Padovano: “Juve non attrezzata per vincere. David e Openda si stanno rendendo conto…”

L'ex bomber bianconero commenta il momento che sta attraversando la squadra di Tudor e non solo: "Normale fare delle riflessioni su Koopmeiners"

TORINO - Michele Padovano era un combattente in campo. Ma ha dovuto lottare, tanto, anche lontano dal rettangolo verde. Quando i riflettori si sono accesi sull’inchiesta che l’ha tormentato per 17 anni. Ha superato, con un’assoluzione ben più importante di qualsiasi gol mai realizzato, lo scandalo del presunto traffico di stupefacenti che aveva fatto spegnere l’attenzione sul suo passato da attaccante. Padovano ha sempre avuto il mondo Juve nel cuore. E dei bianconeri è stato un simbolo: il trionfo di Roma nel 1996, nell’ultima Champions League portata a Torino, porta anche la sua indelebile firma. Adesso guarda la Serie A con l’attenzione dell’appassionato, sì, ma anche con un occhio di riguardo verso il suo passato.  

Michele Padovano, l’ultima immagine della Juve prima della sosta per le nazionali è lo scialbo 0-0 contro il Milan. Una partita che ha fotografato più fragilità che certezze, ma se non altro la striscia senza sconfitte della squadra di Tudor si è allungata. 
«Sì, la Juve non perde mai. A questo punto della stagione è comunque un fatto da sottolineare: significa che la squadra ha uno spirito corretto, sa farsi valere nei momenti complicati e riesce ad alzare la testa quando è sotto. Poi, certo, contro il Milan ci voleva un centrocampista in più. Un regista vero, che sappia impostare l’azione e che dia un po’ di verticalità al gioco». 
 
Uno dei nodi del momento, però, è l’attacco. Perché non riesce ad essere incisivo? 
«David e Openda si stanno semplicemente rendendo conto che la Juve è un mondo a parte. Lilla e Lipsia, con tutto il rispetto, sono un’altra cosa. Bisogna dare tempo ai nuovi di ambientarsi, anche se ritengo che sia in generale la squadra ad essere in una fase di assestamento. La crisi dell’attacco è una conseguenza dei piccoli intoppi anche degli altri reparti». 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Il cambio modulo e Vlahovic

E poi c’è Vlahovic. 
«Già, per me resta il principale padrone dell’attacco. Ha i mezzi per essere decisivo. Secondo me quest’estate ha fatto uno scatto mentale importante, non era facile rimanere connessi nonostante le voci di mercato. Gli darei fiducia totale: ha dimostrato che il tema rinnovo non lo condiziona in alcun modo a livello di rendimento». 
 
Como e Real Madrid possono diventare due banchi di prova decisivi per il serbo? 
«Sì, ma Tudor sa come gestirlo. Dovrà capire come dosarlo e in che maniera poterlo esaltare». 
 
Un eventuale cambio di modulo, con il passaggio a due punte, può mettere nelle condizioni di migliorare il rendimento di tutto il reparto offensivo? 
«Il cambio di assetto può aiutare, sì, ma non è così importante. Anche il passaggio a quattro dietro ritengo possa essere utile solo se i giocatori alzano il livello. Per esempio, Cambiaso non sta dando ciò che potrebbe: ha un potenziale nettamente maggiore di ciò che sta mostrando. Penso che oggi alla Juve manchi un giocatore che il Napoli, al contrario, si sta godendo: Kevin De Bruyne. Un vero padrone del gioco». 
 
Quanto tempo serve per rendere la Juve di nuovo vincente? 
«Hanno scelto Damien Comolli per questo. Gli va data fiducia incondizionata in questo momento, penso che i segnali della proprietà siano molto chiari in questo senso. Oggi la squadra non è attrezzata per vincere: mi sembra l’unica certezza in questo momento, ma credo ne siano tutti consapevoli»  

 

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Le parole su Koopmeiners

Tornando al tema attacco, la presenza di tre giocatori come Vlahovic, David e Openda può diventare un problema? Soprattutto se non c’è una gerarchia chiara. 
«A me la concorrenza stimolava tanto, non mi ha mai penalizzato. David ha sempre fatto gol: tornerà a farne di sicuro. In Italia ti raddoppiano costantemente, in Francia hai molto più spazio. Poi, chiaramente, c’è un discorso di pressione: alla Juve le responsabilità aumentano a dismisura». 
 
Persino uno come Zinedine Zidane fece fatica all’inizio in Serie A. 
«Sì, ma noi in allenamento lo vedevamo: era un campione in tutto. Aveva qualità troppo diverse dagli altri. Noi lo abbiamo aiutato, sì, ma le sue doti erano inedite. Nonostante fossimo abituati a vedere all’opera certi campioni». 
 
Si può recuperare anche un giocatore come Koopmeiners? 
«Dopo un anno e mezzo d’attesa la vedo veramente difficile. Probabilmente non si trova a proprio agio a livello di ambiente, non penso sia un problema legato al ruolo. L’ho già visto in diverse posizioni, ma c’è sempre qualcosa che non gira come dovrebbe. Normale fare delle riflessioni».  

Su quale giocatore scommetterebbe d’ora in avanti?
 «Sono incuriosito da Zhegrova: penso che meriti di essere lanciato. Tudor sta solo aspettando che trovi la condizione migliore possibile, visto che è stato fermo per parecchio tempo: non è facile riprendersi dopo uno stop così lungo, ma ha qualità fantastiche». 

 

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TORINO - Michele Padovano era un combattente in campo. Ma ha dovuto lottare, tanto, anche lontano dal rettangolo verde. Quando i riflettori si sono accesi sull’inchiesta che l’ha tormentato per 17 anni. Ha superato, con un’assoluzione ben più importante di qualsiasi gol mai realizzato, lo scandalo del presunto traffico di stupefacenti che aveva fatto spegnere l’attenzione sul suo passato da attaccante. Padovano ha sempre avuto il mondo Juve nel cuore. E dei bianconeri è stato un simbolo: il trionfo di Roma nel 1996, nell’ultima Champions League portata a Torino, porta anche la sua indelebile firma. Adesso guarda la Serie A con l’attenzione dell’appassionato, sì, ma anche con un occhio di riguardo verso il suo passato.  

Michele Padovano, l’ultima immagine della Juve prima della sosta per le nazionali è lo scialbo 0-0 contro il Milan. Una partita che ha fotografato più fragilità che certezze, ma se non altro la striscia senza sconfitte della squadra di Tudor si è allungata. 
«Sì, la Juve non perde mai. A questo punto della stagione è comunque un fatto da sottolineare: significa che la squadra ha uno spirito corretto, sa farsi valere nei momenti complicati e riesce ad alzare la testa quando è sotto. Poi, certo, contro il Milan ci voleva un centrocampista in più. Un regista vero, che sappia impostare l’azione e che dia un po’ di verticalità al gioco». 
 
Uno dei nodi del momento, però, è l’attacco. Perché non riesce ad essere incisivo? 
«David e Openda si stanno semplicemente rendendo conto che la Juve è un mondo a parte. Lilla e Lipsia, con tutto il rispetto, sono un’altra cosa. Bisogna dare tempo ai nuovi di ambientarsi, anche se ritengo che sia in generale la squadra ad essere in una fase di assestamento. La crisi dell’attacco è una conseguenza dei piccoli intoppi anche degli altri reparti». 

 

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