I cinquanta giorni che hanno cambiato la Juventus. Un po' di più, visto che nel pianeta bianconero è atterrato il 30 ottobre, ma comunque abbastanza per rivoluzionare la stagione e tornare almeno a far sperare i tifosi, in attesa di farli sognare di nuovo. Luciano Spalletti ha impersonificato la svolta Juve, imprigionata nei limiti e nelle difficoltà dalle quali un cuore come Tudor non riusciva a liberarsi e ora capace di imporsi con grinta e sacrificio anche sui suoi (tanti) difetti. E ad assicurarlo sono i numeri, che parlano da soli: le 11 partite con l'ex commissario tecnico della Nazionale in panchina, le stesse giocate dal predecessore, sono valse 2,18 punti di media contro gli 1,27 di Igor. Che aveva messo insieme 3 vittorie, 5 pareggi e 3 sconfitte, contro le 7 vittorie, 3 pari e 1 solo ko dell'attuale gestione, quello al Maradona contro il Napoli (e un tempo regalato a Conte per l'esperimento, necessario quanto fallimentare, dell'Yildiz e Conceicao coppia di falsi nueve).
Nuova Juve: il modulo è lo stesso, la testa è diversa
Subentrare in corsa non ti permette certo di avere tempo per vagliare, testare, sperimentare: alla croce di non poter sbagliare si aggiunge il peso di dover trovare la quadra di una rosa e di una squadra senza aver mai potuto metterla alla prova. Il passaggio a vuoto con i campioni d'Italia in carica è figlio anche di questo motivo, Spalletti ha ricostruito la Juventus dalle fondamenta non tattiche - si è ripartiti dal 3-4-2-1 di Tudor, tecnico stimato concretamente da Luciano - ma psicologiche: compiti chiari, ruoli definiti, gerarchie costruite sul campo di allenamento con l'impegno e la dedizione che la Juventus merita. Un esempio? Vlahovic davanti e che le discussioni di mercato le facciano i dirigenti, e quando Dusan si è fermato ecco giocarsi il posto David e Openda, con il secondo più avanti per il tecnico per interpretazione e concretezza del ruolo. E si segna di più, 17 gol contro i 15 precedenti, si tira di più in porta (67 a 55, tutti dati Opta). E quando il problema è stato dietro e non davanti, con Bremer a mezzo servizio, si è vista comunque una difesa più aggressiva e in avanti, più portata a giocare la palla e anche capace di subire meno tiri diretti nello specchio. D'altronde, la filosofia sua Spalletti l'ha spiegata chiaramente anche con gli aneddoti in conferenza stampa.
