La griffe Del Piero
Condò prosegue: “Per convincerci che non fosse stato un caso lui rifà quel gol in maniera seriale. Prima contro la Steaua Bucarest: lo fa da fermo. Poi nella terza gara contro i Rangers da posizione non molto distante dalla bandierina: c’è un calcio di punizione, un compagno tocca la palla e lui riesce ad arcuare il destro fino a farlo arrivare esattamente nell’angolino alto più lontano. Gol ne vediamo a milioni: avere la possibilità di griffarne uno… Quand’è che nasce la griffe? Quando nei rifai tanti, in fila, sempre uguali, sempre bellissimi. E allora sai che si tratta di un colpo che hai nei piedi”.
La parola torna a Longhi: “Dei palloni pennellati, messi là proprio all’incrocio dei pali, dove il portiere non poteva arrivare”. Sulla stessa lunghezza d’onda Pastorin: “Quando la palla arriva in quel metro quadrato, ci aspettiamo tutti il gol di Alex: veniva dato per scontato, come un colpo di testa di Bettega, una rovesciata di Riva o Anastasi. A quel punto Del Piero diventa non più un campione particolare, ma universale”. Così Marianella: “Il gol alla Del Piero è stato l’inizio che ha permesso a quelli meno attenti di accorgersi di quanto fosse forte questo ragazzo. Poi è stato un timbro, una firma, un marchio, che lo ha accompagnato per sempre. C’era poco altro da aggiungere: era un ragazzo forte, giovane, che segnava gol così”.
Un qualcosa di iconico
Altro balzo nel passato, quando proprio Bruno Longhi chiese al 10 bianconero in un’intervista come nascesse nella sua mente il gol ‘Alla Del Piero’: “Nasce senz’altro dopo averlo visto fare, occasionalmente, anche da altra gente. Provato molte volte in allenamento, fin da quando giocavo nelle giovanili: non è una cosa ultima. Diciamo che ultimamente proprio mi sta riuscendo abbastanza bene, soprattutto nelle gare ufficiali”.
Dal Del Piero del passato a quello del presente: “È quel ‘abbastanza bene’ racchiude in me quel che sono strafelice, orgoglioso di una cosa del genere, che è grande. Però l’abbastanza è proprio per dire ‘Sono immerso in quello che sto facendo, c’è una missione molto più grande di questa’. Il gol più iconico è ovviamente quello in Champions League, contro il Borussia Dortmund: torniamo in Champions dopo una vita, senza Ravanelli e Vialli davanti. C’era anche poca fiducia: Ravanelli e Vialli erano tanta roba per noi davanti, no?! L’esultanza che ho dopo quel gol, che eravamo in svantaggio, racchiude che… Bello fare dei gol stilisticamente così fantastici, bello bello. Una esultanza di cattiveria, per dire ‘Anche se siamo qui senza attacco, senza metà squadra, anche se ci segnano dopo un minuto, noi siamo qui e andiamo a vincere’. Quella è la mentalità che ti entra dentro e fa la differenza. Il ‘come’ chi se ne frega: fai gol di punta, di spalla, di culo. L’esultanza è quella che rappresenta il significato di quel gol. Ovviamente ora che lo rivedo dico ‘Sei stato bravo, dai!’”.
L'arrivo di Lippi
Il focus si sposta su Marcello Lippi, allenatore di quella Juventus. Bruno Longhi: “Quando la Juve scelse Lippi io dissi ‘Prendere un allenatore giovane dopo Trapattoni, che ha fatto quello che ha fatto, che impronta potrà dare?’. Rimasti un pochi incredulo: avevo visto come giocavano le sue squadre come Atalanta, Napoli e Cesena. Alla Juve andava via Trapattoni, un monumento, e arrivava un Lippi 46enne. Per cui avevo dubbi potesse mettere un marchio diverso di quella che era la juventinità”.
Salto all’indietro, ad un’intervista rilasciata da Lippi: “Ho avuto la sensazione di non essere allenatore della squadra di una città, ma di una Nazione, tanti sono i tifosi. In qualsiasi posto li incontravo e mi dicevano ‘Mister, bisogna vincere perché è troppo tempo che non vinciamo e che soffriamo’. Quest’entusiasmo l’ho ritrovato oggi, nella voglia di festeggiare di tutta questa gente”. Marianella: “Del Piero ha trovato in Lippi un allenatore simpatico, scanzonato, e quindi andava bene con un giovane. Ma anche come dicono in Inghilterra ‘demanding’, cioè un allenatore che al contempo chiedeva tanto”. Pastorin racconta: “L’ho sempre considerato un grande allenatore dal punto di vista tecnico e tattico, ma anche un grande preparatore di teste”.
Il rapporto Lippi-Del Piero
E così altra intervista passata, di Lippi, su Del Piero: “Per me è un ragazzo eccezionale, un ragazzo di una maturità incredibile per i suoi 20 anni: difficilmente ho conosciuto ragazzi di 20 anni così maturi e completi. Parto dall’uomo: senza queste caratteristiche non può diventare neanche un grande calciatore”.
E così si torna al narratore, Del Piero, che parla di Lippi: “Grande Marcello. Lui è stato il nostro condottiero. Quella sua descrizione nasce dalla mia famiglia, dal senso di rispetto per gli altri, dal fatto che ascoltare è meglio che parlare, dal fatto che chiunque ti può dare un consiglio e anche una critica può essere produttiva. Dal fatto che ci può essere uno più bravo di te in qualche parte del mondo. Il tutto fuso nella mia figura di ragazzino, catapultato in un mondo assurdo: già andare da San Vendemiano a Padova per me era come andare a New York. Stiamo parlando di un paesino di 4500 abitanti all’epoca, con Padova che ne aveva 200-250.000 con strade, pullman pubblici, filobus, con gente che non ti guarda quando passi. Al paese è diverso, ti conosci con tutti: la timidezza che hai nell’affrontare certe cose, che già è tua, cresce di più perché dici ‘Boh, sto zitto e ascolto. Qui c’è gente che ha giocato 9-10-15 campionati, che ha vinto campionati e coppe, che ogni giorno è sul giornale per le gesta fatte. Devi solo ascoltare, che già è importantissimo. Ovviamente da quelli giusti devi ascoltare”.