Il paradosso della NBA: i migliori giocatori non vinceranno premi a fine stagione! Ecco perchè

Le maggiori stelle del basket oltreoceano potrebbero non ricevere nemmeno un premio individuale: colpa degli infortuni e della regola dei 65 giorni
Il paradosso della NBA: i migliori giocatori non vinceranno premi a fine stagione! Ecco perchè© APS

In NBA ci si appresta a vivere un paradosso. Tutte le più grandi stelle rischiano seriamente di non essere candidate per i consueti award individuali che si assegnano prima dell'inizio della Post Season: ossia Play In e Play Off. Lebron James, Giannis Antetokounmpo e Steph Curry sono già stati esclusi, ma rischiano anche Nikola Jokic, Victor Wembanyama, Shai Gilgeous-Alexander e Luka Doncic. Il motivo è presto detto: in NBA vige la regole dei 65 giorni, ossia per essere candidato ai premi individuali di fine stagione bisogna che un giocatore disputi almeno 65 gare sulle 82 della Regular Season, scendendo in campo per almeno 20 minuti a partita. Un criterio difficile da rispettare, vista anche la gestione che squadre fanno dei propri pezzi pregiati, specialmente se queste sono candidate a continuare la stagione con i Play Off.

Regola dei 65 giorni: pioggia di critiche

La regola dei 65 giorni è stata introdotta dalla NBA nella stagione 2023-24 e nel corso degli anni ha ricevuto molteplici critiche proprio dai volti più rappresentativi del campionato. Questa stagione è intervenuto nel merito proprio Giannis Antetokounmpo, uno degli esclusi per via di un infortunio, che ha dichiarato: "Una regola del genere non ti concede pause. Potrei non farcela io, potrebbe non farcela Jokic". Proprio il serbo dei Denver Nuggets incarna questo paradosso. Il centro sta vivendo una stagione storica (viaggia a una tripla doppia di media a partita) ed è assolutamente in corsa per il titolo di MVP, ma per via dell'iperestensione al ginocchio rimediata il 30 dicembre contro Miami, ora rischia di essere escluso dalla nomination finale. La NBA si trovi quindi davanti a un bivio: difendere una norma rigida oppure rivederne l’applicazione per distinguere tra gestione programmata e assenze inevitabili. Perché se il confine tra tutela dello spettacolo e penalizzazione dei migliori diventa troppo sottile, il rischio è che a perdere valore siano proprio i premi che si vogliono proteggere.

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I grandi esclusi

A dare forfait per i premi individuali di fine stagione è innanzitutto Giannis Antetokounmpo, alle prese con un infortunio al polpaccio destro rimediato nella sfida di fine gennaio contro i Denver Nuggets. Per il greco non è ancora stata fissata una data per il rientro in campo. Nemmeno Lebron James è eleggibile per gli award. A seguito del match saltato contro i San Antonio Spurs, King James non arriva al minimo di 65 partite disputate in Regular Season, interrompendo quindi una striscia di 22 anni consecutivi in cui riceve qualche premio individuale. Altro assente illustre è Steph Curry, nemmeno lui all'interno del range delle 65 gare per via di un infortunio che gli ha già fatto perdere l'All Star Game. Le stelle NBA che rischiano di non rispettare la regola e potrebbero non venire premiate sono Nikola Jokic, Devin Booker, Victor Wembanyama, Luka Doncic e Shai Gilgeous-Alexander. Altri giocatori esclusi da questa regola sono Ja Morant, Joel Embiid, Trae Young, Domantas Sabonis, Austin Reaves, Anthony Davis, Jalen Williams, Franz Wagner, Josh Giddey e Tyler Herro

I maggiori candidati

I giochi per il titolo MVP o per entrare nel quintetto della stagione si sono riaperti. Cade Cunningham e Anthony Edwards si sono intanto lanciati una sfida a distanza con un occhio a L.A. 2028: ovvero su chi sia tra i due "il miglior giocatore USA oggi". Sfida suggestiva, alla quale potrebbero iscriversi tranquillamente anche Donovan Mitchell e Jaylen Brown, che è stato pubblicamente incensato da Lebron James. La stella dei Lakers, a seguito della sconfitta contro i Celtics ha dichiarato: "La discussione sull’MVP, non capisco perché il suo nome non è mai inserito, perché non se ne parla. A inizio stagione nessuno dava chance ai Celtics, no? E lui sta segnando 30 punti di media. Ma l’MVP è più una gara di popolarità. La realtà è che Brown ha saputo usare come motivazione i pronostici di un anno di transizione per loro, con la squadra che aveva vinto il titolo che non c’era più. E lui ha tenuto tutto a galla, stanno giocando alla grande grazie a lui e grazie agli altri giocatori. Jaylen Brown ha fatto un altro passo in avanti“.

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In NBA ci si appresta a vivere un paradosso. Tutte le più grandi stelle rischiano seriamente di non essere candidate per i consueti award individuali che si assegnano prima dell'inizio della Post Season: ossia Play In e Play Off. Lebron James, Giannis Antetokounmpo e Steph Curry sono già stati esclusi, ma rischiano anche Nikola Jokic, Victor Wembanyama, Shai Gilgeous-Alexander e Luka Doncic. Il motivo è presto detto: in NBA vige la regole dei 65 giorni, ossia per essere candidato ai premi individuali di fine stagione bisogna che un giocatore disputi almeno 65 gare sulle 82 della Regular Season, scendendo in campo per almeno 20 minuti a partita. Un criterio difficile da rispettare, vista anche la gestione che squadre fanno dei propri pezzi pregiati, specialmente se queste sono candidate a continuare la stagione con i Play Off.

Regola dei 65 giorni: pioggia di critiche

La regola dei 65 giorni è stata introdotta dalla NBA nella stagione 2023-24 e nel corso degli anni ha ricevuto molteplici critiche proprio dai volti più rappresentativi del campionato. Questa stagione è intervenuto nel merito proprio Giannis Antetokounmpo, uno degli esclusi per via di un infortunio, che ha dichiarato: "Una regola del genere non ti concede pause. Potrei non farcela io, potrebbe non farcela Jokic". Proprio il serbo dei Denver Nuggets incarna questo paradosso. Il centro sta vivendo una stagione storica (viaggia a una tripla doppia di media a partita) ed è assolutamente in corsa per il titolo di MVP, ma per via dell'iperestensione al ginocchio rimediata il 30 dicembre contro Miami, ora rischia di essere escluso dalla nomination finale. La NBA si trovi quindi davanti a un bivio: difendere una norma rigida oppure rivederne l’applicazione per distinguere tra gestione programmata e assenze inevitabili. Perché se il confine tra tutela dello spettacolo e penalizzazione dei migliori diventa troppo sottile, il rischio è che a perdere valore siano proprio i premi che si vogliono proteggere.

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