Marotta, ma cosa c’entra Cuadrado? Meno veleni, più riforme

Servono idee nuove in un calcio che rischia di morire di vecchiaia

Scusate, ma Cuadrado cosa c’entra? Beppe Marotta ha parlato nelle stanze della Lega Serie A o uno dei bar della zona? No, perché rinfacciarsi le sviste arbitrali fa crollare il livello del dibattito o, piuttosto, lo porta assai lontano dal tema più importante. E forse, era proprio questa l’intenzione di Marotta, a suo modo protagonista di una masterclass in depistaggio della narrazione con la tecnica più classica ed efficace di tutte: buttarla in caciara. Come si fa al bar o, di questi tempi, sui social network, dove il confronto non è mai costruttivo, ma sempre e solo distruttivo. Marotta ha raggiunto il suo obiettivo, se il suo obiettivo era alleggerire un pressione divenuta insostenibile per Bastoni (che, ricordiamolo, è un essere umano), e per l’Inter. La parte più sgangherata del carrozzone mediatico che segue il calcio non vedeva l’ora del “liberi tutti” e così, ieri, risucchiati in un iperbolico avvitamento a chi la sparava più grossa, si è arrivati a discutere l’accusa di «simulatore» a Del Piero, uno che, durante un big match, si è letteralmente beccato un ceffone in faccia e non ha fiatato. Insomma: missione compiuta, Beppe.

Marotta e Chiellini

Marotta, però, non ne è uscito bene agli occhi di chi ha visto nell’arringa difensiva un muscolare e sgraziato esercizio di potere. Quasi a rendere reale il meme della “Marotta League”. Definire Chiellini «giovane e inesperto» è, infatti, un’inclinazione sfortunatamente tipica di un Paese che ha fatto della conservazione del potere una religione, i cui sacerdoti arrivano a età improbabili e la pensione per loro non esiste. Chiellini è giovane, quindi, inevitabilmente inesperto, ma porta idee fresche in un calcio che rischia di morire di vecchiaia. E il paradosso è che l’idea di riformare il settore arbitrale la porta avanti proprio con Marotta (!), sulla cui linea politica è spesso sintonico. Ma, attenzione, in quel «giovane e inesperto» c’era la volontà di segnare il territorio e ribadire i rapporti di forza, sempre proporzionali all’anzianità di servizio. Peccato che Chiellini (e con lui Comolli) non avessero mai tirato in ballo Marotta, né l’Inter, né Bastoni. Con le scatole che giravano vorticosamente per aver perso il derby d’Italia in quel modo, i due dirigenti juventini sono andati in tv a dire che in campo era successa una cosa indegna e, senza allestire gogne per nessuno, hanno ribadito l’urgenza di portare avanti delle riforme per evitare di vederne altre, di partite rovinate da una decisione arbitrale così clamorosamente sbagliata.

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Servono idee nuove

Marotta è un grande dirigente. Un gigante all’altezza degli Allodi o dei Galliani e non solo per i risultati ottenuti. La difesa della sua società, dei suoi giocatori, del suo allenatore è un’esigenza sacrosanta, che ieri lui ha messo davanti a tutto. Forse un po’ goffamente, scivolando su un terreno reso sdrucciolevole dall’ormai delirante evolversi di qualsiasi argomento calcistico. Ma non è alimentando la circolazione dei veleni che se ne combattono gli effetti. Non è la mitridatizzazione che salverà il calcio italiano, anche perché è già assuefatto a qualsiasi tossicità. Servono riforme, per il settore arbitrale e non solo. Servono idee nuove. Servono stadi. E, sì, servono anche giovani dirigenti. Non servono, o per lo meno non in Lega, discussioni sui casi arbitrali del passato. È vero, siamo il Paese che celebra con ampie paginate i quarant’anni del gol di Turone o i venti di Iuliano-Ronaldo, ma forse è anche per questo che il nostro calcio vale un quarto della Premier League e la metà della Liga.

Totale mancanza di cultura della sconfitta

E forse è proprio questa spasmodica dietrologia, la totale mancanza di cultura della sconfitta per cui deve essere sempre colpa di un arbitro, di un complotto, di qualcun altro, chiunque esso sia, che abbiamo imbarbarito il gioco più bello che avevamo, quello che ci accompagna da quando siamo bambini e ci consente di rimanere bambini dentro, a qualsiasi età. Abbiamo imbarbarito. Prima persona plurale, nessuno si senta escluso: dai dirigenti ai tifosi, passando per giornalisti, giocatori e allenatori. Nessuno è veramente in grado di scagliare la prima pietra. Gestire la passione, a qualsiasi livello, è difficile, ma quando iniziano le minacce di morte (vedi quelle a La Penna) forse dovremmo avviare una riflessione. Meno veleni, più riforme. E vedrete che ci si diverte lo stesso.

 

 

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Scusate, ma Cuadrado cosa c’entra? Beppe Marotta ha parlato nelle stanze della Lega Serie A o uno dei bar della zona? No, perché rinfacciarsi le sviste arbitrali fa crollare il livello del dibattito o, piuttosto, lo porta assai lontano dal tema più importante. E forse, era proprio questa l’intenzione di Marotta, a suo modo protagonista di una masterclass in depistaggio della narrazione con la tecnica più classica ed efficace di tutte: buttarla in caciara. Come si fa al bar o, di questi tempi, sui social network, dove il confronto non è mai costruttivo, ma sempre e solo distruttivo. Marotta ha raggiunto il suo obiettivo, se il suo obiettivo era alleggerire un pressione divenuta insostenibile per Bastoni (che, ricordiamolo, è un essere umano), e per l’Inter. La parte più sgangherata del carrozzone mediatico che segue il calcio non vedeva l’ora del “liberi tutti” e così, ieri, risucchiati in un iperbolico avvitamento a chi la sparava più grossa, si è arrivati a discutere l’accusa di «simulatore» a Del Piero, uno che, durante un big match, si è letteralmente beccato un ceffone in faccia e non ha fiatato. Insomma: missione compiuta, Beppe.

Marotta e Chiellini

Marotta, però, non ne è uscito bene agli occhi di chi ha visto nell’arringa difensiva un muscolare e sgraziato esercizio di potere. Quasi a rendere reale il meme della “Marotta League”. Definire Chiellini «giovane e inesperto» è, infatti, un’inclinazione sfortunatamente tipica di un Paese che ha fatto della conservazione del potere una religione, i cui sacerdoti arrivano a età improbabili e la pensione per loro non esiste. Chiellini è giovane, quindi, inevitabilmente inesperto, ma porta idee fresche in un calcio che rischia di morire di vecchiaia. E il paradosso è che l’idea di riformare il settore arbitrale la porta avanti proprio con Marotta (!), sulla cui linea politica è spesso sintonico. Ma, attenzione, in quel «giovane e inesperto» c’era la volontà di segnare il territorio e ribadire i rapporti di forza, sempre proporzionali all’anzianità di servizio. Peccato che Chiellini (e con lui Comolli) non avessero mai tirato in ballo Marotta, né l’Inter, né Bastoni. Con le scatole che giravano vorticosamente per aver perso il derby d’Italia in quel modo, i due dirigenti juventini sono andati in tv a dire che in campo era successa una cosa indegna e, senza allestire gogne per nessuno, hanno ribadito l’urgenza di portare avanti delle riforme per evitare di vederne altre, di partite rovinate da una decisione arbitrale così clamorosamente sbagliata.

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