"Juve, prendi lui! C'è un grandissimo che non vi siete goduti. Papà con Zidane e Conte"

L'intervista esclusiva a Nicolas Fonseca, figlio di Daniel che ha vestito la maglia bianconera dal 1997 al 2001: "Ho condiviso tanti momenti con Locatelli e Cutrone"

È nato a Napoli, ha passato tre anni della propria vita a Torino, ma rappresenta l’Uruguay. L’Allianz Stadium gli ha fatto un certo effetto: da ragazzino, proprio lì, si gustava le partite della Juve di Antonio Conte, ex compagno di suo padre. Nicolas Fonseca è italiano dentro. Quando la sua nazionale ha terminato l’amichevole contro l’Algeria, ha preso in mano il telefono per guardare supplementari e calci di rigore dell’Italia in Bosnia. Il suo cuore è sia celeste che azzurro, come quello di papà Daniel, che ha vestito la maglia della Juve dal 1997 al 2001 e che in Serie A ha lasciato dolcissimi ricordi con Cagliari, Napoli e Roma. Nicolas, primogenito, è un centrocampista dai piedi raffinati: oggi colonna del Real Oviedo in Liga, lotterà fino a fine stagione per ottenere una convocazione per i Mondiali. Per Bielsa ha scelto di tornare in Europa: gli ha chiesto di giocare con continuità in un grande campionato e Nico ha accettato la sfida, in cambio di un biglietto per Stati Uniti, Canada e Messico.

Il ritorno a Torino e il legame con la Juve

Nicolas Fonseca, che effetto le fa essere tornato a Torino? «Bellissimo, è stata un’emozione forte anche se non ho giocato. Papà è tifoso della Juve: ha ricordi bellissimi, mi raccontava degli allenamenti con Zidane e Conte. E poi in Italia ci siamo legati affezionati tantissimo alla famiglia Ventrone».

Come mai? «Fatico a parlarne, Gian Piero ci ha lasciato troppo presto. È stato un punto di riferimento per mio papà. Gli ha insegnato l’etica del lavoro, è stato un vero maestro di vita. Ventrone ci ha aiutato tantissimo. Ivan, suo figlio, fa parte della famiglia Fonseca: è il mio amuleto, quando è venuto a trovarmi in Argentina ho vinto un campionato e sono stato convocato per la prima volta con l’Uruguay».

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Il rapporto con il padre e i compagni dell’Uruguay

Come sta suo padre Daniel? «Papà vive a Rio De Janeiro da cinque anni, ha cambiato completamente il suo stile di vita in Brasile. Si gode la spiaggia e le nuove amicizie. E poi segue da vicino il mio compagno di nazionale Giorgian De Arrascaeta, che gioca nel Flamengo. A volte scherzo con lui dicendogli che è il terzo figlio di Daniel Fonseca (ride, ndr). È venuto a vedermi a Oviedo ed è felice per il mio percorso, ha sempre avuto fiducia in me: papà è il mio motore, sono sicuro di essere uno dei suoi orgogli».

Lei in Nazionale condivide lo spogliatoio con Federico Valverde, oggi nella top 3 dei centrocampisti più forti del mondo. «Ha una potenza fisica devastante, ce lo godiamo al massimo. Lo guardo praticamente tutti i weekend in Liga. Oggi è forse il miglior giocatore del mondo, sicuramente il più in forma. Per fortuna è uruguaiano, averlo ai Mondiali con noi sarà una grande spinta».

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Dalla formazione in Italia alla crescita internazionale

Che ricordi ha del suo periodo calcistico in Italia? È cresciuto nelle giovanili del Milan, poi ha iniziato ad assaggiare il professionismo al Novara. «Ho condiviso tanti momenti con Locatelli e Cutrone al Milan. Con Patrick siamo ancora molto amici. Nelle giovanili, però, ho sempre fatto fatica. C’era tanto scetticismo intorno a me. In Italia posso ringraziare Simone Banchieri, l’allenatore che mi ha lanciato a Novara: mi ha dato tantissima fiducia, è stato fondamentale quel periodo in Serie C per me».

Lei va al Mondiale con l’Uruguay e l’Italia, per la terza volta di fila, resta a casa. Si è chiesto il perché? «In merito a come vengono gestiti i giovani, ho il mio parere: in Italia manca pazienza, l’ho vissuto sulla mia pelle. Vengono gettati nella mischia, però basta un solo errore per essere tagliati fuori. Così ho scelto di fare tutto il contrario: ho lasciato l’Europa e sono tornato in Sud America. Volevo giocare e avere la possibilità anche di sbagliare. Mi serviva la fiducia che ho trovato poi al River Plate, al Montevideo Wanderers e al Leon, prima del prestito al Real Oviedo».

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Sogni, Bielsa e futuro tra Liga e Italia

Cosa significa avere Marcelo Bielsa come ct? «Sono sicuro che nessuno ami il calcio più di lui al mondo. Vede dettagli che non vede nessuno, mi ha convinto di cose che non credevo: è sempre stato sicuro che avrei potuto fare la differenza a livello fisico, mentre io non avevo mai dato risalto a questa mia caratteristica. Bielsa è come un professore universitario per me».

C’è un giocatore che in Liga è riuscito a sorprenderla? «Frenkie de Jong del Barça: fortissimo. Fa un altro sport».

A chi consiglierebbe la Juve dei suoi compagni uruguaiani? «Abbiamo un livello altissimo, ma in Italia non vi siete goduti Bentancur, un grandissimo giocatore. Ma se devo sceglierne uno dico Ugarte, sarebbe perfetto per il calcio italiano».

Quali sogni deve ancora realizzare Nicolas Fonseca? «Sono in Nazionale, gioco in Liga e ho vinto un campionato col River Plate: sono contento di quello che ho fatto. Ora penso al Real Oviedo, ai Mondiali e magari un giorno spero di tornare in Italia per completare la mia carriera in una grande squadra. Non mi pongo limiti: lavoro duramente per ottenere il massimo».

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È nato a Napoli, ha passato tre anni della propria vita a Torino, ma rappresenta l’Uruguay. L’Allianz Stadium gli ha fatto un certo effetto: da ragazzino, proprio lì, si gustava le partite della Juve di Antonio Conte, ex compagno di suo padre. Nicolas Fonseca è italiano dentro. Quando la sua nazionale ha terminato l’amichevole contro l’Algeria, ha preso in mano il telefono per guardare supplementari e calci di rigore dell’Italia in Bosnia. Il suo cuore è sia celeste che azzurro, come quello di papà Daniel, che ha vestito la maglia della Juve dal 1997 al 2001 e che in Serie A ha lasciato dolcissimi ricordi con Cagliari, Napoli e Roma. Nicolas, primogenito, è un centrocampista dai piedi raffinati: oggi colonna del Real Oviedo in Liga, lotterà fino a fine stagione per ottenere una convocazione per i Mondiali. Per Bielsa ha scelto di tornare in Europa: gli ha chiesto di giocare con continuità in un grande campionato e Nico ha accettato la sfida, in cambio di un biglietto per Stati Uniti, Canada e Messico.

Il ritorno a Torino e il legame con la Juve

Nicolas Fonseca, che effetto le fa essere tornato a Torino? «Bellissimo, è stata un’emozione forte anche se non ho giocato. Papà è tifoso della Juve: ha ricordi bellissimi, mi raccontava degli allenamenti con Zidane e Conte. E poi in Italia ci siamo legati affezionati tantissimo alla famiglia Ventrone».

Come mai? «Fatico a parlarne, Gian Piero ci ha lasciato troppo presto. È stato un punto di riferimento per mio papà. Gli ha insegnato l’etica del lavoro, è stato un vero maestro di vita. Ventrone ci ha aiutato tantissimo. Ivan, suo figlio, fa parte della famiglia Fonseca: è il mio amuleto, quando è venuto a trovarmi in Argentina ho vinto un campionato e sono stato convocato per la prima volta con l’Uruguay».

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