© FC Internazionale via Getty ImagesHelenio Herrera - meglio conosciuto come "HH" nel panorama calcistico - e l'Inter. Un salto nel passato di oltre sessant'anni che rimanda all'utilizzo di "pillole speciali" che alteravano i calciatori nerazzurri. Tra i suoi esperimenti, se così possono essere definiti, numerosi giocatori delle giovanili dell'Inter dell'epoca tra cui Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro Mazzola, uno dei calciatori più forti della squadra ai tempi. "Posso descrivere gli effetti di quelle compresse bianche" le parole di Mazzola nel suo memoriale, nel quale poi proseguiva così: "Tremavo tutto. Sembravo un epilettico. Ero spaventato. Inoltre, l'effetto durò per giorni e fu seguito da un'improvvisa, tremenda stanchezza". Compresse che gran parte dei calciatori nerazzurri rifiutavano di prendere, tentando ogni tipo di escamotage tra cui nasconderle sotto la lingua per poi gettarle nel water. "Herrera non si lasciava ingannare così facilmente: le scioglieva nel caffè, controllando il più possibile di persona che prendessimo la medicina prima della partita" recita il memoriale di Mazzola. Non era dunque facile ingannare l'allora tecnico dell'Inter, sulla panchina dei nerazzurri dal 1960 al 1968 e nel biennio 1973-1974.
Gambogi: "Erano come bombe. Ti davano la carica"
"Herrera ci incoraggiava a prendere [anfetamine], a usare zucchero", ha detto Egidio Morbello, un giocatore della prima squadra. "Erano come bombe. Ti davano la carica", ha detto Pierluigi Gambogi, all'epoca giocatore delle giovanili, il quale affermò: "Le abbiamo respinte. Volevamo farci notare, entrare nei grandi campionati". Compresse che alteravano in maniera preoccupante i calciatori, ed un caso emblematico a dimostrazione della pericolosità del prodotto fu sicuramente quello che riguarda Marcello Giusti, migliore amico di Gambogi. All'epoca il giovane centravanti decise di assumere una delle compresse di Herrera per scherzo, ma le conseguenze furono decisamente gravi. Al termine della gara delle riserve contro il Como nel 1962, perse il controllo, arrampicandosi sui muri dello spogliatoio e sbavando dalla bocca. Era così fuori di sé che i suoi compagni di squadra pensarono che stesse scherzando, ma la situazione era decisamente seria. "Ci può raggiungere al casello" furono le parole di Herrera quando si accorse che Giusti non era assieme ai compagni di squadra sul pullman. Da brividi.
Inter, controlli antidoping e come aggirarli
Nel biennio 1961-1962 la Federazione Italiana Giuoco Calcio introdusse i controlli antidoping, i quali furono facilmente aggirati. "C'erano mille modi per farla franca", ha detto Franco Zaglio, uno dei centrocampisti dell'Inter. Per le competizioni europee, non c'erano controlli antidoping. "Le cose sono cambiate nelle coppe internazionali", ha detto Zaglio, "perché si sa, quando una partita vale tre milioni di montepremi, chiunque può decidere di rischiare". Per far sì che i calciatori risultassero puliti dalle compresse di Herrera, al momento dei controlli gli venivano consegnate fiale di urina di un giocatore "pulito". Una testimonianza a riguardo spiega per filo e per segno il modo in cui i calciatori in Serie A lo eseguivano. Si tratta di Carlo Petrini, ex attaccante di Milan e Genoa negli anni '60: "Prima della partita, l'urina 'pulita' di alcuni giocatori del Genoa che erano in panchina veniva messa dentro cinque fialette: il massaggiatore poi nascondeva quelle fialette in una doppia tasca all'interno dei nostri accappatoi, con una punta che usciva da una fessura che sporgeva dall'interno dell'indumento: bastava esercitare una leggera pressione e l'urina 'pulita' usciva dal beccuccio, riempiendo la fialetta antidoping. Un'operazione facile, facile, anche perché non c'era nessun tipo di controllo in sala antidoping".