Cataldo Intrieri* In una delle intercettazioni simbolo di Calciopoli, l’imputato più illustre, Luciano Moggi, allora direttore sportivo del più potente club dell’epoca, la Juventus, si vantava con Maria Grazia Fazi, all’epoca segretaria della Can, di aver chiuso a chiave nello spogliatoio dello stadio di Reggio Calabria l’arbitro Gianluca Paparesta, colpevole di una direzione di gara, a suo giudizio, sfavorevole per la Juventus. Il tribunale di Reggio ha archiviato l’inchiesta (aperta con l’ipotesi di sequestro di persona) e ha stabilito che si trattava di una vanteria. Eppure, nell’immaginario collettivo, ha assunto una forte emblematicità della condizione di asservimento psicologico della classe arbitrale del tempo. A leggere le rare cronache odierne sulla vicenda Rocchi vien voglia di chiedersi se quello sgabuzzino sia ancora rimasto idealmente chiuso, ancorché le chiavi siano passate di mano.
Caso Rocchi e accuse di frode sportiva: intercettazioni e sviluppi dell’inchiesta
I fatti risalgono ad una settimana fa: dalla procura di Milano emerge la notizia che il designatore arbitrale Rocchi, insieme al suo collaboratore Gervasoni, è indagato per frode sportiva, avendo designato - secondo l’avviso di garanzia - per alcune gare della scorsa stagione, decisive per l’assegnazione dello scudetto, direttori di gara «graditi» all’Inter (che, per la cronaca, lo scudetto lo ha perso anche per alcune decisioni contrarie), sollecitato dall’addetto agli arbitri del club milanese Giorgio Schenone. Il sostituto delegato all’indagine non ha fornito alcun particolare: dalle ricostruzioni giornalistiche sembra che l’indizio principale sia costituito da una intercettazione di una conversazione telefonica di Rocchi mentre si svolgeva a San Siro una delle semifinali di Coppa Italia tra Milan ed Inter. Nella conversazione, Rocchi si sarebbe lamentato con l’interlocutore, forse lo stesso Gervasoni, che un tal «Giorgio» (e si sospetta Schenone, suo ex collaboratore ed oggi addetto agli arbitri dell’Inter) «non voleva più vedere» Andrea Doveri come arbitro.
Intercettazioni, silenzi e dubbi sul sistema calcio
Da qui, secondo il capo d’accusa redatto dal pm Maurizio Ascione, Rocchi avrebbe espresso al suo interlocutore la volontà di «combinare» le designazioni in modo tale da evitare che Doveri arbitrasse le partite decisive dei nerazzurri nello sprint scudetto (perso dall’Inter per un punto) e che a dirigere uno degli scontri decisivi, quello col Bologna fosse nominato un arbitro «gradito», il Andrea Colombo. E, in effetti, questi diresse il match in questione, che fu perso nei minuti finali dall’Inter, tra le polemiche per un fallo laterale fatto battere troppo a ridosso dell’area dei neo campioni d’Italia e dal quale scaturì il gol decisivo dei felsinei; mentre Doveri fu designato per la partita contro il Parma, allora allenato da Chivu, terminata con un pareggio dopo una rocambolesca rimonta degli emiliani da un doppio svantaggio.
Dopo l’esplosione della notizia, nell’immediatezza dell’annuncio, poco a poco, è subentrata una sorta di imbarazzata ritrosia, poi qualche sortita squisitamente e meritoriamente garantista, non riscontrata in altre situazioni analoghe con altri colori di mezzo; poi addirittura il totale silenzio. Non ci si lamenterà, da queste parti, dell’apprezzabile scrupolo garantista, ancorché assente in precedenti vicende calcistico-giudiziarie e certo si può comprendere l’esigenza di non mandare all’aria la poca credibilità rimasta di un sistema calcistico rantolante che rischia di trascinare nella rovina l’indotto dei media al seguito.
Solo Viola può parlare dell'indagine e tace
Tuttavia qualche precisazione va fatta. Ad esempio, un’intercettazione per la giurisprudenza della Cassazione ha valore di prova e presunzione di attendibilità quanto al contenuto, perché viene reso in totale libertà dal soggetto, ascoltato a sua insaputa. Conta in questi casi, lo dico per esperienza professionale, il tono, l’eloquio, il ritmo delle parole. Nessuno ha ancora sentito questa intercettazione, dunque stupisce che la si liquidi in via preventiva come irrilevante. Poniamo che il tono di Rocchi fosse quello di un uomo mortificato e preoccupato per il richiamo su Doveri, in tale caso il criterio di valutazione sarebbe certamente diverso che se esso fosse scherzoso. Soprattutto renderebbe attendibile che un colloquio sulla designazione di un arbitro ci sia stato.
Se io, da avvocato andassi a dire al presidente del tribunale di non volere più aver di fronte un certo giudice quantomeno ne dovrei rispondere in sede disciplinare. Immagino che sarebbe altrettanto rilevante in sede sportiva. Vi è poi un altro profilo che un addetto ai lavori coglie e concerne le singolari modalità di diffusione della notizia. Da qualche anno, a seguito di una direttiva europea le notizie sullo stato di un’indagine sono esclusiva prerogativa del capo della procura. Il dottor Viola, procuratore capo di Milano invece tace e nulla dice.
Certo è che qualcuno ha fatto trapelare la confortante assicurazione che non vi siano dipendenti dell’Inter indagati dopo che qualcuno, non sa se la medesima fonte ha fatto uscire la notizia su Rocchi ed il suo capo d’accusa e forse sarebbe stato meglio lo avesse certificato una fonte ufficiale. Qualcuno ha parlato di tensioni nell’ufficio. Chissà, ma certo è opportuno che qualche luce resti accesa su quello sgabuzzino buio, vent’anni dopo che nessuno vi fu realmente chiuso, ma in moltissimi credono ancora che ci fosse un arbitro.
*avvocato penalista