Solo la paura, la tensione e i fantasmi di un nuovo fallimento possono battere l’Italia questa sera. Non l’Irlanda del Nord, con il massimo rispetto per l’Irlanda del Nord e i suoi calciatori, sicuramente meno problematici dei nostri sotto il profilo psicologico. C’è qualcosa di paradossale nel dover raccontare Italia-Irlanda del Nord come una partita definitiva, come un bivio tra inferno e paradiso (o, meglio, tra inferno e purgatorio, perché se andasse bene, ce ne sarebbe comunque un’altra di sfida decisiva contro Bosnia o Galles). Il divario economico, quello tecnico e il differente livello di esperienza internazionale dovrebbero ridurre al minimo sindacale il pathos intorno al match di Bergamo, ma il recente passato e la sinistra abilità della nostra nazionale a combinare disastri nelle sfide determinanti, traccia all’altezza dello stadio di Bergamo una, surrealmente eroica, linea del Piave per il nostro calcio. È un po’ triste, forse perfino umiliante se si pensa alle quattro coppe del mondo in bacheca, ma non lo scopriamo oggi di essere messi male, quindi poche storie: maniche rimboccate, cuori sincronizzati, frittatona di cipolle, famigliare di birra gelata e tifo indiavolato per Rino e i suoi ragazzi.
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Il concetto di 'gruppo'
Magari con il pensiero di sottofondo che la storia patria, a livello pallonaro, è zeppa di trionfi iniziati da strade secondarie, magari in modo poco onorevole, fra critiche e scetticismo, soprattutto intorno al ct. In questi giorni, per esempio, non mancano i rimproveri a Gattuso per non aver convocato alcuni calciatori ritenuti particolarmente in forma. Ora, senza che nessuno si offenda, non risulta che il ct abbia snobbato Haaland, Vinicius Jr e Yamal, perché purtroppo non abbiamo fuoriclasse di quello spessore, ma un paio di campioni, una manciata di buoni giocatori e un gruppo di giocatori normali. Ed è proprio sul fatidico concetto di “gruppo” che sta provando a costruire Gattuso, allievo - non a caso - di Marcello Lippi. Anche se, al contrario del suo maestro, non dispone di un Buffon, un Cannavaro, un Pirlo, un Totti e un Del Piero. Anzi, a guardare bene, non c’è neppure un Gattuso, che pure servirebbe come il pane. Per cui, se dovesse andare male, evitiamo di dargli la colpa, al povero Gattuso. Perché se continuiamo a pensare che il problema sia il ct, continueremo ad avere il problema. E il problema è un sistema che, negli ultimi vent’anni, ha fatto tutto il contrario di quello che doveva fare per mantenere il dominio del precedente ventennio (vi ricordate quando eravamo re?).
