Addio Galeone, l’utopista: "Il portiere? Un optional". Il mentore di Allegri e Gasperini

Lanciò l'ex allenatore della Juve (molto provato per la sua morte), Gasperini e Giampaolo, che lo ricorda commosso: "Amava la bellezza. È stato un fuoriclasse"
Addio Galeone, l’utopista: "Il portiere? Un optional". Il mentore di Allegri e Gasperini© AG ALDO LIVERANI SAS

Che salti un tappo di champagne in onore di Giovanni Galeone. Avrebbe gradito il brindisi anche stavolta, come tante altre quando era in vena di celebrazioni o soltanto complimenti ai suoi giocatori. Strano il destino, che si nutre di casuali simbolismi. Proprio lui, uomo di vita e di allegrate (non nel senso del suo amico), grillo parlante o chansonnier di fatti e misfatti, persona elegante che tenesse la cravatta a mezz’asta o si presentasse in tuta, anticonformista, uomo di mare, di vento e di abbronzatura, un personaggio vivo sempre e dovunque, brillante compagno per le serate da “Amici miei” magari a base di quel gioco chiamato “Musichiere”, se n’è andato nel giorno che celebra i morti. Aveva compiuto 84 anni il 25 gennaio, ma il percorso di malattia e la dialisi, a cui si era sottoposto, probabilmente gli avevano annunciato che quella di Udine, una delle città e delle squadre calcistiche da lui amate, sarebbe stata l’ultima tappa. È morto in ospedale, chissà mai ancora avvolto nel suo amore per l’estetica: si trattasse di calcio, il suo calcio diverso, o altro.

Galeone: "Il portiere? Un optional"

Galeone calcisticamente parlando interpretava il “bello e dannato”: aveva imparato, anzi amato Nils Liedholm e Johan Cruyff. Aveva inondato il mondo del pallone nostrano con le idee sulla zona e sul modo di difendersi o attaccare di conseguenza. Un giorno raccontò che il «portiere è un optional», per poi evitare guai chiarendo: «Se interpreti bene il resto del gioco». E non nascondeva di essere stato un centrocampista che «non amava sporcare la maglia, nemmeno quando pioveva. Non correvo tanto, ma sapevo cosa fare con il pallone». Dicevano somigliasse a Gunter Netzer, biondo chiomato cavallone calcistico tedesco. Da qui capirete il fiorire di due allievi prediletti: Max Allegri e Marco Giampaolo, con a ruota Giampiero Gasperini, terzo discepolo. Ma poi apprezzava anche Gattuso, Leo Junior e il delizioso bosniaco Sliskovic, il “suo” Pallone d’oro. «Galeone amava la bellezza e gusto del bel gioco: era un fuoriclasse», ha ricordato Giampaolo. E ancora il simbolismo del destino ha voluto che, ieri sera, due dei discepoli si incrociassero sulle panchine di San Siro. «Per Max era uno di famiglia. È provato», ha ricordato Igli Tare. Allegri non ha mai smesso di chiamarlo “Mister”. Ma Galeone, per tanti, era “Gale”, il mitico “Gale”: uomo che poteva indifferentemente parlare con Fabio Capello, Pier Paolo Pasolini e gli amici del bar, che amava Sartre e Brecht, passato da Napoli, dove era nato, a Trieste annusandone bellezza e senso storico. Discendeva da una famiglia agiata, padre ingegnere e madre casalinga, si aggrappava con passione alla letteratura, ma quando si trovò al bivio tra studiare economia e commercio e studiare calcio, scelse il pallone.

Galeone, la carriera

Se n’è andato un interprete del calcio in libertà inteso in senso ampio: la carriera del calciatore ha vagato da Monza ad Avellino, passando per Nuoro o Udine. Quella del tecnico ha toccato diverse panchine, senza mai approdare ad una squadra blasonata. C’è stato il Napoli nella stagione 1997-1998, ma fu toccata e fuga: anzi, esonero nella stagione in cui si alternarono 4 tecnici. Si giocò bravura e carriera tra Pescara, Udine e Perugia. Ottenne importanti promozioni in A: quattro in tutto. Allenò il Como e la Spal, si provò a Cremona, Grosseto e Ancona. Caso vuole che tante di questi club abbiano l’azzurro nella maglia: un simbolo di felicità e spensieratezza. Galeone voleva l’allegria come compagna, sposato a 25 anni, amava rapportarsi con le donne. «Ma - spiegò - non significa zompargli addosso». Si tolse soddisfazioni battendo l’Inter o la Roma, ma rimase storico anche un 4-5 subito dal Milan a Pescara. Finì pure in mezzo ad una storia maledetta di pallone, che costò 8 mesi di squalifica per omessa denuncia. Faticava ad intendersi con i presidenti e rimase stranito quando Moratti lo intercettò per sostituire Roy Hodgson. L’Inter era la squadra del cuore. “Gale” aveva amato Nacka Skoglund, ma Moratti gli domandò invece dei rapporti con Moggi. Un giorno raccontò: «Non ho ancora capito quella domanda». Ora è approdato alla prima notte di quiete, ma c’è da scommettere che ne scoprirà la bellezza.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Calcio