Le bombe di Raiola: “Pogba è infelice e lascerà lo United! Magari sarà Juve”

L’agente del centrocampista francese: "Solskjær pensi a far giocare Paul da campione e non ai paragoni Haaland-Lukaku, che in comune hanno solo il 9. Erling come Ibra”. Lunedì, a Torino, il manager riceverà da Tuttosport il premio Golden Agent 2020: “La mia agenzia ha un DNA vincente, come la Ferrari”

Le bombe di Raiola: “Pogba è infelice e lascerà lo United! Magari sarà Juve”© LAPRESSE

MONTE-CARLO - Carré d’Or, quattro isolati dal Casinò più prestigioso del mondo: è il Quadrato d’Oro, il quartiere più chic di Monte-Carlo. Boutique di lusso a profusione e dietro l’angolo lo Shopping dell’Hotel Metropole. L’appuntamento è in un immobile d’eccezione dove ha sede un’altra boutique, la più prestigiosa del calcio: One, il Team Raiola. Nomen omen, per dirla con i latini. Il suo presidente e fondatore Mino Raiola ci riceve nella sala riunioni. Di fronte a noi, una terrazza con vista spettacolare su Le grand bleu, come amano dire i monegaschi: il grande blu. Il mare. Che qui - geograficamente - è ancora quello ligure nonostante le frontiere italo-francesi di Ponte San Luigi e Ponte San Ludovico distino circa 25 chilometri più a Est. La tappezzeria delle pareti immacolate è costituita da poster, gigantografie e soprattutto dalle prime pagine incorniciate dei giornali sportivi più famosi d’Europa (Tuttosport risulta fra i più gettonati) con titoloni sugli assi oggigiorno maggiormente apprezzati come Ibrahimovic, Pogba, De Ligt, Donnarumma, Mkhitaryan, Verratti, Kean, Balotelli, Marcus Thuram, Lozano e naturalmente Erling Haaland, fresco Golden Boy 2020. Non manca una grande foto, emblematica, di cui va particolarmente fiero. Uno scatto di 17 anni fa: sullo sfondo la Torre Eiffel, in primo piano Mino Raiola e Pavel Nedved, la Furia Ceca proclamato Pallone d’Oro a Parigi nel 2003 e vicepresidente della Juventus dal 2015. Le maglie a loro volta incorniciate e con dediche personalizzate di tutti questi calciatori (e tanti altri ancora) insieme a trofei, targhe, medaglie e memorabilia assortiti, sono invece appese ai muri dei corridoi. Appena si apre la porta d’ingresso, subito a sinistra, spicca quella giallofluo-nera di Erling Braut Haaland, che lunedì 14 riceverà l’atteso European Golden Boy edizione 2020 nel corso del Gala di premiazione in programma presso le OGR di Torino.

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Mino, cominciamo dal norvegese: si tratta del quarto giocatore della sua scuderia che conquista il Golden Boy nell’ultimo decennio dopo De Ligt, Pogba e Balotelli. Nessun altro agente al mondo può vantare un simile successo e la continuità di lavorare con grandi campioni, sempre al top per più di 25 anni.

«Sono orgoglioso di questo. E fiero che il valore dei miei giocatori si confermi di livello assoluto nel tempo. Significa che la One ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre. Oggi siamo un’azienda con un knowhow unico e di assoluta eccellenza, costituita da persone di altissima esperienza e riconosciuta professionalità come l’avvocatessa Rafaela Pimenta, una pedina fondamentale in quest’agenzia boutique che è sempre stata e continua a essere un punto di riferimento sotto tutti gli aspetti al giorno d’oggi indispensabili nel mondo del calcio, dal giuridico al commerciale e soprattutto nella gestione dell’immagine. Il nostro è sempre stato e continua a essere l’unico vero Family Office di riferimento nel calcio, riconosciuto per essere sempre stato precursore in tutti gli aspetti relativi alla gestione degli atleti. Nessuno al mondo è come noi. Ho creato il mio team di eccellenza. Oggi questa agenzia ha un DNA speciale e vincente come i grandi brand, per esempio la Ferrari. La nostra ambizione, come quella dei calciatori che sono con noi, è quella di alzare sempre l’asticella. E naturalmente, a titolo personale, fa piacere ricevere il Premio Golden Agent 2020».

La Gestifute di Oporto ha iscritto nell’albo d’oro del Golden Boy tre calciatori, uno meno di voi: João Félix, Renato Sanches e Anderson.

«Jorge Mendes è amico mio. Le nostre carriere sono parallele, anche se il nostro modo di lavorare è diverso. Io mi dedico essenzialmente ad assistere i miei giocatori a 360 gradi. Fra l’altro Jorge e io siamo membri della TFF, The Football Forum, l’associazione che ho fondato circa due anni fa e di cui sono stato eletto presidente. Della TFF fanno parte anche gli altri agenti Jonathan Barnett, inglese, presidente di Stellar Group, e Roger Wittmann, tedesco, co-fondatore della Rogon».

 

Come sceglie i calciatori?

«Non scelgo i calciatori, sono loro che scelgono me, come ha fatto Mkhitaryan, ragazzo straordinario e poliglotta, che mi ha cercato attraverso sua sorella. È una storia simpatica, che un giorno racconterò, ma nel frattempo sono fiero e orgoglioso che lui faccia parte della mia vita. Dico così perché i giocatori entrano a far parte della mia famiglia, chi non ha questa mentalità non può lavorare con me. Questo è lo spirito che mi ha sempre animato e che anima i miei collaboratori. Tutto il mondo del calcio lo sa ed è una delle cose che ci distinguono dagli altri».

Torniamo al Golden Boy 2020, Haaland: com’è nato il suo rapporto con lui?

«Mi è stato segnalato e le prime volte l’ho osservato in tv, poi sono andato a vederlo ed è subito nato un feeling tra me e il ragazzo. Ho capito che la cosa fondamentale per il suo bene e la sua crescita era metterlo in condizione di giocare più partite possibili. Con il Salisburgo abbiamo trovato la squadra che giocava anche la Champions. Erling a vent’anni ha già dimostrato che sarà il nuovo bomber di riferimento della prossima epoca. E se ha già conquistato un premio del calibro del Golden Boy significa che le scelte si sono rivelate azzeccate, che già stanno portando i primi frutti».

L’ex allenatore di Erling al Molde, quell’Ole Gunnar Solskjær ora alla guida del Manchester United, l’ha paragonato a Lukaku.

«Solskjær è un bravo ragazzo, ma Haaland assomiglia zero a Lukaku. L’unica cosa che li accomuna è il numero di maglia: il 9. Non ho mai visto un centravanti maturo come Erling alla sua età, forse solo Ronaldo il Fenomeno e Zlatan. Erling è come Ibra a vent’anni. Ha la stessa voglia di lavorare e di diventare il piu forte. Solskjær, invece di paragonare Haaland a Lukaku, pensi a trovare un modo per far giocare Pogba da campione».

Il biondo panzer norvegese dimostra anche di avere un bel caratterino. Se l’è presa con il suo allenatore Favre che l’ha sostituito a 5’ dalla fi ne nel match di Berlino vinto 5-2 contro l’Hertha.

«Essì, perché Haaland aveva segnato 4 gol e puntava al quinto. Magari avrebbe potuto farcela perché, oltre ai 5’ del tempo ufficiale, ne mancavano altrettanti, più o meno, di recupero. Mi ha chiamato subito dopo la partita: era incavolato nero! Lui è fatto così. Vuole sempre vincere. Anche se gioca un’innocua partita di dama. Prendere o lasciare».

Lei è anche noto per essere un grande intenditore, oltre che di giocatori, di opere d’arte: un collezionista di quadri d’autore, al quale è sempre piaciuto paragonare i suoi pupilli ai più celebri artisti nella storia della pittura. Haaland chi le fa venire in mente?

«Se De Ligt è Rembrandt, entrambi olandesi, dico che Erling è Munch, ambedue norvegesi. Mi riferisco espressamente all’Urlo, forse il quadro più celebre in assoluto del maestro di Oslo, il suo capolavoro. Perché quella è l’espressione che Haaland suscita nei difensori avversari dopo che ha fatto un gol e quella dev’essere la sensazione che provoca quando i rivali lo vedono uscire dallo spogliatoio prima che inizi la partita. L’icona della loro inquietudine, della loro angoscia, della loro sofferenza».

 

Quante chance ha Haaland di lasciare Dortmund a giugno o nell’estate 2022? Lei ha sicuramente letto la notizia bomba della Bild che ha svelato l’esistenza di una clausola secondo cui il norvegese potrebbe cambiare squadra in cambio del versamento al Borussia di una penale da 75 milioni.

«Non è mia abitudine rivelare retroscena o eventuali trattative di mercato quando si parla di un giocatore che è legato da un contratto pluriennale con un club. Haaland, nella fattispecie, ha firmato con il Borussia Dortmund fino al 30 giugno 2024. I giornali scrivono dell’interesse del Real Madrid? Beh, non è una novità. Anzi, dove sarebbe la novità? Haaland al momento si trova benissimo sia nel Borussia che a Dortmund. Ha l’ambizione di vincere la Champions League e con i suoi gol ha lanciato la squadra in vetta alla classifica del Gruppo F con 10 punti in 5 partite, uno in più della Lazio. La qualificazione agli ottavi è già aritmetica, resta da vedere se al primo oppure al secondo posto. Dipenderà dai risultati di oggi: il Borussia giocherà a San Pietroburgo contro il già eliminato Zenit, mentre la Lazio riceverà il Club Brugge. Haaland, quando se ne andrà, non lo farà per soldi, bensì per fascino e ambizione».

Ma se il Borussia non dovesse vincere la Champions, il suo addio sarebbe anticipato? Tutti affermano, all’unanimità, che il valore del ragazzo è già schizzato verso quota 100 milioni.

«Ripeto: non è una questione di soldi. Ribadisco: lui sta bene dov’è. Se in un futuro volesse mai andar via, come spesso succede a tutti i calciatori e non soltanto ai miei, allora lo comunicherà al proprio agente che a sua volta avviserà il club di competenza. Perché è vero che i contratti sono fatti in linea di principio per essere rispettati, ma quello che conta di più, anche per le normative internazionali, è la volontà del giocatore. Non mi riferisco assolutamente alla rottura unilaterale del contratto, sottolineo solo quanto conti la volontà del calciatore. Faccio l’esempio di De Ligt, che a 17 anni era già capitano dell’Ajax. Dell’Ajax, capito? Bene, anche il Bayern lo cercava come pure il Barcellona. Ma noi abbiamo pensato che il club ideale per lui fosse la Juventus. Oggi posso affermare che la scelta è stata azzeccata».

De Ligt, dopo l’investitura di Pirlo, può diventare il capitano del futuro juventino?

«Forse lo è già, anche senza fascia. Ha quattro anni di contratto con la Juve. E soprattutto è un matrimonio perfetto: De Ligt e i bianconeri si sposano per serietà, ricerca della perfezione, duro lavoro. Se poi lui non è così estroverso fuori dal campo, che prob l e m a sarà mai? Ognuno ha il proprio carattere. L’importante è il rendimento sul campo, il rapporto con i compagni, lo spogliatoio, il club. Sotto questo aspetto Matthijs è irreprensibile. Volete un pronostico? L’ho già detto anche a lui: De Ligt diventerà il più forte al mondo nel suo ruolo, ha la possibilità di vincere il Pallone d’Oro come difensore e dopo la carriera lo vedo primo ministro dell’Olanda. Sarà un grande politico».

Tornando a Haaland, è un vero peccato l’infortunio occorso al Golden Boy 2020 alla vigilia della sfida di Dortmund contro la Lazio di Immobile.

«Sì, ma confidiamo possa recuperare al più presto. Rientrerà dopo Natale anche se lui vorrebbe tornare in campo domani! Per il suo bene dobbiamo frenarlo!».

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Un altro dei suoi famosissimi assistiti è il Polpo Pogba.

«Inutile girarci attorno. Meglio parlar chiaro, guardare avanti e non perdere tempo a cercare colpevoli: Paul al Manchester United è infelice, non riesce più a esprimersi come vorrebbe e come ci si attende da lui. Deve cambiare squadra, deve cambiare aria. Ha un contratto che scadrà fra un anno e mezzo, nell’estate del 2022, ma credo che la soluzione migliore per le parti sia quella della cessione nel prossimo mercato. Altrimenti il club di Old Trafford, con cui i rapporti sono ottimi, sa bene che rischierebbe di perderlo a parametro zero, dato che per il momento non è intenzione del giocatore prolungare il contratto. Se qualcuno non lo capisce, capisce poco o niente di calcio. In ogni caso addossino pure tutta la colpa a me se la prossima estate Paul se ne andrà».

La Juve ha sempre tenuto spalancate le porte per il rientro all’ovile del figliol prodigo.

«Magari potrebbe essere proprio la Juve la sua prossima destinazione. Perché no? Fra l’altro il rapporto con la società e con i suoi ex compagni è eccellente. Al tempo del Covid, Paul non possono permetterselo in tanti. L’importante è volerlo».

Che effetto le fa il suo Nedved vicepresidente della Juventus?

«Sono sincero: all’inizio non lo vedevo come dirigente. Invece mi ha stupito: è una delle poche persone che si fanno sentire senza gridare, è diventato un top anche in questo ruolo. Quando chiedo a Pavel di spiegare una certa cosa a un mio giocatore, finisce che con lui capiscono subito e tutto».

Tra i bianconeri ha anche Bernardeschi.

«Il fantastico giocatore ammirato alla Fiorentina non può essere quello dello scorso anno. Lo sa lui e lo sanno i bianconeri. Fede è da Juve e lo dimostrerà».

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Kulusevski non è un suo giocatore, ma quali sensazioni le trasmette?

«Zlatan mi ha detto che è fortissimo e io mi fido di lui. Saper ascoltare chi ci capisce è importante: Moggi era il numero uno da questo punto di vista».

Chi sarà il prossimo Golden Boy? Lei naturalmente parteggia per il suo assistito Ryan Gravenberch dell’Ajax, ma anche Fati del Barcellona e Camavinga del Rennes (forse diretto al Real Madrid) sembrano avversari molto temibili.

«Dato che è un premio serio e votato da intenditori, lo vince Gravenberch di sicuro! Non c’è partita».

A proposito di Golden Boy: dove potrà arrivare Haaland, questo giovane colosso alto come Ibrahimovic?

«Dipende solo da lui. Dalla sua volontà. Perché Erling non ha limiti. Sta avviandosi a rappresentare per la Norvegia ciò che è Ibra per la Svezia. Diventerà il simbolo assoluto della Norvegia, calcisticamente e non. Deve solo rimanere se stesso. Il più grande nemico di una persona, nella fattispecie di uno sportivo, può solo essere se stesso. Ma lo conosco e so che rimarrà se stesso».

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Quest’ultima frase sembra invece calzare a pennello per un altro dei suoi celebri assistiti: quel Mario Balotelli che dopo aver vinto il Triplete a vent’anni non ancora compiuti con l’Inter - e dopo aver giocato nel Manchester City, nel Milan, nel Liverpool, nel Nizza e nel Marsiglia - è retrocesso in Serie B con il Brescia e adesso ha firmato da svincolato per il Monza, sempre in B.

«Lui il mio più grande cruccio? No. È semplicemente fatto così. È uno assolutamente diverso. Diverso da tutti. D’altronde non sarebbe Mario Balotelli. È un atleta che genera emozioni speciali come, fuori dal calcio, era Villeneuve. Un eroe romantico e un po’ ribelle. Balotelli può deludere nel Brescia, perché il sogno è sempre più bello della realtà e la realtà rovina il sogno. Mario ora riparte dall’ambizioso club cadetto di Berlusconi e Galliani. Ha trent’anni. Un’età perfetta. Mica sarà vecchio, soprattutto al giorno d’oggi. E lui non diventerà mai vecchio: noi sì, lui no».

Se è per quello, Ibrahimovic di anni ne ha quasi dieci in più, ma in campo - francamente - è di ben altro spessore.

«Zlatan è Zlatan. Io non devo aggiungere altro, per lui parlano i fatti anche se è andato via dall’Inter proprio nella stagione in cui la squadra di Mourinho avrebbe poi centrato il Triplete. Ma il suo sogno era andare al Barça. Poi ci sono state le incomprensioni con Guardiola, ma questo nessuno l’avrebbe potuto preventivare. Tornassimo indietro lo rifaremmo, perché questa esperienza ha fatto parte del suo sviluppo e di quello che è oggi. Piuttosto quest’estate, quand’era libero, tutti hanno sbagliato a non prenderlo, compresa la Juve. Sarebbe stato l’uomo ideale per far coppia con Cristiano Ronaldo e andare insieme all’assalto della Champions League. Mettere insieme due prime donne non sarebbe stato un problema. Ci avrebbe pensato Pirlo. Pensate che trio: Pirlo, Ibra e Ronaldo. Sì, mi piacciono sempre le scelte controcorrente come quella di Pirlo. Da quel che mi dicono, i giocatori sono molto contenti dei suoi metodi di allenamento».

E invece con Ibrahimovic ripreso dal Milan, la formazione di Pioli è in vetta solitaria alla classifica della Serie A.

«Meritatamente. I rossoneri sono la squadra da battere, io lo dico e lo ripeto. Non ho paura di sbilanciarmi. Zlatan è un giocatore impagabile. Sempre capocannoniere della Serie A, con due gol più di Ronaldo, pur essendo ancora infortunato. Ma ormai il rientro è imminente. E nel Milan ci sono pure Donnarumma e Romagnoli, eh!».

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Zlatan sta appena dietro i due extraterrestri del calcio planetario che si sono spartiti 11 degli ultimi 12 Palloni d’Oro.

«Dico subito che fra Cristiano Ronaldo, di cui sono un grande fan, e Messi, io prendo sempre il portoghese. Zlatan però è un pianeta a sé stante. È il giocatore più completo mai esistito nella storia del calcio, ha il talento di Messi e la forza di volontà di CR7. Se il Pallone d’Oro fosse votato dal pubblico, so che Ibra ne avrebbe vinti 8».

Adesso che Messi è in scadenza con il Barcellona, non le viene mai la tentazione di provare a prenderlo nella sua scuderia?

«Massimo rispetto per i taxisti, ma io faccio un altro lavoro: non penso a prendere nessuno. Ci deve essere sempre feeling tra me e i giocatori. Non so se con lui ci sarebbe».

Ibrahimovic rinnova a gennaio?

«Può essere, ma se non ci dovesse essere chiarezza già in inverno sul futuro di Zlatan saremmo comunque tranquilli. Uno come Ibra non ha paura di nulla. Se lo segui, è uno che ti porta a casa anche dalla guerra».

A bruciapelo: Donnarumma-Milan sì o no?

«Al momento è del Milan, poi si vedrà».

Ma c’è il rischio di un divorzio?

«Di sicuro c’è solo che Gigio non è più quello di quattro anni fa e sono in tanti a informarsi su di lui. Però mi fermo qui. Non voglio che diventi un rinnovo mediatico come in passato».

Il granata Izzo lascerà il Toro a gennaio?

«È un Nazionale, vediamo se troviamo subito una squadra. Il Covid incide su questa tipologia di giocatori».

A che punto è il rinnovo di De Vrij con l’Inter?

«Abbiamo un accordo verbale, su tutto. Adesso lo stanno scrivendo».

Si aspettava di più dall’Inter?

«Sono forti e hanno un grande allenatore. Forse manca una punta top».

Lei segue anche gli allenatori?

«In linea di principio non seguo gli allenatori, perché lo ritengo un conflitto d’interessi. Diverso è il discorso relativo ai miei calciatori che proseguono la carriera nel calcio da tecnici, come l’ex rossonero Mark Van Bommel, ora in attesa di un nuovo ingaggio dopo l’ultima esperienza in qualità di coach del PSV Eindhoven. L’olandese è come un figlio per me. Ma in generale non seguo gli allenatori perché nel mio lavoro può capitare che con questi ci siano delle situazioni particolari, come capitò ad esempio con Conte e la lite per Pogba, che è scritta nella pietra. C’è stata anche una risposta pubblica. Io comunque apprezzo molto il leccese come tecnico. È sicuramente uno dei migliori in circolazione e non solo per lo stipendio che percepisce. Un mister particolare, uno che trasmette tanta energia positiva alla squadra. Alla Mourinho. Ci metto dentro anche Klopp fra questi grandi motivatori. Non Guardiola: nulla da eccepire sul palmares, ma il gioco delle sue squadre personalmente lo trovo stucchevole».

 

Allegri lo mette tra i grandi tecnici?

«Sì. La costanza dei risultati parla a suo favore. È un perfezionista che cerca di migliorare i calciatori. Un perfetto rappresentante della scuola italiana che ha dimostrato di vincere - anche prima di approdare alla Juve dove ha centrato un filotto grandioso - con la squadra messagli a disposizione dalla società e avendo l’intelligenza di saper imporre il proprio gioco anche sfruttando le lacune dell’avversario».

Eppure Max è ancora senza squadra dopo l’addio del 2019 dalla Juventus. Fra poche settimane entriamo nel 2021, cioè quasi 20 mesi di attesa.

«Per adesso è senza squadra per scelta, perché le proposte non sono mancate. Ritengo che si arrivi a un certo punto della vita e della carriera professionale in cui tutto deve combinare e combaciare alla perfezione fra allenatore e nuovo club. Non va poi scordato che il Covid-19 ha cambiato tutto. Max è uno da Top 15, le migliori squadre d’Europa. Mica può scendere di livello. Dipende solo dal progetto che gli viene proposto».

Il complimento più bello che le hanno fatto?

«Quando mi criticano, perché significa che faccio bene il mio lavoro. Van der Sar, il dg, disse ai ragazzi dell’Ajax: prendete qualsiasi agente, non Raiola. Ecco, questo è stato il complimento più bello. È da 25 anni che mi criticano, ma poi mi cercano. E quando ti temono e non ti vogliono come avversario, allora io lo prendo come un grande complimento. Tanto io non lavoro per i club».

Vedremo mai Verratti in Serie A?

«La vedo molto difficile perché Marco ha un grandissimo estimatore nel PSG: la proprietà del Qatar. È il loro pupillo, sono proprio innamorati. Poi, ovvio, se Verratti, come qualsiasi giocatore, decide di andarsene, se ne va. Ma non è il suo caso: è felice a Parigi».

Se ripensa a Maradona?

«Mi vengono in mente i miei zii e i tempi in cui ero un ragazzino e lavoravo nel loro ristorante in Olanda. Quando il Milan di Sacchi, che era la squadra per cui tifavano tutti gli olandesi, batteva il Napoli di Maradona, tanti clienti si presentavano al locale e dicevano: “Abbiamo vinto”. E i miei zii, super tifosi del Napoli e di Maradona, replicavano: “Noi chi?”. È stato un grandissimo così com’era. Mi danno fastidio quelli che vogliono togliere l’uomo dall’atleta. Maradona è l’unica cosa che la Juventus non è riuscita a comprare dal Napoli. Diego ha dato molto più che due scudetti al Napoli: ha dato loro orgoglio, non facendoli più sentire asini».

 

Ricorre a un trucco o ad una scaramanzia quando non riesce a sbloccare una trattativa importante?

«Mi affido alla filosofia, la mia grande passione. C’è una frase di Søren Kierkegaard che ripeto spesso ai dirigenti: “La vita si può capire solo guardando all’indietro, ma va vissuta guardando in avanti”».

Con quale personaggio extracalcio le piacerebbe andare a cena? Se le dicessimo Belen Rodriguez?

«A me piacerebbe una serata con Socrate, il grande, immenso filosofo greco, oppure Gandhi, o qualche personaggio del passato, ma solo per dargli qualche schiaffo e chiedere perché ha fatto quello che ha fatto».

Ma scusi, dopo tanti anni non pensa mai di mollare il calcio e comprarsi un’isola?

«No, perché ho ancora molto da fare nel calcio, come battermi per i miei calciatori, su tutti i fronti, e questo vuole anche dire battermi contro la FIFA. Negli anni sono cambiati i dirigenti, ma non è cambiato nulla. Se ne sono viste di tutti i colori. Alti maggiorenti arrestati. Accuse di corruzione. Interrogatori di polizia. Avvisi di garanzia e chi più ne ha più ne metta. Ma poi io dico: che cosa fa la FIFA per i giocatori? Nulla. E visto che l’industria del calcio la portano avanti i calciatori, i protagonisti in campo e non i dirigenti nella cosiddetta stanza dei bottoni di Zurigo, perché non cancelliamo questo ente ormai anacronistico? Fra l’altro alcune società sono quotate in Borsa, non può essere certo la FIFA a dire come far funzionare le cose o, peggio, instaurare il salary cap. È evidente che il sistema dei trasferimenti non sia più come vorrebbe la FIFA e i giocatori prenderanno le loro posizioni. Com’è possibile mettere un tetto al talento? Sarebbe come imporre un limite per le quotazioni dei dipinti di Leonardo da Vinci o Rembrandt. Cosa pretende la FIFA da noi? Perché tagliare le commissioni? Se chiedi ai giocatori cosa vogliono, loro vogliono gli agenti, che li rappresentino e lottino per i loro interessi. Noi cercheremo fino all’ultimo minuto di risolvere la questione, ma posso ribadire fermamente che, se sarà necessario, ricorreremo in tutti i tribunali del mondo e a tutti i livelli. I tempi per fortuna stanno cambiando ed entro un decennio la FIFA non esisterà più».

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