Tether, Ardoino rilancia sulla Juve: "Noi più solidi di una banca. Vi spiego perché hanno paura"

Il Ceo della Stablecoin più importante del mondo torna a parlare senza filtri: "Se la gente inizia a scoprire la garanzia sul proprio denaro..."

Nelle ultime settimane il mondo del calcio e della finanza si è trovato al centro di una battaglia inedita tra tradizione e innovazione: Tether, il colosso delle stablecoin già azionista di minoranza della Juventus, ha formalizzato una proposta vincolante in contanti da circa 1,1 miliardi di euro per acquistare la quota di maggioranza detenuta da Exor, la holding della famiglia Agnelli che guida il club da oltre un secolo, con l’intento di lanciare un’offerta pubblica di acquisto per il resto del capitale. Tuttavia Exor, riaffermando il legame storico e la visione strategica di lungo periodo sul club, ha respinto l’offerta, ribadendo con forza che la Juventus “non è in vendita” e confermando il proprio impegno verso la continuità proprietaria. Ma Ardoino, Ceo della società di crytovalute, non si è dato per vinto. Ha confermato la sua voglia di investire nel club in una lunga intervista concessa al Corriere del Ticino, dove ha affrontato tanti temi.

Stablecoin, banche centrali e il caso Tether

Il dibattito sulla solidità delle stablecoin e sul loro potenziale impatto sistemico è tornato al centro dell’attenzione dopo le valutazioni prudenti espresse dalle autorità europee. Una lettura che, secondo Paolo Ardoino, CEO di Tether, va inserita nel contesto di un settore giovane ma strutturalmente diverso dal sistema bancario tradizionale. Alla domanda se le preoccupazioni della Banca centrale europea siano fondate, Ardoino ribalta la prospettiva, spiegando perché proprio la diversa architettura delle stablecoin venga percepita come una minaccia: "Il motivo per cui la Banca centrale europea dice questo va analizzato dal punto di vista scientifico ed economico. Tutte le banche europee, e non solo, lavorano con il sistema della riserva frazionaria: sono obbligate a detenere circa il 10% di asset liquidi e prestano il restante 90%. Se io deposito in banca 100 mila euro, 90 mila possono essere dati a prestito. In Europa sono garantito fino a 100 mila euro: se deposito un milione sul conto e la banca fallisce, come cliente posso sperare di recuperare solo quella cifra.

 

 

La BCE è preoccupata perché le stablecoin, e Tether in particolare, funzionano in modo diverso. Noi abbiamo circa l’80% in cash equivalent e una copertura complessiva dei depositi che arriva al 120%. Se le persone iniziano a chiedersi perché dovrebbero tenere i soldi in banca, dove in caso di fallimento recuperano solo una parte, quando possono usare uno strumento completamente collateralizzato, è chiaro che dal punto di vista delle banche centrali questo diventa un problema sistemico".

 

 

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Tether come “full reserve bank”: un modello alternativo

Da questa impostazione nasce la provocazione più forte: Tether può essere considerata, di fatto, una banca completamente collateralizzata? Ardoino non ha dubbi e difende il modello con numeri e composizione delle riserve, sottolineando una solidità che, a suo dire, supera quella di molte istituzioni tradizionali: "Sì. Con la tecnologia dei token riusciamo ad avere una copertura al 100%, anzi superiore. Oggi, su circa 186 miliardi di dollari di depositi, abbiamo oltre 140 miliardi in buoni del Tesoro americani a breve termine, circa 15 miliardi in oro fisico e il resto in altri strumenti cash equivalent, come i bitcoin. È un portafoglio estremamente più sicuro di quello di una banca tradizionale. È possibile essere una full reserve bank ed essere in grado di generare profitti: con 186 miliardi gestiti al 4% l’anno, parliamo di 7-8 miliardi di dollari di utili annui senza assumere particolari rischi. Noi non dobbiamo prestare i soldi dei clienti per mantenere la struttura, come invece fanno le banche tradizionali"..

Regole e privilegi: il nodo della regolamentazione

Una delle critiche più ricorrenti riguarda il presunto vantaggio competitivo delle società che emettono stablecoin, accusate di godere dei benefici di una banca senza sottostare agli stessi vincoli. Ardoino respinge questa lettura e chiarisce perché Tether non rientri nei regimi normativi europei o svizzeri: "Non è vero. Noi, contrariamente alle banche, non abbiamo il privilegio di tenere solo il 10% di riserve liquide. Le regolamentazioni per le stablecoin, come il GENIUS Act statunitense, sono molto stringenti: non possiamo fare credito, non possiamo prestare soldi a un cliente per comprarsi una macchina; non facciamo brokeraggio e non gestiamo investimenti per conto dei nostri utenti. Emettiamo, dietro copertura, un gettone digitale equivalente a un dollaro americano: quando l’utente vuole il dollaro indietro, basta che ci restituisca il gettone (il token) e noi restituiamo il dollaro. Nel 2022 – quando ci fu il crollo della stablecoin TerraLuna – siamo stati sottoposti a una vera e propria corsa agli sportelli (bank run): in 48 ore abbiamo rimborsato 7 miliardi di dollari, in 20 giorni altri 25 miliardi. Nessuna istituzione finanziaria negli ultimi 50 anni ha retto un ritiro del 25% dei propri depositi. Noi sì, perché avevamo tutte le riserve. Questo test lo abbiamo superato a pieni voti".

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Dalle crisi bancarie all’innovazione dirompente

Il riferimento corre inevitabilmente alle recenti crisi bancarie, da Credit Suisse alle banche regionali statunitensi. Per Ardoino, episodi che rafforzano l’idea di un cambiamento strutturale già in atto: "Esatto. Quelle crisi dimostrano che il modello tradizionale non è privo di rischi. La nostra è un’innovazione tecnologica dirompente ed è normale che non nasca all’interno del sistema bancario: è difficile che un settore economico inventi qualcosa che distrugge il proprio modello di business. È come se i tassisti avessero inventato Uber. È inverosimile".

L'obiettivo di Tether

Negli Stati Uniti il GENIUS Act ha acceso un confronto acceso anche tra gli economisti, con critiche severe sul rischio di frodi. Ardoino risponde spostando il focus sull’obiettivo strategico di Tether, che va oltre i mercati occidentali: "Le truffe esistono ovunque, nel sistema finanziario tradizionale come in quello cripto. La differenza la fa la regolamentazione. Il GENIUS Act è una normativa molto aggressiva e severa. Noi operiamo da undici anni e il nostro obiettivo non è l’Europa o la Svizzera: è portare inclusione finanziaria a quattro miliardi di persone che non hanno un conto bancario, in Africa o nel Sud-est asiatico. Se metà della popolazione mondiale resta esclusa dal sistema finanziario di base, i rischi geopolitici e sociali sono enormi. Con questa tecnologia si può fare in poco tempo ciò che nessuna ONG o charity è mai riuscita a fare in decenni di aiuto allo sviluppo".

Compliance, sicurezza e rapporti con le autorità

Un altro fronte critico riguarda il rispetto delle norme antiriciclaggio e di conoscenza del cliente. Anche qui Ardoino rivendica un approccio attivo e collaborativo con le istituzioni: "Tether lavora con 260 agenzie di law enforcement in oltre 50 Paesi. Collaboriamo in modo proattivo con il Dipartimento di Giustizia statunitense, i servizi segreti, la polizia di Taiwan e quella ucraina. Spesso siamo noi a segnalare movimenti sospetti. Possiamo bloccare i fondi in modo chirurgico, molto più preciso di quanto facciano le banche. Se i soldi rubati da un conto bancario finiscono fuori dall’Europa, recuperarli è quasi impossibile. Noi possiamo farlo, lavorando con le autorità".

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Il motivo di El Salvador come sede

La scelta di El Salvador (menzionata anche nel comunicato Exor) come sede legale si inserisce in questo quadro regolatorio, considerato da Tether più coerente rispetto all’Europa: "La regolamentazione europea è, per noi, impraticabile: richiede che il 60% delle riserve sia detenuto in depositi bancari non assicurati. Mettere miliardi in banche assicurate solo fino a 100 mila euro non ha senso. La normativa americana è nata solo quest’anno ed è innovativa; quella salvadoregna è solida ed è coerente con il GENIUS Act". Guardando avanti, Ardoino immagina un futuro in cui le valute tradizionali saranno sempre più tokenizzate, senza essere sostituite: "È molto probabile. Non si tratta di rimpiazzare il dollaro o l’euro, ma di ottimizzare il loro sistema di circolazione. È come passare dal cavallo a Internet. Anche le banche centrali lo hanno capito: la BCE lavora all’euro digitale da tempo".

"La struttura è estremamente solida"

Resta infine il tema della concentrazione degli asset e della volatilità, soprattutto per la quota in bitcoin. Anche su questo punto la risposta è netta: "Utilizziamo titoli di Stato americani a breve termine, i più sicuri. Se anche il bitcoin dovesse arrivare a zero, avremmo comunque più riserve di quanto dobbiamo rimborsare. Abbiamo più oro che bitcoin. L’oro è fisico, non finanziario, ed è custodito in Svizzera. È controllato e revisionato trimestralmente. Inoltre, abbiamo circa 23 miliardi di utili non distribuiti reinvestiti in azienda. La struttura è estremamente solida". Infine il focus si è spostato sulla Juve.

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Ardoino e la voglia di Juve

«Io e Giancarlo Devasini siamo grandi tifosi della Juventus, ma crediamo anche che oggi abbia un enorme potenziale inespresso: 200 milioni di fan nel mondo, molti nei mercati emergenti che noi serviamo con Tether. Possiamo aiutare il club a interagire meglio con questi fan e portare tecnologie avanzate, al pari dei grandi big della tecnologia, dall’intelligenza artificiale all’analisi delle performance. Se qualcuno vuole vendere, secondo le regole di mercato – la Juventus è una società quotata in Borsa – noi possiamo comprare e non ritiriamo l’offerta. Riteniamo che la Juventus possa fare molto meglio e vorremmo contribuire a un cambiamento positivo, anche senza necessariamente controllarla interamente" - ha spiegato Ardoino, che di certo non ha dimostrato di arrendersi.

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Nelle ultime settimane il mondo del calcio e della finanza si è trovato al centro di una battaglia inedita tra tradizione e innovazione: Tether, il colosso delle stablecoin già azionista di minoranza della Juventus, ha formalizzato una proposta vincolante in contanti da circa 1,1 miliardi di euro per acquistare la quota di maggioranza detenuta da Exor, la holding della famiglia Agnelli che guida il club da oltre un secolo, con l’intento di lanciare un’offerta pubblica di acquisto per il resto del capitale. Tuttavia Exor, riaffermando il legame storico e la visione strategica di lungo periodo sul club, ha respinto l’offerta, ribadendo con forza che la Juventus “non è in vendita” e confermando il proprio impegno verso la continuità proprietaria. Ma Ardoino, Ceo della società di crytovalute, non si è dato per vinto. Ha confermato la sua voglia di investire nel club in una lunga intervista concessa al Corriere del Ticino, dove ha affrontato tanti temi.

Stablecoin, banche centrali e il caso Tether

Il dibattito sulla solidità delle stablecoin e sul loro potenziale impatto sistemico è tornato al centro dell’attenzione dopo le valutazioni prudenti espresse dalle autorità europee. Una lettura che, secondo Paolo Ardoino, CEO di Tether, va inserita nel contesto di un settore giovane ma strutturalmente diverso dal sistema bancario tradizionale. Alla domanda se le preoccupazioni della Banca centrale europea siano fondate, Ardoino ribalta la prospettiva, spiegando perché proprio la diversa architettura delle stablecoin venga percepita come una minaccia: "Il motivo per cui la Banca centrale europea dice questo va analizzato dal punto di vista scientifico ed economico. Tutte le banche europee, e non solo, lavorano con il sistema della riserva frazionaria: sono obbligate a detenere circa il 10% di asset liquidi e prestano il restante 90%. Se io deposito in banca 100 mila euro, 90 mila possono essere dati a prestito. In Europa sono garantito fino a 100 mila euro: se deposito un milione sul conto e la banca fallisce, come cliente posso sperare di recuperare solo quella cifra.

 

 

La BCE è preoccupata perché le stablecoin, e Tether in particolare, funzionano in modo diverso. Noi abbiamo circa l’80% in cash equivalent e una copertura complessiva dei depositi che arriva al 120%. Se le persone iniziano a chiedersi perché dovrebbero tenere i soldi in banca, dove in caso di fallimento recuperano solo una parte, quando possono usare uno strumento completamente collateralizzato, è chiaro che dal punto di vista delle banche centrali questo diventa un problema sistemico".

 

 

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