Povera Italia: come stiamo messi…

L’editoriale del direttore di Tuttosport sul caos Figc

Tendenzialmente sono pochini, in questo Paese, quelli che possono parlare di «brutte figure» senza averne mai fatte. Ma a Gesù di Nazareth andò di lusso con la storia del «chi è senza peccato»: se invece che nella Palestina del 30 dopo se stesso, fosse stato nell’Italia del 2026, altro che «la prima pietra», ne sarebbe arrivata una gragnuola, ma questa è un’altra storia. Quella che ci tocca commentare oggi è un’imbarazzante sequenza di eventi che ha raso al suolo i primi trentacinque giorni del nuovo corso federale, trascorsi a convincere un direttore tecnico che si è dimesso dopo non essere riuscito a convincere Guardiola a diventare ct dell’Italia e poi a convincere l’Italia ad accettare Pirlo come ct. Nel frattempo - vale la pena ricordarlo - la Germania ha annunciato Jurgen Klopp e la Francia, oggi, annuncerà Zinedine Zidane. Noi, forse, Mancini, che era il nome associato a Malagò fin dal momento in cui Malagò stesso era stato candidato alla presidenza della Figc, ma non era nome gradito proprio alla componente che più di ogni altra ha contribuito all’elezione di Malagò, ovvero la Serie A. Indiscussi campioni del mondo nell’intricare le cose (e poi intrigare), ci siamo avventurati in un labirinto assurdo per tornare al punto di partenza, buttando via tempo e, soprattutto, credibilità. Nel giorno dell’elezione del nuovo presidente, si erano ascoltati inni alla compattezza, peana che invitavano a «fare sistema» e dichiarazioni risolute. Tutta roba che si è accartocciata in fretta, lasciandoci come unica sintesi della nostra condizione un sospiro: dio mio, come siamo messi.

 

 

La vicenda Pirlo

La vicenda di Pirlo è poi un capolavoro di sintesi del Paese, il riassunto dei nostri problemi più endemici. La battaglia etica scatenata dalla politica e dal suo contorno, per stigmatizzare il contratto dell’aspirante ct con la società russa di scommesse, viene lanciata in uno scenario nel quale: una parte non piccola dell’arco parlamentare è, più o meno apertamente, filorussa; una parte dei media idem; una parte del mondo della cultura e dello spettacolo. Il condivisibile lato “teorico” della battaglia, insomma, cozza con quello “pratico”, dove si registra una generale tolleranza e anche con il fatto che quel contratto, alla fine, sarebbe stato rescisso. Ancora una volta, insomma, l’ingerenza della politica nello sport è parsa stonata. Soprattutto perché il gran casino delle ultime quarantott’ore, costate il posto a Pirlo, ha ridotto la questione tecnica a mero rumore di fondo. Eppure, se c’era una buona ragione per discutere la candidatura a ct dell’ex geniale centrocampista, era proprio un curriculum inadeguato a prendere la guida della Nazionale, che non è certo un banco di prova per verificare la bontà di un allenatore finora poco fortunato, ma il punto di arrivo di una carriera nella quale si è dimostrato qualcosa.

Il problema non è il ct

Oggi Malagò presiederà il Consiglio Federale che dovrà dimostrarsi compatto se non vuole rischiare che si torni a parlare di commissariamento, con l’opinione pubblica piuttosto sconcertata dai pasticci di queste ultime settimane e con la sensazione che il calcio non si sappia governare da solo, dilaniato da divisioni interne, risucchiato in un gorgo di ego, sete di potere, impreparazione manageriale, scarsa capacità strategica. Una situazione non troppo distante dalla politica del Paese, a questo giro incredula di poter commentare una figuraccia di qualcun altro. Oltretutto, il problema del calcio italiano non è il ct. O, meglio, non il più difficile: abbiamo esportato i nostri allenatori ovunque nel mondo, ne abbiamo piazzato uno sulla panchina del Brasile e negli ultimi vent’anni abbiamo vinto più volte la Liga, la Bundesliga e la Premier con i nostri tecnici. Se c’è una cosa che non manca in Italia sono gli allenatori, mentre negli ultimi tempo scarseggiano i talenti. Ecco, di come riattivare un circolo virtuoso per tornare ad avere una Nazionale decente, non si è ancora parlato; così come non si è fatto cenno a come rilanciare il piano stadi e neppure di come risanare un sistema economicamente al collasso. E viene da chiedersi: se affoghiamo nel bicchier d’acqua della nomina di un ct, come diavolo faremo a nuotare nell’Oceano delle riforme necessarie?  

 

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