Juve, McKennie riprende fiato: come sta. La rivoluzione di Spalletti in 49 giorni da Napoli al Napoli

Dal ko del Maradona al ritorno contro i campioni d’Italia: i bianconeri hanno trovato la quadra. Le condizioni del jolly statunitense e le possibili scelte dell'allenatore

Ecco, l’ultima volta finì con un mea culpa. Immediato, negli spogliatoi del Maradona, e più tardi pubblicamente. Dopo la sconfitta della Juventus a Napoli, Luciano Spalletti si caricò sulle spalle le responsabilità del risultato finale: «Non vi ho messo nelle condizioni di fare al meglio». Dal suo arrivo a Torino, l’allenatore covava il cambio di modulo, propedeutico poi al cambio di passo. Il primo tentativo di smontare e rimontare la Juve, per darle nuova forma, fu fatto proprio il 7 dicembre a Napoli, una “spallettata”. Al fischio d’inizio, la squadra bianconera si presentò con gli attaccanti in panchina e l’intenzione di svuotare gli spazi centrali senza dare riferimenti. Davanti c’erano Yildiz e Conceicao, il piano originale prevedeva che i due tenessero alta la pressione dell’uno contro uno su Rrahmani e Buongiorno.

Sulla strada giusta

In quel caso, il passo si rivelò più lungo della gamba e la Juve incespicò su sé stessa, regalando un tempo agli azzurri e raccogliendo alla fine una sconfitta per 2-1. Sconfitta dolorosissima per umore e classifica, ma che il gruppo seppe rigirare a proprio favore, trasformandola nella pietra angolare della ricostruzione bianconera. Il piano non funzionò, ma questo non tolse dalla testa di Spalletti e del suo staff l’idea che la strada giusta andava ricercata altrove, ritoccando l’impianto di gioco tudoriano che, nelle prime partite, fu lasciato intatto. Una transizione lenta ma inesorabile; lo stesso allenatore, nelle dichiarazioni pubbliche, non negò mai l’idea di cambiare.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

La strategia di Lucio 

Cinque partite dopo, contro il Lecce in casa (1-1), Spalletti dichiara: «Stasera abbiamo giocato 4-2-3-1 e pensavo di vedervi tutti felici invece siete tristi». Sarebbe errato, però, individuare un momento della svolta, perché il cambiamento è stato graduale, fatto di passi in avanti e altri indietro, una danza che, nel suo complesso, ha portato poi la Juve ad aggiudicarsi un posto nelle serate di gala, con l’occasione di sfoggiare un abito nuovo e sgargiante, anche sorprendente per la capacità di vestirlo. Ed è con questo che la Juventus si presenterà domenica all’Allianz Stadium, per affrontare nuovamente il Napoli, 49 giorni dopo. 49 giorni che valgono una vita e un presente radicalmente diverso per i colori bianconeri. Ieri, la squadra ha continuato a lavorare in vista del big match, alzando l’intensità con partitelle a campo ridotto, osservate sempre da vicino da mister Spalletti.

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Le condizioni di Mckennie 

Ha ridotto i carichi di lavoro, e svolto una seduta di recupero, Weston McKennie. Non si accende nessun campanello d’allarme, le condizioni dello statunitense non preoccupano e ci sono pochi dubbi sulla sua presenza contro il Napoli. Proprio lui dovrebbe tornare ad occupare la posizione centrale nella linea di trequarti, al posto di Miretti, con il solito Yildiz a sinistra e il ritorno di Conceicao da titolare sulla destra. Alle loro spalle, muscoli e geometrie dalla collaudata e difficilmente sostituibile coppia formata da Thuram e Locatelli; a schermare la porta difesa da Di Gregorio: Kalulu, Bremer, Kelly e Cambiaso. Titolarissimi e modulo ormai collaudato, la Juve funziona e non c’è più bisogno di andare a ricercare la “spallettata”.

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Ecco, l’ultima volta finì con un mea culpa. Immediato, negli spogliatoi del Maradona, e più tardi pubblicamente. Dopo la sconfitta della Juventus a Napoli, Luciano Spalletti si caricò sulle spalle le responsabilità del risultato finale: «Non vi ho messo nelle condizioni di fare al meglio». Dal suo arrivo a Torino, l’allenatore covava il cambio di modulo, propedeutico poi al cambio di passo. Il primo tentativo di smontare e rimontare la Juve, per darle nuova forma, fu fatto proprio il 7 dicembre a Napoli, una “spallettata”. Al fischio d’inizio, la squadra bianconera si presentò con gli attaccanti in panchina e l’intenzione di svuotare gli spazi centrali senza dare riferimenti. Davanti c’erano Yildiz e Conceicao, il piano originale prevedeva che i due tenessero alta la pressione dell’uno contro uno su Rrahmani e Buongiorno.

Sulla strada giusta

In quel caso, il passo si rivelò più lungo della gamba e la Juve incespicò su sé stessa, regalando un tempo agli azzurri e raccogliendo alla fine una sconfitta per 2-1. Sconfitta dolorosissima per umore e classifica, ma che il gruppo seppe rigirare a proprio favore, trasformandola nella pietra angolare della ricostruzione bianconera. Il piano non funzionò, ma questo non tolse dalla testa di Spalletti e del suo staff l’idea che la strada giusta andava ricercata altrove, ritoccando l’impianto di gioco tudoriano che, nelle prime partite, fu lasciato intatto. Una transizione lenta ma inesorabile; lo stesso allenatore, nelle dichiarazioni pubbliche, non negò mai l’idea di cambiare.

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