Bremer, il periodo più buio e la rinascita: “Tifosi e dirigenza Juve sempre vicini. Ora sono leader”

La lunga lettera del difensore brasiliano sul brutto infortunio della scorsa stagione: "Non riuscivo a fare nulla senza mia moglie"

Era il 2 ottobre 2024 quando Glesion Bremer usciva dal campo dolorante nei primi minuti della sfida contro il Lipsia in Champions League. Il risultato degli esami arrivò qualche giorno dopo e confermò le prime sensazioni: rottura del legamento crociato anteriore e del menisco. Da lì un lungo calvario, lo stop per oltre sei mesi e il rientro in campo in gare ufficiali avvenuto solo all'inizio di questo stagione. Quel periodo, il difensore della Juventus, lo ha voluto raccontare ai microfoni di O Globo, portale brasiliano, con una lunga narrazione, che sembra quasi una lettera.

"Il gionocchio fece uno scatto. Il momento più brutto..."

Un avvio di stagione promettente quello di Bremer nella passata stagione, poi il "crack" del ginocchio in Champions: "È stato un inizio di stagione in cui stavo davvero bene. Avevo giocato sette partite e la Juventus aveva subito solo un goal. Probabilmente sarebbe stata la mia migliore stagione. Ma, purtroppo, in Champions League, in una partita speciale per me, ho subito il mio primo grave infortunio". Un momento che ha stravolto totalmente i piani della Juventus e dell'ex Torino: "Immediatamente ho capito che era qualcosa di serio, perché il ginocchio ha fatto uno scatto, un rumore strano. Ho pensato: “Amico, non ho mai sentito una cosa del genere”. La parte più brutta è stata quando il dottore mi ha detto che sarei dovuto rimanere fermo per nove mesi. Lì ho realizzato la situazione. Sono rimasto molto colpito. Ma mi sono anche detto: “Non c’è più nulla da fare. Ora bisogna concentrarsi per tornare il più presto possibile”.

"Recupero? Davvero complicato, a casa stavo sempre con le stampelle"

Da lì il lungo calvario, con un recupero lento e non facile: "È davvero complicato, perché coinvolge tutto. Mi è cambiata la routine, non solo come calciatore, ma come persona. Nei primi due mesi non potevo appoggiare il piede a terra. Il menisco era stato suturato, quindi dovevo rimanere la maggior parte del tempo sdraiato e in casa mi muovevo solo con le stampelle". Anche le cose più semplici diventavano difficili: "Di solito portavo mia figlia Agatha a scuola, andavo in bicicletta con lei, avevo una vita molto attiva. E tutto questo mi ha tolto autonomia. Avevo bisogno di mia moglie Déborah per ogni cosa. Io sono una persona a cui non piace dipendere dagli altri. Ma in quel momento ho dovuto dipendere molto da lei e dalle persone accanto a me".

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© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

"Mi è servito come insegnamento"

Gleison Bremer, però, ha cercato di trarne un insegnamento positivo: "Penso mi sia servito anche come apprendimento. Certo, se avessi potuto scegliere, di sicuro non avrei voluto subire questo infortunio. Però, visto che è successo, voglio trarne un insegnamento positivo. Ho dato più attenzione ad altre cose al di fuori del calcio". E in quel periodo ha potuto riscoprire il valore del tempo con la propria famiglia: "Dedicavo attenzione a cose che, nella frenesia delle partite, non riusciamo a vivere. È vedere tua figlia crescere giorno dopo giorno, nei dettagli. Mi sono detto: “Devo uscire da questo infortunio meglio di come stavo prima. Imparare qualcosa di nuovo”.

"Ho scritto un libro, ho imparato a suonare la chitarra"

E nel tempo libero il giocatore della Juventus ha imparato anche cose nuove, lontano dal terreno di gioco: "Ho scritto un libro che era già in programma. Ho imparato a suonare la chitarra". Senza, però, mai distogliere l'attenzione dall'obiettivo del rientro in campo tra allenamenti e terapie: "Sbaglia chi pensa che quando si è infortunati non ci si alleni. Io mi allenavo il doppio: la mattina al campo e il pomeriggio a casa con il mio preparatore atletico. Ma ho avuto anche più tempo da trascorrere con la famiglia. Nei fine settimana stavo con loro, viaggiavo, a volte, quando riuscivo".

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"Sono tornato in Brasile nella mia fattoria, presi una pausa dal calcio"

Nel lungo periodo lontano dal campo, Bremer ha avuto l'occasione anche di tornare in patria, nel suo Brasile: "Quando vivevo a Bahia ed ero piccolo, mio padre mi diceva sempre: “Vai a imparare a suonare la chitarra”. Io rispondevo: “No, voglio solo giocare a calcio. Più avanti, chissà”. È capitato che, purtroppo, mi sono infortunato e ho avuto quel tempo. È sempre stato un mio desiderio. Rimanevo affascinato dalle persone che riuscivano a fare quelle cose con le note". Il difensore ha poi raccontato anche il suo rapporto con la musica: "Mi piace molto la musica di lode, il pop, la musica tranquilla… Anche perché chi è alle prime armi deve cominciare in modo più semplice. Sono andato a Itapitanga subito dopo l’infortunio, per un paio di mesi, quando già potevo fare alcune cose. Ho una fattoria a Paraíso e avevo bisogno di rilassarmi, uscire dal contesto del calcio. Tornare a essere quel Bremer degli inizi, senza tanta pressione. Sono andato nella fattoria, dove vivono i miei genitori, e ho dimenticato il calcio per un po’".

"Amo viaggiare. Ho sempre avuto il desiderio di conoscere il mondo e nuove culture"

E i viaggi non sono mancati: "Nel calcio, la nostra vita è molto frenetica. Io sono cresciuto nell’entroterra, fino ai 13 o 14 anni, quando sono uscito dalla Bahia. Mi piace stare a contatto con la natura, lì non c’è tutta quella pressione e quella gente. Sei tu con la natura e la famiglia, a vivere una vita tranquilla e serena. Io, mia moglie e mia figlia siamo stati in Egitto. Un’esperienza bellissima: siamo andati nel deserto, siamo rimasti due o tre giorni, abbiamo visto i cammelli e cose del genere. Normalmente non abbiamo tempo per farlo. Quando ne avevamo, andavamo in Brasile. Stavolta abbiamo voluto qualcosa di diverso. Ho sempre avuto il desiderio di conoscere il mondo e nuove culture. Ci sono ancora tanti posti, anche in Brasile, come la Foresta Amazzonica. E anche in Africa. Sono luoghi che vorrei visitare".

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"Rientro in campo? Come la prima volta, ma me la sono cavata"

E alla fine, all'inizio di questa stagione, è arrivato il tanto atteso ritorno in campo: "Quando sono tornato per la prima partita, c’era molta ansia. Dopo tanto tempo, sembrava la mia prima partita da professionista. Un po’ di brividi, che è normale, ma me la sono cavata bene. Stiamo facendo una stagione solida. Per quanto riguarda il ginocchio, penso che sia un percorso. Non è ancora finito. Bisogna lavorare ogni giorno, mantenerlo sempre forte, fare attenzione al recupero, perché non sarà mai un ginocchio uguale a quello di prima. Certo, ora è più forte, ma servono alcune precauzioni che, se fossi sano, non avrei. Giocando ogni tre giorni, chiedi ancora di più al tuo corpo, quindi devi recuperare bene".

"I tifosi? Fantastici, loro e la società mi sono sempre stati vicini"

Nel periodo di convalescenza è stato molto importante anche il supporto delle persone vicino a Bremer. Dai tifosi alla società, i messaggi d'affetto non sono mai mancati: "In generale, tutti alla Juventus mi hanno accolto veramente bene. I tifosi e la dirigenza sono sempre stati al mio fianco. È stato un percorso che abbiamo fatto insieme. Mi hanno dato tutto il sostegno possibile. Abbiamo una delle migliori strutture d’Italia. Sono tornato bene, per fare ciò che amo di più. Sono uno dei giocatori con più anni di permanenza nel club e anche, per età, tra i più esperti, anche se non così vecchio. Mi sento felice per il percorso che ho fatto qui alla Juventus".

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"Mi sento uno dei leader della squadra, voglio andara al Mondiale"

L'attenzione di Bremer, adesso, però, è tutta sul campo. Nonostante il ginocchio vada sempre tenuto sotto controllo e la precauzione non sia mai troppa (il difensore non è stato convocato in Champions League perché uscito acciaccato dalla sfida con l'Atalanta), l'obiettivo ora è crescere con i colori bianconeri: "Sto diventando uno dei leader della squadra. Spero di aiutare i compagni più giovani a seguire la strada giusta. Che possiamo tornare a vincere un titolo importante e riportare il club a grandi traguardi. Penso al Mondiale del 2026, sicuramente. So che devo stare bene alla Juventus, sia fisicamente che a livello di prestazioni. Credo che sia solo una questione di tempo. Basta che stia bene e sono certo di avere grandi possibilità di essere convocato di nuovo. Chissà, magari disputare ancora una Coppa del Mondo. Spero davvero di esserci. Quando si subisce un infortunio di questo tipo, si inizia ad avere più empatia verso gli altri. Non che prima non ne avessi, l’ho sempre avuta. Ma ora ancora di più. Sai cosa significa affrontare un infortunio così. Alcuni giocatori non tornano più gli stessi, e io capisco il perché. Serve un grandissimo lavoro mentale, perché è la mente che controlla tutto".

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Era il 2 ottobre 2024 quando Glesion Bremer usciva dal campo dolorante nei primi minuti della sfida contro il Lipsia in Champions League. Il risultato degli esami arrivò qualche giorno dopo e confermò le prime sensazioni: rottura del legamento crociato anteriore e del menisco. Da lì un lungo calvario, lo stop per oltre sei mesi e il rientro in campo in gare ufficiali avvenuto solo all'inizio di questo stagione. Quel periodo, il difensore della Juventus, lo ha voluto raccontare ai microfoni di O Globo, portale brasiliano, con una lunga narrazione, che sembra quasi una lettera.

"Il gionocchio fece uno scatto. Il momento più brutto..."

Un avvio di stagione promettente quello di Bremer nella passata stagione, poi il "crack" del ginocchio in Champions: "È stato un inizio di stagione in cui stavo davvero bene. Avevo giocato sette partite e la Juventus aveva subito solo un goal. Probabilmente sarebbe stata la mia migliore stagione. Ma, purtroppo, in Champions League, in una partita speciale per me, ho subito il mio primo grave infortunio". Un momento che ha stravolto totalmente i piani della Juventus e dell'ex Torino: "Immediatamente ho capito che era qualcosa di serio, perché il ginocchio ha fatto uno scatto, un rumore strano. Ho pensato: “Amico, non ho mai sentito una cosa del genere”. La parte più brutta è stata quando il dottore mi ha detto che sarei dovuto rimanere fermo per nove mesi. Lì ho realizzato la situazione. Sono rimasto molto colpito. Ma mi sono anche detto: “Non c’è più nulla da fare. Ora bisogna concentrarsi per tornare il più presto possibile”.

"Recupero? Davvero complicato, a casa stavo sempre con le stampelle"

Da lì il lungo calvario, con un recupero lento e non facile: "È davvero complicato, perché coinvolge tutto. Mi è cambiata la routine, non solo come calciatore, ma come persona. Nei primi due mesi non potevo appoggiare il piede a terra. Il menisco era stato suturato, quindi dovevo rimanere la maggior parte del tempo sdraiato e in casa mi muovevo solo con le stampelle". Anche le cose più semplici diventavano difficili: "Di solito portavo mia figlia Agatha a scuola, andavo in bicicletta con lei, avevo una vita molto attiva. E tutto questo mi ha tolto autonomia. Avevo bisogno di mia moglie Déborah per ogni cosa. Io sono una persona a cui non piace dipendere dagli altri. Ma in quel momento ho dovuto dipendere molto da lei e dalle persone accanto a me".

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