Pagina 2 | Amoruso, la scelta Juve commuove: "Perché Lippi era avanti a tutti. Moggi? Ci sarebbe tanto da dire"

Tredici squadre diverse in Serie A e diciotto anni di carriera. I numeri raccontano solo in parte la storia di Nicola Amoruso, attaccante capace di lasciare il segno ovunque abbia giocato, spesso in contesti difficili, sempre con personalità e un “piede caldo” che lo ha reso riconoscibile agli occhi di tifosi e addetti ai lavori. "Sì, è un record strano, particolare, che condivido insieme a Marco Borriello. Quindi siamo in due. Però sì, è stata un’esperienza lunga: 18 anni. Ho segnato con 12 squadre, solo con il Siena non sono riuscito a fare gol". - ha raccontato l'ex Juve a Radio Serie A a proposito delle tante maglie indossate in carriera. Guidato da Dan Peterson ha poi affrontato le varie tappe della sua vita, soffermandosi anche sull'esperienza in bianconero e svelando vari retroscena.

La Reggina e la coppia con Bianchi

Amoruso nell'anno post Calciopoli, 2006-2007, ha dominato con la Reggina e ha ricordato la stagione complicata dalla penalizzazione: "Inizialmente fu un -15, perché con Calciopoli la Reggina fu penalizzata a -15, che poi durante la stagione diventò -11. È un anno che ricordo benissimo. 35 gol in due con Bianchi? Io e Rolando, sì. Io 17, Rolando 18. Eravamo la seconda coppia gol mi sembra, dopo Ronaldinho e Messi, a livello europeo. Ci siamo salvati. Se avessimo avuto gli 11 punti in più saremmo arrivati settimi o ottavi, se non sbaglio. Fu un percorso particolare perché iniziò nella depressione totale, naturalmente. Il coach era Mazzarri. Forse la spensieratezza, quasi la rassegnazione iniziale, ci portò pian piano a un livello di gioco di qualità veramente importante. Ricordo una partita in particolare contro la Roma di Spalletti, fortissima, con Totti. Pioveva tantissimo a Reggio Calabria. Feci un bellissimo gol, vincemmo 1-0. Da quella partita scattò qualcosa dentro di noi. Poi ci fu la rincorsa che si concluse con la partita contro il Milan, che doveva andare a giocare la finale di Champions League. Vincemmo e fu una festa assurda, una di quelle che rimangono nella storia. Reggio è una città che vive di calcio, con una storia importante in Serie A. Vederla lì in fondo fa male e spero possa risalire".

 

 

La rimonta di Empoli e l'elogio a Mazzarri

Poi Amoruso ha raccontato di come è scattato il click nella testa dei giocatori: "C’è stata una partita determinante contro l’Empoli. Andiamo lì, primo tempo perdiamo 3-0. Entriamo nello spogliatoio e lì Mazzarri fu bravissimo: mantenne la calma, ci caricò ricordandoci tutto quello che avevamo fatto. Tornammo in campo e la partita finì 3-3. Una rimonta arrivata dal cuore. In quel momento i giocatori non hanno bisogno di sgridate, ma di essere toccati nelle corde giuste. Secondo me Mazzarri è stato un allenatore molto sottovalutato, sia per il suo calcio sia per la gestione del gruppo. È arrivato nelle grandi squadre in momenti sbagliati, ma preparava le partite in modo straordinario. Lui ama profondamente il calcio. Viveva il calcio con passione, forse non riusciva sempre a comunicare quello che sentiva davvero e questo lo ha penalizzato. Però io lo sento ancora oggi, parliamo di calcio. Quei momenti ti legano per tutta la vita. Quando vedo Rolando Bianchi, oggi lavoriamo insieme, è impossibile non ricordare quelle sensazioni".

 

 

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Una famiglia di sportivi

Amoruso ha poi parlato della sua famiglia di sportivi: "Siamo cinque fratelli: quattro maschi e una sorella. Abbiamo iniziato a giocare in casa, prima con la palla, poi con la palla di carta e lo scotch, perché mia mamma non accettava palloni veri in casa. Poi ci siamo spostati sul ballatoio. Ringrazio la signora Iaculli, la vicina, che non si è mai lamentata. Due miei fratelli hanno giocato a calcio: Luca ha esordito con Zeman a 16 anni nel Foggia, ha fatto anche presenze in Serie A. Fabio ha giocato in Lega Pro. Il più piccolo è tennista, anche bravo, giocava con Fognini". 

Il rapporto con Mancini alla Sampdoria

Sui suoi step con il calcio: "Ho giocato fino a 14 anni in Puglia, poi un provino alla Sampdoria. Partii in macchina con mio papà e un osservatore. Il mister era Antonio Soncini, che ha scoperto tanti giocatori, tra cui Roberto Mancini. Se sapevamo che Mancini sarebbe diventato un grande allenatore? Io per quattro anni ho visto tutte le sue partite. Mancini e Vialli rappresentavano il sogno calcistico dell’attaccante. Vialli bomber puro, Mancini talento incredibile. Non gli ho mai visto sbagliare una partita. Aveva un’aura di carisma incredibile. Era uno di quelli che vedeva la giocata con un secondo di anticipo. I campioni fanno questo. Ricordo il mio esordio contro l’Udinese: mi disse “Appena puoi vai verso la porta”. Alla prima occasione, senza guardarmi, mi mise la palla. Io andai davanti al portiere, tiro, palo. Mancini poteva vincere il Pallone d’Oro. È sempre rimasto un mio idolo. Oggi ogni tanto ci vediamo, giochiamo a padel. Lo pensavo che sarebbe diventato allenatore. Ho fatto lo stesso pensiero anche con Conte o Deschamps. Zidane? No, non me lo aspettavo, era timido e introverso".

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Il ricordo di Sven-Göran Eriksson

"Com'era Eriksson? Era come appariva: calmo, rassicurante. Con i giovani non metteva pressione. Ho esordito con lui a San Siro in Inter-Sampdoria. Quando mi chiamò per entrare al posto di Gullit, vedere Gullit uscire fu un momento indimenticabile. Quell’anno vincemmo la Coppa Italia. Prima della finale provammo i rigori. Io calciai per ultimo, lui mi guardò e fece solo un gesto (il pollice alzato ndr). In finale andammo ai rigori, mi chiamò senza farmi parlare. Segnai. Era uno che sapeva trasmettere sicurezza" - ha spiegato Amoruso. E a proposito dei rigori: "A me piaceva il momento del rigore, la sfida con il portiere, anche fuori casa con i fischi. Devi essere freddo e deciso. Puoi sbagliare, ma devi tirare con convinzione. Io guardavo con la coda dell’occhio il portiere, ma sempre con decisione, perché c'erano quelli che ti aspettavano fino alla fine. Gli scavini li fanno i fenomeni: Totti, forse Del Piero, Pirlo. In certi momenti devi essere cattivo".

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L'esperienza alla Juve e un retroscena sulla scelta

"Se ho vinto tutto con la Juve? No, ho perso due finali di Champions League" - ha precisato Amoruso. Poi ha svelato un retroscena su come è maturata la decisione di vestire la maglia della Vecchia Signora: "La scelta della Juventus fu molto bella. A gennaio avevo richieste da Juve, Milan e Inter. Ci riunimmo in famiglia. La Juve era già la scelta, anche se economicamente le altre erano più importanti. Arrivò mio nonno, mi guardò e disse: “Alla Signora non si può dire di no”. Qualche mese dopo venne a mancare. Mi sarebbe piaciuto vederlo felice vedendo me con la maglia bianconera. C’è tanto di lui in quella scelta". Una scelta di cuore Amoruso la fece quando decise di tornare a Perugia dagli altri suoi nonni: "Tornare in Serie B vicino casa fu una scelta importante. Vissi a casa dei miei nonni. L’abbraccio prima del ritiro e vederli in tribuna sono emozioni che restano per sempre".

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I problemi con Moggi

Amoruso ha poi raccontato anche qualcosa di poco piacevole: "Dopo la Juventus iniziai a girare molto. Mi sarebbe piaciuto fermarmi da qualche parte ma sono dinamiche di mercato. Una situazione particolare si verificata a Perugia dove ho avuto una discussione importante con chi mi gestiva (Moggi e la GEA) e sono stato messo fuori rosa per poi trasferirmi al Como". E a proposito di Moggi, ha ammesso: "Sicuramente un grande dirigente ma alcune situazioni le ha gestite veramente male e su quelle occasioni che mi riguardavano ci sarebbe tanto da dire...". Poi Dan Peterson ha ricordato anche dei famosi soprannomi dati al giocatore, ma Amoruso ne preferisce uno in particolare: "'Nick Piede Caldoi è quello che amo di più, dato da Paolo Forcolin. “Nick Faccia d’angelo” a Napoli, non so bene perché. “Nick Dinamite” non ricordo l’origine. Ma Piede Caldo è quello in cui mi riconosco di più".

L'importanza dei genitori

Amoruso per raggiungere i suoi grandi traguardi ha dovuto lasciare casa a 14 anni: "Esperienza bellissima. Mia mamma non voleva, mio papà capì l’importanza. Facemmo un compromesso: se fossi stato bocciato, sarei tornato a casa. Il mio rimpianto è stato quello di non aver fatto l'Università. Quello che ho fatto non l’ho mai visto come un sacrificio, ma come rinunce che non mi pesavano come uscire la sera. La mia discoteca era la domenica in campo. Amavo la professionalità. Viaggiavo di notte da solo, non mi pesava: stavo vivendo il mio sogno. L’importanza dei genitori è stata fondamentale. Erano sempre con me, mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato, senza pressione. Cose che non vedo in certi genitori, che pretendono alcune cose che vanno solo a fare del male. I genitori devono solo sostenere i figli".

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L'elogio a Lippi e il futuro

"Il mister che ha avuto più impatto? Lippi mi volle alla Juventus in due occasioni, è l'allenatore con cui ho giocato la Champions League che purtroppo perdemmo con il Borussia, io avevo segnato due gol all'Ajax nelle semifinali. Era un allenatore fenomenale: avanti rispetto a tutti dal punto di vista tattico ma anche con una grande capacità di gestire le varie situazioni. Non ha mai sbagliato una parola, sapeva quando doveva martellarti e quando invece usare una parola gentile. Riusciva a percepire i momenti della squadra dal punto di vista umano" - ha spiegato Amoruso. Sul futuro: "Se ho mai pensato di fare l’allenatore? No. Quella è una vocazione. Ho fatto il responsabile del settore giovanile della Reggina per tre anni: bellissima esperienza, per restituire qualcosa al calcio e ai giovani".

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Una famiglia di sportivi

Amoruso ha poi parlato della sua famiglia di sportivi: "Siamo cinque fratelli: quattro maschi e una sorella. Abbiamo iniziato a giocare in casa, prima con la palla, poi con la palla di carta e lo scotch, perché mia mamma non accettava palloni veri in casa. Poi ci siamo spostati sul ballatoio. Ringrazio la signora Iaculli, la vicina, che non si è mai lamentata. Due miei fratelli hanno giocato a calcio: Luca ha esordito con Zeman a 16 anni nel Foggia, ha fatto anche presenze in Serie A. Fabio ha giocato in Lega Pro. Il più piccolo è tennista, anche bravo, giocava con Fognini". 

Il rapporto con Mancini alla Sampdoria

Sui suoi step con il calcio: "Ho giocato fino a 14 anni in Puglia, poi un provino alla Sampdoria. Partii in macchina con mio papà e un osservatore. Il mister era Antonio Soncini, che ha scoperto tanti giocatori, tra cui Roberto Mancini. Se sapevamo che Mancini sarebbe diventato un grande allenatore? Io per quattro anni ho visto tutte le sue partite. Mancini e Vialli rappresentavano il sogno calcistico dell’attaccante. Vialli bomber puro, Mancini talento incredibile. Non gli ho mai visto sbagliare una partita. Aveva un’aura di carisma incredibile. Era uno di quelli che vedeva la giocata con un secondo di anticipo. I campioni fanno questo. Ricordo il mio esordio contro l’Udinese: mi disse “Appena puoi vai verso la porta”. Alla prima occasione, senza guardarmi, mi mise la palla. Io andai davanti al portiere, tiro, palo. Mancini poteva vincere il Pallone d’Oro. È sempre rimasto un mio idolo. Oggi ogni tanto ci vediamo, giochiamo a padel. Lo pensavo che sarebbe diventato allenatore. Ho fatto lo stesso pensiero anche con Conte o Deschamps. Zidane? No, non me lo aspettavo, era timido e introverso".

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