogno. Ho sentito anche Gianmarco Banchi, abbiamo parlato un po’: qui in America ci sono tanti ragazzi italiani e potrei dare una mano...”.

Gallinari: "Al me ventenne direi che..."

Ha seguito i recenti impegni della Nazionale? Sì, vedo un gruppo tosto e talentuoso: farà bene. In queste condizioni, con campionati ed Eurolega in corso, non è facile per il ct e per i giocatori. Ma vincere in Lituania, per esempio, non è mai semplice”. Ma è vero che potrebbe tornare per giocare in 3 vs 3?Ma no, è nato tutto da una semplice battuta sui social di Amedeo Della Valle, che è uno dei miei più cari amici. I 3 vs 3 li ho sempre giocati, ma solo al campetto con gli amici”. Quindi non ha più toccato il pallone dopo Eurobasket?Altroché: ci gioco tutte le domeniche mattina, con un gruppo di amici, all’Università vicino a casa. Non riesco proprio a stare lontano dal basket. E ogni due settimane mi diverto in una Lega di 4 vs 4, qui a Miami. Mi hanno anche invitato a un campionato Over 35, ma si gioca alle 22: non ce la faccio!”. Per finire: se dovesse dare un consiglio al se stesso ventenne, cosa gli direbbe? Probabilmente di ascoltare di più il corpo e di non rispondere sempre di sì. Quando sei giovane e sei in lizza per il draft non tieni conto di tante cose e finisci per strafare...”.

 

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Gallinari: "Tanti talenti nel basket europeo"

Quando si è sentito più vicino al titolo? Nel terzo anno a Denver e, appunto, nella stagione a Boston. Entrambe le occasioni, purtroppo, coincise con momenti negativi. Sono arrivato quasi in fondo con Atlanta, certo, ma quello era stato un risultato già superiore a ogni aspettativa”. Oggi nella Lega imperversano i vari Nikola Jokic, Luka Doncic e Giannis Antetokounmpo: si sente un po’ un precursore del movimento europeo negli Stati Uniti?Il percorso che in qualche modo ho contribuito ad avviare mi rende oggi molto orgoglioso. Quando sono entrato in Nba, in effetti, gli americani tendevano a essere sempre molto superiori. Ora l’asticella del basket europeo è molto alta: produciamo numerosi talenti a livello di Mvp nella Nba”. Un italiano negli States: aneddoti divertenti legati alle sue origini?Uh, molti. Uno dei più incredibili, anche se non inattesi, resta sicuramente Kobe Bryant che ogni volta mi veniva incontro parlando in italiano. Diciamo che non sono pochi gli americani a conoscere delle parole nella nostra lingua, solo che sono quasi unicamente parolacce. E poi c’è Blake Griffin, che prima di un tiro libero, per distrarmi, ha iniziato a cantare “L’italiano” di Toto Cutugno. La sa tutta, è una cosa incredibile. E me ne viene in mente anche un altro”.

Gallinari: "Io, ciccione dell'Nba"

Prego. “Chris Paul, quando giocava con Marco Belinelli, lo chiamava “Ciccione”, perché era molto goloso. E anche a me è sempre piaciuto mangiare. Così ha iniziato a chiamare allo stesso modo anche me. Quando chiamava lo schema per “Ciccione”, durante un time out, poi sapevamo tutti cosa dovessimo giocare”. A proposito, come ha vissuto l’epoca con Belinelli e Andrea Bargnani protagonisti insieme a lei?Il rapporto tra di noi è cresciuto negli anni e il confronto ci ha sempre motivato. I derby con loro sono stati belli perché due italiani, allora, si sfidavano da protagonisti, non scaldando la panchina”. Restando in tema Italia: non ha pensato a una “last dance” in patria?Quasi tutti i giocatori europei, a fine carriera Nba, ci pensano. Ma i tempi e le vicende non me l’hanno permesso. Non volevo spostare la famiglia per uno o due anni, sapendo che poi saremmo tornati a vivere negli Usa, innanzitutto. E poi Porto Rico ha rappresentato un lieto fine: da protagonista e da vincente, riassaporando vecchie sensazioni. Avrei fatto un’eccezione soltanto per Milano”.

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