Riva: "Papà e quei no alla Juve di Agnelli e Boniperti. Buffon mi ha stupito così"

Rombo di tuono raccontato dal figlio, a pochi giorni dall’anniversario della sua scomparsa: "Quando sono solo fatico a credere che non ci sia più"
Riva: "Papà e quei no alla Juve di Agnelli e Boniperti. Buffon mi ha stupito così"© ANSA

Nicola Riva, il 22 gennaio saranno passati due anni dalla morte di suo papà. Quanto fa ancora male questo vuoto nella sua vita? «È difficile da spiegare. Di tanto in tanto lo sento vivo quando gli intitolano una piazza, oppure quando gli dedicano un murale. Poi apro Facebook o Instagram e spesso trovo una foto inedita, un ricordo che mi aiuta, mi dà risposte. C’è sempre un anniversario di qualcosa: l’11 gennaio, per esempio, sono stati celebrati i 50 anni dal suo ultimo gol in Serie A contro il Como. I sardi lo venerano. Quando sono da solo, invece, fatico ancora a metabolizzare il fatto che non ci sia più».

"Cuore e coscienza, chiedeva questo"

Cosa le manca di più? «A volte mi piacerebbe anche soltanto chiedergli un consiglio, capire se la strada che ho preso sia quella giusta. Da mio padre ho imparato molto anche dai silenzi, dalle sue pochissime parole. Non è mai stato uno da grandi discorsi. Lui mi chiedeva sempre e solo di seguire il cuore e la coscienza, ma a volte, ancora adesso, sento il bisogno di ricevere la sua approvazione».

Da chi avete ricevuto più amore in questi due anni? «Dalla Sardegna. E, mi creda, è indescrivibile. È la nostra comfort zone: sappiamo che qui non ci manca mai l’affetto. Per questo voglio uscire dall’isola e cito Gigi Buffon. Mi ha stupito: lo percepisce come un familiare, Gigi sente di aver ricevuto tanto da papà. Ed è bellissimo che adesso sia lui a ricoprire il ruolo che mio padre aveva in Nazionale: è la persona più degna».

Se non avesse legato la sua vita al Cagliari, in quale squadra avrebbe voluto giocare suo padre? «Nell’Inter. Era il suo sogno da bambino. Ma Skoglund, lo svedese, gli aveva negato un autografo quando lui era bambino, per cui quel momento triste gli è un po’ rimasto dentro. Papà non ha mai negato foto e autografi a nessuno. Di sicuro, però, quella dell’Inter era la maglia che voleva indossare quando era piccolo». 

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La stima per Maldini e il 2006

Gigi Riva è morto con qualche rimpianto? «Era legatissimo a sua madre e non ha avuto tempo di fargli vedere chi è diventato Gigi Riva. Lui voleva fare il professionista, ha lottato per giocare a calcio e quando ci è riuscito ad altissimi livelli lei non c’era più. Gli è rimasta questa ferita profonda».

Quali persone ha stimato nel corso della sua vita? «Paolo Maldini: ammirava la sua schiettezza, la sua rettitudine, la sua poca fame di riflettori. E poi Fabrizio De André, una persona speciale per mio papà».

Quale tarlo calcistico è rimasto vivo nella memoria di suo padre? «Il fatto di non essere riuscito a vincere il Pallone d’Oro. Lo promisero a lui dopo averlo dato a Rivera, ma poi si fece male e si complicò tutto. L’infortunio gli ha tolto tantissimo a livello fisico».

Perché si è eclissato dal calcio dopo la gioia del 2006? «Quando c’è stato bisogno di lui a Cagliari, ha sempre risposto presente. Ma questo calcio non gli apparteneva più: i troppi stranieri in Serie A, una moralità in declino e poi le regole nuove. Per esempio non ha mai sopportato il Var. Per lui non era più calcio».

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Riva e Cagliari-Juve

A chi si è legato di più in carriera? «Tomasini come compagno di club: è stato pure il suo testimone di nozze. In Nazionale, invece, con Dino Zoff e Giacinto Facchetti è riuscito a creare una grande amicizia».

Sabato c’è Cagliari-Juve, non una partita come le altre per Riva. «La Juve, anche ai suoi tempi, era la squadra più amata d’Italia. La squadra del potere, della bellezza, delle vittorie. Il Cagliari era una piccola che ad un certo punto è riuscita a tenere testa alla Juve. Nel 1970, proprio contro i bianconeri, il Cagliari capì di poter vincere lo scudetto. Mio padre mi raccontava tutto dei tifosi, che in occasione di quella partita fecero una corsa matta per comprare le radioline: nessuno voleva perdersi lo spettacolo».

I tanti “no” detti alla Juve sono diventati un pezzo di storia del nostro calcio. «Agnelli e Boniperti li stimava molto. Ma disse sempre no. Mi ha stupito, però, una cosa». 

Che cosa? «La telefonata di mio padre a Boniperti per gli 80 anni. Mio padre non chiamava mai nessuno. E dico nessuno. Ma fece questo gesto in segno di stima e ammirazione nei suoi confronti. Agnelli e Boniperti, in fondo, capirono la sua scelta di vita».

Il lavoro fatto in Nazionale nel 2006 che valore ha avuto? «Papà faceva lasciare fuori da Coverciano tutti i problemi. Gattuso mi ha raccontato di tutte le chiacchierate prima delle partite. Per lui la Nazionale era una seconda pelle, nel 2006 ha vinto il Mondiale più complicato, col clima più ostile intorno. Avrebbe potuto vincere altri Mondiali, ma vinse proprio quello del 2006: è stato un segno».

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"La cosa più bella della sua vita"

Se suo padre fosse ancora qui, che cosa gli direbbe? «Ho avuto la fortuna di potergli dire tante volte grazie. Mi ha lasciato l’amore per il Cagliari, il rispetto per lo sport e mi ha fatto capire che nella vita non c’è bisogno di fare compromessi per raggiungere i propri obiettivi. Non ci si deve mai abbassare». 

Che cosa la rende più orgoglioso di Rombo di Tuono? «Il suo legame col Cagliari, molto più che i suoi successi. È la cosa più bella della sua vita: per i sardi lui continua a fare gol, anche adesso. Ne parlo spesso con Deiola, lui è molto legato al ricordo di papà. Fa parte del suo percorso da sempre, da quando è nato».

C’è qualcosa che la sorprende quando si parla di suo papà? «Sì, c’è una cosa a cui non mi abituo mai: quando incontro i bambini che mi parlano di Gigi Riva. Per loro è anche un modo, talvolta, per ricordare un nonno che non c’è più e che gli parlava di questo mito. Un mito che non si può spiegare». 

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Nicola Riva, il 22 gennaio saranno passati due anni dalla morte di suo papà. Quanto fa ancora male questo vuoto nella sua vita? «È difficile da spiegare. Di tanto in tanto lo sento vivo quando gli intitolano una piazza, oppure quando gli dedicano un murale. Poi apro Facebook o Instagram e spesso trovo una foto inedita, un ricordo che mi aiuta, mi dà risposte. C’è sempre un anniversario di qualcosa: l’11 gennaio, per esempio, sono stati celebrati i 50 anni dal suo ultimo gol in Serie A contro il Como. I sardi lo venerano. Quando sono da solo, invece, fatico ancora a metabolizzare il fatto che non ci sia più».

"Cuore e coscienza, chiedeva questo"

Cosa le manca di più? «A volte mi piacerebbe anche soltanto chiedergli un consiglio, capire se la strada che ho preso sia quella giusta. Da mio padre ho imparato molto anche dai silenzi, dalle sue pochissime parole. Non è mai stato uno da grandi discorsi. Lui mi chiedeva sempre e solo di seguire il cuore e la coscienza, ma a volte, ancora adesso, sento il bisogno di ricevere la sua approvazione».

Da chi avete ricevuto più amore in questi due anni? «Dalla Sardegna. E, mi creda, è indescrivibile. È la nostra comfort zone: sappiamo che qui non ci manca mai l’affetto. Per questo voglio uscire dall’isola e cito Gigi Buffon. Mi ha stupito: lo percepisce come un familiare, Gigi sente di aver ricevuto tanto da papà. Ed è bellissimo che adesso sia lui a ricoprire il ruolo che mio padre aveva in Nazionale: è la persona più degna».

Se non avesse legato la sua vita al Cagliari, in quale squadra avrebbe voluto giocare suo padre? «Nell’Inter. Era il suo sogno da bambino. Ma Skoglund, lo svedese, gli aveva negato un autografo quando lui era bambino, per cui quel momento triste gli è un po’ rimasto dentro. Papà non ha mai negato foto e autografi a nessuno. Di sicuro, però, quella dell’Inter era la maglia che voleva indossare quando era piccolo». 

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