Juve, il 2026 è l’anno cruciale. E il futuro nasce dal passato

A 30 anni dalla Champions di Roma il club deve ricominciare da giocatori forti e con carattere

Trenta capodanni fa iniziava il 1996 e questo provocherà una sensazione dolceamara in milioni di tifosi della Juventus, che ricordano la finale di Roma come uno dei momenti più belli della loro vita, ma realizzano quanto tempo è passato dall’ultima Champions e che, allo stato attuale delle cose, potrebbe anche passarne altrettanto per vederne un’altra. Questo nonostante in quei trent’anni la Juve sia morta e risorta e la Champions l’abbia sfiorata altre cinque volte. Le ricorrenze, d’altronde, sono utili per prendere le misure al passato e confrontarlo con il presente e il 1996 che fa rima con il 2026, in arrivo alla mezzanotte di oggi, può servire alla Juventus, al suo ambiente e alla sua tifoseria per capire a che punto sono della storia e della resurrezione sportiva auspicata e apertamente promessa dalla proprietà e dalla dirigenza. Non si offenderà nessuno, per esempio, se azzardiamo l’idea che forse solo Yildiz, magari Bremer, avrebbero giocato nella Juventus campione d’Europa il 22 maggio 1996. E questo deve essere il punto di partenza di ogni ragionamento del club nel 2026.

Alzare il livello qualitativo

Nelle ultime tre stagioni sono stati frullati dirigenti, allenatori e giocatori, sfaldando il tessuto della squadra e impoverendola di talento. Ricostruire subito la squadra del 1996 non è un progetto credibile, ma alzare il livello qualitativo e umano della rosa deve essere la stella polare di chi governa la Juventus in questo momento. Algoritmo o metodo classico, la Juve deve ripopolarsi di campioni e uomini: quella deve essere la priorità, il resto sono chiacchiere. La mentalità vincente non si infonde con le email motivazionali o con i discorsi negli spogliatoi, si aumenta con l’inserimento dei giocatori giusti, quelli che hanno sempre costituito la spina dorsale delle Juve vincenti. Non sono necessarie rivoluzioni, già troppe e dannose ne ha vissute di recente il club che, a ogni cambio della guardia, ha finito per perdere diffusamente professionalità importanti a livello tecnico e societario (due di tanti nomi: Claudio Filippi, uno dei migliori preparatori dei portieri del mondo, finito al Milan dopo essere stato declassato nelle giovanili da Motta, e Luigi Milani, responsabile di Vinovo, inteso come culla del settore giovanile che, da Yildiz in giù, ha sfornato i giocatori utilizzati o venduti per costruire le ultime tre rose).

Inizia un anno cruciale

L’ossessiva smania di piazzare sempre i propri uomini, senza valorizzare le professionalità interne, è un limite del mondo del calcio, non è solo quello che è accaduto ultimamente alla Juve, vittima più di altre società di quello che gli americani definiscono “spoils system” e disidrata le strutture, disperdendo capacità a quei livelli meno visibili dai tifosi e che spesso fanno la differenza fra un club bene organizzato e uno no. Ma tutto, in questo momento, deve ripartire dai giocatori. Dall’azzeccare quelli giusti per carattere, esperienza, qualità e carisma. Intorno a loro può crescere il gruppo, su di loro si può appoggiare Yildiz, il volto del futuro, l’uomo chiave del 2026 tra campo e rinnovo del contratto. Domani, insomma, inizia un anno cruciale per la Juve: vi si incrociano la fine della stagione in corso, in teoria ancora senza obblighi di vincere, e la 2026-2027 che nei piani dovrebbe essere quella di un rilancio competitivo di alto livello con tanto di parola scudetto pronunciata e sdoganata.

 

 

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Da una parte Comolli, dall'altra Spalletti

Ora, la costruzione della squadra del ‘26-27 parte domani, insieme all’inizio sessione invernale del mercato e allo scoccare dei mesi decisivi per il finale della ‘25-26. Da una parte Comolli, dall’altra Spalletti; da una parte l’uomo che non può più permettersi di sbagliare un acquisto e deve trovare la consistenza calcistica che manca; dall’altra il tecnico che sta cercando di gettare le fondamenta sulle quali edificare l’edificio del futuro. Nei prossimi sei mesi la Juventus può e deve trovare al suo interno i giocatori per formare uno zoccolo duro, consapevole e leale, senza crepe e con un’idea di gioco che vada solidificandosi. Il 2026 dovrà legare la Juve di oggi con quella della stagione successiva in modo che il passaggio non sia brusco, ma scivoli liscio sulla continuità. La Juventus delle ultime partite sta evidenziando una maggiore personalità collettiva e individuale, grazie al lavoro di Spalletti. Se tutto procedesse in modo costante, a metà del 2026, Comolli si troverebbe una parte del lavoro fatto.

Non può essere un anno qualsiasi

Per la Juventus, dunque, il 2026 non può essere un anno qualsiasi, deve succedere qualcosa da gennaio a dicembre e scegliere la squadra del 1996 come spirito guida potrebbe essere una scelta efficace. Quella squadra non era il frutto di una rivoluzione o di un mercato faraonico, ma il risultato di una stratificazione geologica di campioni, iniziata nel 1991-92 con gli arrivi di Peruzzi e Conte; proseguita nel 1992-93 con Vialli, Ravanelli, Torricelli, Carrera; nel 1993-94 con Porrini, Di Livio e Del Piero; nel 1994-95 con l’arrivo di Giraudo, Moggi e Bettega (più Lippi) che presero Sousa, Tacchinardi, Deschamps e Ferrara; e, infine, nel 1995-96 quando gli acquisti furono Jugovic, Vierchowod, Pessotto e Padovano. In cinque anni, la Juve aveva costruito la squadra più forte d’Europa e del mondo, avviando un ciclo spettacolare che si era autoalimentato per un decennio fino a Calciopoli (di cui ricorrono i vent’anni, ma è un’altra storia). È difficile credere che tra cinque anni la Juve abbia una squadra forte come quella del 1996, ma non è neanche un’ipotesi folle. L’importante è iniziare a stratificare giocatori forti e uomini veri, un paio per volta, senza sprecare soldi o inseguire strani sogni. Trent’anni fa, la Juve non era la squadra con più qualità o campioni, ma senza ombra di dubbio era quella con più carattere, unità, senso di apparenza e idee di gioco rispetto a tutte le altre.

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Trenta capodanni fa iniziava il 1996 e questo provocherà una sensazione dolceamara in milioni di tifosi della Juventus, che ricordano la finale di Roma come uno dei momenti più belli della loro vita, ma realizzano quanto tempo è passato dall’ultima Champions e che, allo stato attuale delle cose, potrebbe anche passarne altrettanto per vederne un’altra. Questo nonostante in quei trent’anni la Juve sia morta e risorta e la Champions l’abbia sfiorata altre cinque volte. Le ricorrenze, d’altronde, sono utili per prendere le misure al passato e confrontarlo con il presente e il 1996 che fa rima con il 2026, in arrivo alla mezzanotte di oggi, può servire alla Juventus, al suo ambiente e alla sua tifoseria per capire a che punto sono della storia e della resurrezione sportiva auspicata e apertamente promessa dalla proprietà e dalla dirigenza. Non si offenderà nessuno, per esempio, se azzardiamo l’idea che forse solo Yildiz, magari Bremer, avrebbero giocato nella Juventus campione d’Europa il 22 maggio 1996. E questo deve essere il punto di partenza di ogni ragionamento del club nel 2026.

Alzare il livello qualitativo

Nelle ultime tre stagioni sono stati frullati dirigenti, allenatori e giocatori, sfaldando il tessuto della squadra e impoverendola di talento. Ricostruire subito la squadra del 1996 non è un progetto credibile, ma alzare il livello qualitativo e umano della rosa deve essere la stella polare di chi governa la Juventus in questo momento. Algoritmo o metodo classico, la Juve deve ripopolarsi di campioni e uomini: quella deve essere la priorità, il resto sono chiacchiere. La mentalità vincente non si infonde con le email motivazionali o con i discorsi negli spogliatoi, si aumenta con l’inserimento dei giocatori giusti, quelli che hanno sempre costituito la spina dorsale delle Juve vincenti. Non sono necessarie rivoluzioni, già troppe e dannose ne ha vissute di recente il club che, a ogni cambio della guardia, ha finito per perdere diffusamente professionalità importanti a livello tecnico e societario (due di tanti nomi: Claudio Filippi, uno dei migliori preparatori dei portieri del mondo, finito al Milan dopo essere stato declassato nelle giovanili da Motta, e Luigi Milani, responsabile di Vinovo, inteso come culla del settore giovanile che, da Yildiz in giù, ha sfornato i giocatori utilizzati o venduti per costruire le ultime tre rose).

Inizia un anno cruciale

L’ossessiva smania di piazzare sempre i propri uomini, senza valorizzare le professionalità interne, è un limite del mondo del calcio, non è solo quello che è accaduto ultimamente alla Juve, vittima più di altre società di quello che gli americani definiscono “spoils system” e disidrata le strutture, disperdendo capacità a quei livelli meno visibili dai tifosi e che spesso fanno la differenza fra un club bene organizzato e uno no. Ma tutto, in questo momento, deve ripartire dai giocatori. Dall’azzeccare quelli giusti per carattere, esperienza, qualità e carisma. Intorno a loro può crescere il gruppo, su di loro si può appoggiare Yildiz, il volto del futuro, l’uomo chiave del 2026 tra campo e rinnovo del contratto. Domani, insomma, inizia un anno cruciale per la Juve: vi si incrociano la fine della stagione in corso, in teoria ancora senza obblighi di vincere, e la 2026-2027 che nei piani dovrebbe essere quella di un rilancio competitivo di alto livello con tanto di parola scudetto pronunciata e sdoganata.

 

 

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