Le parole di Ravanelli
Giocatori con un carisma del genere ne ha più rivisti alla Juve? «Solo Del Piero, Buffon e Chiellini. Anche Conte aveva questo tipo di spessore, anche se mai avrei immaginato che potesse diventare un allenatore così bravo». Perché? «Era martellante, semplicemente non credevo che immaginasse un seguito alla carriera da giocatore. La gavetta accomuna me e Antonio, per noi è stata molto preziosa. La consiglierei a qualsiasi giocatore: magari sbocci più tardi, ma è un palestra di vita che ti accompagna anche quando appendi le scarpe al chiodo. Ti forgia caratterialmente». E lei? Perché non è riuscito a fare l’allenatore come Conte? «La verità è una soltanto: ho sbagliato tante, troppe scelte. A partire da quando ero giocatore: ancora mi pento di aver lasciato la Juventus. È stato l’errore più grande della mia vita, a maggior ragione perché in questa città vivevamo benissimo». Cosa la portò lontano da Torino? «Ragionai con la pancia allora, senza pensare. Non lo rifarei mai. Mi ero sentito tradito dalla dirigenza di allora. Mi avevano venduto senza dirmi nulla, ma avevo ancora tre anni di contratto. Potevo restare, impuntarmi, dimostrare che sarei rinato alla Juve. Umberto Agnelli poco tempo prima della cessione mi fece entrare nel suo ufficio, dicendomi che un giorno sarei potuto diventare capitano. Avevo la pelle d’oca. Ma poi dopo la finale di Roma avevano già organizzato tutto col Middlesbrough e io scelsi di accettare per la sola sete di vendetta».
