I dimenticati dal calcio: Hernanes a Torino racconta cosa si perde quando un bambino smette di sognare

A Leini una serata con il brasiliano, tra ricordi del passato e prospettive ora che fa l'allenatore. Quanti spunti dall'incontro
I dimenticati dal calcio: Hernanes a Torino racconta cosa si perde quando un bambino smette di sognare

Lunedì 25 maggio l'Aiac (Associazione italiana allenatori calcio, gruppo provinciale di Torino) ha portato all'Air Palace Hotel di Leini una serata che difficilmente chi c'era dimenticherà presto. Ospite: il 'Profeta' Hernanes, ex centrocampista di Lazio, Inter e Nazionale brasiliana, oggi allenatore. E, come si è capito subito, qualcosa di più. Il sudamericano ha parlato con un'onestà rara nel mondo del calcio. Nessuna agiografia, nessuna storia di successo confezionata per il pubblico. Solo la verità di chi ha vissuto tutto e poi si è ritrovato senza niente. «Dopo che ho smesso sono diventato senza pavimento ma anche senza tetto, senza destino». Parola di chi fino ai trent'anni aveva un obiettivo solo: giocare. Vincere il Mondiale. Alzare la Champions League. I sogni di ogni bambino che calcia un pallone nel cortile. Poi il ritiro, e il vuoto. Un vuoto che il sistema non ti prepara ad attraversare. Non voleva nemmeno restare nel mondo del calcio. Vedeva una situazione che non gli piaceva: un sistema troppo rigido, troppo impostato, poco disposto a lasciare che un ragazzo provi, sbagli, impari.

La libertà come metodo

Hernanes lo sa sulla propria pelle. Da giocatore, gli allenatori che gli riempivano la testa di istruzioni lo spegnevano. «Quando gli allenatori mi riempivano la testa dicendo devi fare questo, quello, davano tante informazioni: a me non piaceva». Con Reja, invece, funzionava: un compito difensivo, lo spazio nel resto. Libertà come metodo, non come concessione. Oggi lo stesso principio guida il suo lavoro con i ragazzi. E vale doppio in Brasile, dove - osserva - il sistema è altrettanto impostato, poco incline a lasciare spazio alla creatività dei bambini. Ma il cambiamento non è arrivato per piano. È arrivato guardando. Lavorando a settimane intensive con bambini e ragazzi, Hernanes ha visto qualcosa che non si aspettava: il miglioramento. Rapido, visibile, reale. Un ragazzo che in sette giorni trasformava un'impossibilità in una capacità. E con essa, la percezione di sé. «Forse adesso il mio sogno è poter vedere, poter far crescere dei ragazzi, vederli migliorare». Non è retorica da ex campione in cerca di un secondo tempo. È la descrizione precisa di qualcuno che ha trovato un nuovo pavimento, e stavolta l'ha costruito lui. L'obiettivo, dice, è mentale prima che tecnico: «Prendere un bambino che pensava fosse impossibile realizzare qualcosa e trasformare questa mentalità affinché lui creda in se stesso e piano piano migliori».

Cosa c'è dietro la serata

Tutto questo è arrivato a Torino grazie a Franco De Meo e all'Aiac provinciale, che hanno costruito l'evento con un'idea precisa: non un convegno, non una lezione frontale, ma un confronto reale su un tema che gli allenatori vivono ogni giorno sul campo. Quei ragazzi "dimenticati" di cui parla la lavagna non sono un'astrazione. Sono i profili con talento che escono dai radar dei club, che non rientrano nei percorsi tradizionali, che rischiano di abbandonare il gioco troppo presto: non per mancanza di qualità, ma per mancanza di chi sappia vederli. L'Aiac, attiva dal 1966, ha scelto di portare in sala proprio chi quella storia l'ha vissuta dall'interno. E il messaggio che ne è uscito è più urgente di qualsiasi schema tattico: il calcio non dimentica i talenti perché sono pochi. Li dimentica perché il sistema non è costruito per trovarli. Hernanes, quella sera a Leini, ha dimostrato che si può smettere di giocare e iniziare a fare qualcosa di più difficile e forse più importante.

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