Pagina 5 | Del Piero senza freni: “Solo a salvarsi il c***!”. Juve e…dati: quella mano in fronte dice tutto

A tutto Alessandro Del Piero. Nel podcast "Sky Calcio Unplagged" la bandiera della Juventus ha parlato a cuore aperto. Il tema principale è ovviamente il momento del calcio italiano e la grande necessità di cambiamento dopo la terza estromissione consecutiva degli Azzurri dal Mondiale. Ma tanti sono anche i ricordi, sia con la Nazionale che con la sua Juve (con un racconto sincero anche sul suo addio ai bianconeri). Pinturicchio si esprime anche su uno dei nomi venuti fuori per il ruolo di commissario tecnico dell'Italia, quello di Antonio Conte.

Del Piero e il calcio italiano

Così Del Piero sul momento del calcio nostrano: "Quello che ho percepito in questi giorni sono sensazioni negative. Traspare tristezza, arrabbiatura, delusione, anche incredulità: spesso sono andato all’estero per fare commenti sportivi, e il tema della nazionale è sempre presente. Siamo stati una potenza enorme. Ritrovarci per la terza volta… La prima volta era uno shock, la seconda la vivevi come un incubo, la terza diventa imbarazzante anche da giustificare. Si vive questa negatività, indipendentemente da chi sia la colpa: ci sono situazioni complesse che intervengono in un unico risultato. Non è che possiamo guardare solo al percorso dei ragazzi, dell’allenatore, di Buffon e di Gravina. C’è tutto quell’altro dietro, tutti quelli che andranno a eleggere il nuovo presidente sono chiamati in causa direttamente e quotidianamente: con le loro scelte, le loro idee, le loro votazioni. Abbiamo notato purtroppo che siamo tanto indietro non solo rispetto ai nostri standard, ma rispetto agli altri che hanno studiato, in passato ci hanno anche studiato e ora studiano da chi è più bravo di noi, e ci sono diverse nazionali".

 

 

Da dove ripartire e l'ipotesi Conte ct

Del Piero spiega: "Hanno studiato come rifarsi da capo, probabilmente alcuni avevano anche più tempo rispetto a noi, ma altre come la Germania che era nella nostra stessa situazione: hanno avuto il coraggio di intraprendere certi percorsi, e bisogna toccare molti più punti. Non c’è solo il presidente della federazione che oggi tutti incolpiamo come maggior responsabile perché a capo di questo percorso. Quindi tutte queste sensazioni negative ovviamente devono dare, con un po’ di tempo, la voglia di reagire e ripartire: bisogna rimettersi in gioco, studiare e lavorare per risolvere le cose, facendolo con l’entusiasmo che oggi dobbiamo ricercare dentro di noi. Serve farlo con una cosa che ha caratterizzato il popolo italiano, ovvero che nelle crisi sportive più gravi siamo riusciti a tirar fuori nuove energie, creatività, voglia e soluzioni, e i mondiali del 1982 e del 2006 ne sono la prova. Serve farlo anche oggi che mi sembra che siamo molto lontani dalle soluzioni". Sull’ipotesi di Conte come ct dell’Italia: "Non ne ho idea, può farlo sicuramente. Ha tutte le qualità e lo ha già fatto. Quando hai persone di grande spessore umano e qualità tecnica… E’ ovviamente un profilo papabile". 

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"Ognuno parli di ciò che gli compete!"

Del Piero prosegue nell'analisi: "Credo che le idee che uno può avere nel calcio di oggi debbano essere esposte in un ambiente con altre persone, in un team. Io ho sempre giocato in un gioco di squadra e ci credo: non deve esserci solo un capro espiatorio come non deve esserci una sola persona che deve risolvere tutto, non funziona così. Abbiamo lacune rispetto agli altri in tantissimi settori, ci tengo a sottolineare che questo è il problema del calcio maschile mentre il calcio femminile e gli altri sport stanno facendo cose straordinarie. E’ una cosa molto specifica, e dobbiamo analizzare specificatamente cosa non funziona nel calcio maschile italiano, perché sennò sembra che sia un disastro in tutto: veniamo dalle Olimpiadi più belle di sempre, tennisti che sono in classifica tra i primi 10 oltre a Sinner. Cosa significa questo, che talento ce n’è e che si è focalizzato in altri sport, con questi ultimi che hanno avuto la voglia di rimettersi in gioco con percorsi diversi, come il tennis, dove hanno voluto ricostruire in questo modo. Non so quanto il calcio abbia questa pazienza da un lato e tempo dall’altro, oltre il coraggio di fare determinate scelte".

 

 

"Serve non perdere la tradizionalità"

Come procedere allora? Del Piero dice la sua: "Bisogna sedersi e analizzare: i settori giovanili non vanno bene, gli stadi non vanno bene, investimenti non vanno bene, giocano molti meno italiani. Ci sono cose che si possono sistemare, altre un po' meno. Quelle che non si possono sistemare dipendono anche un po' dalle persone: dai presidenti in giù devono essere situazioni oculate. Prima c’era un calcio molto locale, nel senso che le società erano acquistate e di proprietà con i successivi ruoli di persone locali. A Torino erano tutti di Torino, a Milano tutti di Milano, a San Vendemiano che è il mio paesino tutti di San Vendemiano… Dico questo perché aprire tanto ti fa un po' perdere il territorio, la tradizionalità di alcune cose: al di là della grandi squadre, la cosa che balza all’occhio è la tradizionalità delle squadre che giocano negli altri paesi. Parlo di Bilbao o di Siviglia in Spagna: l’identità della propria squadra di club, oggi è lasciata andare per vari discorsi. E’ un discorso di team che va aperto, va fatto un passo indietro e dire: ok non siamo più i migliori e nemmeno secondi o terzi, il primo atto di coscienza è riconoscere che non siamo quelli che pensiamo di sapere, o quelli che l’orgoglio ci chiede di essere. L’orgoglio va messo da parte e vanno messe in campo umiltà, il mettersi in gioco, lo studiare".

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"Si pensa solo a salvarsi il c*lo!"

L'analisi dell'ex 10 bianconero è lucida e cruda: "C’è chi fa le cose bene e va analizzato, non è solo una questione di soldi. Credo ci siano molteplici aspetti per cui serve una squadra completa in tutti i settori, che ci siano comunicazione e unione di intenti oltre alla voglia di rappresentare qualcosa di più che solo salvarsi il culo. Fondamentalmente tutti pensiamo a quello, compreso io. Se parlo anche di dichiarazioni all’esterno? Beh si! E’ un continuo mischiare le carte in tavola: la progettualità deve essere progettualità, bisogna rispettare dei passaggi: oggi spesso si consuma in fretta. Ci sono carriere di allenatori che sono passate da tragedie o quasi, penso a Gasperini a Bergamo: se non sbaglio fece 5 sconfitte consecutive, hanno avuto il coraggio di tenerlo e da lì è cominciata un’ascesa. Gasperini fino a quel momento non aveva avuto una carriera esaltante come è stata quella di dopo. Con quell’Atalanta lì è diventato immortale per l’Atalanta. Ma penso anche ad Allegri, o Ancelotti: con me alla Juve è arrivato due volte secondo e sembrava fosse l’allenatore più scarso del mondo, poi purtroppo ce lo siamo ritrovati anche in finale di Champions poco dopo da avversario. Le persone ci sono, a volte semplicemente non funzionano: tutto qua". 

"I giocatori non si costruiscono"

Sulla crescita dei calciatori spiega: "Spesso sentiamo parlare di ‘costruire i giocatori’, ma il giocatore non si costruisce, si deve plasmare, aiutare ad arrivare. E aiutare significa non dire sempre si, ma metterlo anche di fronte a scelte. E’ anche una generazione diversa dalla mia, quindi in alcune circostanze mi sento limitato a dirti il mio pensiero: se non sono sicuro di una cosa preferisco non dirla, cosa che dovrebbero fare in tanti perché chiunque parla di qualsiasi cosa, soprattutto del calcio anche chi è fuori dall’ambiente calcistico e ricopre un ruolo nell’ambiente politico. Non bisogna parlare da tifosi, se sei un politico parla da politico e tratta le cose da politico sempre, come ha fatto il ministro dello sport: condivisibile o meno ciò che ha detto ma lui ha diritto di parlare dello sport italiano. Non facciamo confusione: se io mi metto a parlare di politica o ingegneria spaziale posso dire ciò che voglio o che leggo su internet, magari a me piace un ingegnere più di un altro e parlo meglio di lui, cosa che accade normalmente anche oggi. Se sei di un partito o dell’altro, in politica o nel calcio, quello che fa il tuo partito è giusto e gli altri sbagliano. Ma non eravamo i maestri della via di mezzo noi, che trovavano sempre soluzioni?! La nazionale deve essere unità in tutto e per tutto, anche se pure qui: abbiamo provato tutti a star vicini alla nazionale perché era importantissimo andare al mondiale, ma se tu mi chiedi com’era al mio tempo dico che non avevamo il terrore di giocarci ma andare in nazionale voleva dire giocare con coltello tra i denti e caschetto in testa".

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Il dualismo Totti-Del Piero e i giovani di oggi

Si torna al passato per guardare al futuro: "Ad esempio parlo del momento topico Totti-Del Piero: io ero della Juve e c’era tutto il mondo romano contro di me, ma a prescindere, e c’era il mondo juventino contro di lui. Si andava così e ci si andava molto più pesante di oggi: sono epoche diverse, non vanno paragonate, va preso il mondo di oggi coi ragazzi di oggi e le loro abitudini. Bravo Pisacane, che io non conosco personalmente ma conosco i suoi interventi da calciatore (ride, ndr): lui come altri allenatori tipo Grosso cercano di instaurare un certo tipo di rapporto coi ragazzi. Oggi nel calcio giovanile non so se è così: ci sono talmente tante cose da fare, gli allenatori sono così sottopagati, ci lamentiamo che bisogna pagare le scuole calcio.

E’ un tutti contro tutti, e così non si va avanti. Bisogna un attimino mettersi nelle condizioni di capire questi bilanciamenti come vanno misurati, e lo si fa pezzo per pezzo, squadra per squadra e poi si arriva alla nazionale. Innanzitutto bisogna essere una persona col buonsenso in casa sua: se non lo sono in casa mia come posso esserlo fuori? Pensiamo tutti all’io, perché viviamo un momento particolare come nazione e mondo: cerchiamo di trovare soluzioni. Io tenderei a questa cosa qua. E poi l’assunzione di responsabilità è fondamentale, ci sono momenti in cui bisogna dire ‘Ho sbagliato: grazie e arrivederci!’. Non c’è nessun problema a dirlo, invece il mondo oggi ci porta a non dirlo: non c’è nessun problema! Io ho sbagliato mille volte, in alcuni casi l’ho detto e magari altre volte no, però dentro di me lo sapevo. E devono esserci attorno persone che ti dicono ‘Eh no ciccio, hai sbagliato!’, dal tuo amico al tuo compagno di squadra all’allenatore. Ma con serenità, senza colpevolizzare sempre, e che se ti danno la colpa + finito il mondo. Si va avanti: Messi e Ronaldo han sbagliato rigori anche loro".

"Io allenatore? Penso che..."

Sull'ipotesi di allenatore Del Piero analizza: "Se ascolti i miei ex compagni che oggi fanno gli allenatori ti diranno che io non potrò mai farlo! Li vedo distrutti, mi dicono ‘Ale c’è troppo da pensare, troppo casino, 24 ore al giorno’. Facendo il corso ho visto anche com’è cambiato il calcio oggi rispetto a quando ho iniziato. Ci sono dei numeri che lo fanno capire: ad esempio nei miei primi anni alla Juventus, e parliamo del top del top, avevamo 2 masso fisioterapisti, un dottore che non veniva tutti i giorni al campo, quattro di staff che comprendevano allenatore, vice allenatore, preparatore atletico e allenatore dei portieri, un segretario, un team manager, un addetto stampa e 23-24 giocatori. Oggi di staff che non sono calciatori ce ne sono più del doppio nella stessa squadra. Significa che sono raddoppiati: ci sono nuove figure, anche della società come match analyst o magari un’agenzia completa per la comunicazione.

L’allenatore oggi deve gestire molte più realtà, molte più persone: se c’è una cosa che si fa fatica a gestire sono le persone, devi avere un’esperienza tale anche per scegliere le persone, e spesso non le sceglie nemmeno tutte lui. Se io sarei in grado? Non ne ho la più pallida idea perché non l’ho mai fatto, se mi metterò nelle condizioni di farlo l’idea sicuramente mi stimolerebbe: quando vado allo stadio vedo certe partite con gli allenatori che escono vittoriosi, e sento anche ex compagni che a volte hanno questa cosa qua è stupendo. Devi pensare a tutto, e sapere che magari quello che hai pensato non serve a nulla: magari quello ti ha risolto la partita o quell’altro ha sbagliato il rigore, ci sono alti e bassi clamorosi, l’emotività che esce dalla partita è pazzesca. Non so se mi metterei nelle condizioni di farlo oggi, idealmente tra 1-2 anni sì ma non sento ancora il desiderio di: mi piace ciò che sto facendo, mi piace studiare altre situazioni oltre quella dell’allenatore come sto cercando di fare".

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"Il 3-5-2? Chi vince in Europa non gioca così..."

Ma il Del Piero allenatore giocherebbe col tanto discusso 3-5-2? "Le squadre che vincono giocano con 4 in difesa, quindi c’è da farsi questa domanda. Ma se nel tuo campionato giocano tutte a 3 in difesa ti devi un po’ adeguare. Quindi queste sono le scelte difficili di un allenatore, è più facile quando sai che tutte le squadre giocano con quel sistema lì. Ma chi in Europa chi vince non gioca così! Se giocherei col 10, col fantasista? Beh, domanda scontata! Calcola che io sono arrivato in un periodo molto fortunato per i 10, all’epoca si chiedeva anche di tornare in difesa…. Si è passati dal 10 che doveva fare solo l’assist o il gol o fare il gesto di fantasia al 10 che doveva correre dietro, ma è stata la nostra fortuna, per la mia prima Juve con cui vincemmo Intercontinentale e Champions: c’era un servizio reciproco di tutta la squadra. Ci addentriamo in un discorso che tocca altri aspetti: il calcio non è solo tattica o scelta degli uomini ma anche onore, responsabilità, rispetto, coraggio, tutte cose fondamentali in una squadra e che a turno tutti devono tirare fuori".

Quel gol contro la Fiorentina

Si torna a parlare di passato, della storia di Del Piero e degli inizi tra San Vendemiano, il suo paesino, e la parentesi al Padova. Presto si arriva alla Juve e a quel famoso gol contro la Fiorentina a completare la rimonta: “Hai come uno scanner di quella che è la situazione e se sei in movimento cerchi di immedesimarti su dove arriverà il pallone, in che posizione sei nell’area, c’è un’analisi veloce in testa considerando che possono esserci variabili che non conosci. In un caso simile mi sono sfondato il ginocchio perché tiro al volo ma non avevo visto arrivare l’avversario. Con la Fiorentina non sapevo dov’era l’avversario, ho calcolato quello che potevo calcolare: arrivare sulla traiettoria al momento che la palla arrivava lì per controllarla, rendendomi conto che ero dentro l’area ho pensato che non ci aspettasse potessi tirare subito, e questo pensiero poi si è trasformato in un gesto abbastanza innaturale, con questo esterno destro e che poi si infila nell’angolino, con un pizzico di fortuna. Diciamo che la fortuna bisogna cercarcela, se non tiravo la palla non poteva andare lì: controllare non era facile, l’avversario poi mi avrebbe probabilmente aggredito subito, e così ho pensato di girarla subito in attesa di capire cosa sarebbe successo, ed è successo l’inimmaginabile.

Non eravamo partiti col tridente, dopo una sconfitta a Foggia ci guardammo negli spogliatoi chiedendoci cosa stavamo facendo, non tanto per la sconfitta in sé perché quel Foggia era forte e fece altre grandi partite, ma per come l’avevamo interpretata. Poi prima della Fiorentina eravamo già passati al tridente, eravamo ripartiti dopo Foggia con la voglia di scendere in campo a 2000, sacrificandoci. Ma quella vittoria lì con la Fiorentina ha significato che potevamo vincere in qualsiasi momento. Eravamo sotto 2-0 ma non meritavamo, avevamo avuto più occasioni di loro, ma se non la butti dentro… La Fiorentina poi era prima in classifica e noi eravamo ad inseguire, però non si è scostato di un attimo il nostro obiettivo: nei 90’ pensavamo solo ‘Andiamo a 2000 perché la ribaltiamo’, e quando ottieni quello è come mettessi un chip nella tua testa che ti fa dire ‘Se l’ho fatto una volta posso farlo sempre’. Scatta qualcos’altro: quando si parla di mentalità, di partite che cambiano le stagioni, ti portano a un altro livello. Non è detto che sei pronto per l’altro livello eh, ma noi avevamo tanta fame".

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Gli esempi Baggio e Vialli

Fame ce l'avevano anche i campioni di quella squadra: "Baggio aveva vinto meno di quello che potesse avere, Vialli aveva vinto uno Scudetto storico con la Samp ma alla Juve non aveva inciso come avrebbe voluto. E attorno c'erano giovani assatanati come me, o Ravanelli che aveva mentalità per 5, anche Torricelli e Di Livio, Ferrara e Conte, o Jugovic che oggi sarebbe un giocatore da 150 milioni probabilmente. Queste cose qua fanno la differenza: quando si arrivano a situazioni così unite alla fame di cambiare le sorti di quello che sta succedendo, anche perché la Juve non vinceva uno Scudetto da 9 anni e c’è anche quel senso di impresa che ti stimola. Ma devi riuscire ad alimentare questi stimoli quotidianamente, non settimanalmente. Ti godi poco le vittorie, vero, ma ti metti sempre nelle condizioni di vincere. E’ una cosa che deve avere dentro il gruppo? Si, per fortuna c’è sempre la qualità, no, che determina se uno è più o meno bravo, e se uno è bravo si vede da 1000 fattori, non solo quello tecnico. Altrimenti talenti avuti nel passato avrebbero vinto di più: è complessa come cosa. L’aspetto umano è fondamentale: se parli con qualsiasi allenatore ti potrà dire che quando ha vinto ha gestito una squadra che quell’anno è stata superiore dal punto di vista umano".

La scelta di calciatore e... uomini: "Moggi e Galliani..."

La società ha responsabilità nello scegliere uomini e non solo calciatori? "Si! L’epoca dei vari Moggi, Galliani… personaggi che sono stati fenomeni nel loro lavoro! Conoscevano quante volte andavi a fare pipì in vacanza! Una maniacalità nel conoscere il giocatore a livello personale quasi da stalker: le persone che lavorano con te più le conosci e più riesci a tirar fuori da loro il massimo. Altrimenti ti devi fidare di più, andare più sull’intuizione e su altre qualità, o sui dati… (Del Piero mette la mano sulla fronte, ndr). Non sono contrario ai dati, ma non puoi basarti solo su quelli! Oggi i dati hanno una loro rilevanza, sono importanti, poi vanno letti nella maniera giusta. Uno ha fatto 150 passaggi, ok, ma dove? Davanti o dietro? E dove li fai? Se li fai indietro potrei giocare anche io oggi a 50 anni. E con che pressione poi li fai: giochi in una neopromossa? Sei a metà classifica? Hai il dovere di vincere? Lì cambia tutto. Oggi abbiamo una bellissima realtà che è il Como, oggi non ha il dovere di vincere ma se continua così tra 1-2 anni si. Poi occhio che le cose cambiano per l’ambiente, i giocatori, cambia tutto. Per questo alcuni giocatori hanno fatto cose straordinarie in certe squadre e meno in altro”.

 

 

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"Yildiz? Merita quello che ha! Yamal..."

Ma oggi c’è un italiano che ha la stoffa del campione a cui abbina qualità umane importanti? “Non lo so, personalmente li conosco poco. Conosco personalmente Yildiz e di sicuro è un ragazzo che ha tutte le qualità per crescere, e non a caso cresce ogni anno: non sono solo dati, te lo dice l’occhio. E lo sta facendo in una squadra in difficoltà. E a livello umano è un ragazzo che in più di un’occasione ha dimostrato di meritare quello che ha! Non conosco altri ragazzi che sono straordinari, probabilmente lo è Yamal che è il più giovane e il più talentoso di tutti, ma a livello umano non lo conosco: lì mi limito a dire che vedere giocatori di questa caratura è pazzesco. Mi vien da dire che non ci sarà più un Messi o un Ronaldo: crescono giocatori diversi, che hanno caratteristiche proprie e avranno il loro modo di interpretare il calcio. Yamal è impressionante, poi se puntiamo il dito dicendo che in una partita non ha trascinato la squadra… Facciamo attenzione, ha 18 anni e mezzo! Cambia il modo di approcciarsi al calcio rispetto ai miei anni, come Yamal che fa la frecciatina al Real o mette la frase su Instagram? Beh nel caso di Yamal c’è molto campanilismo tra Real e Barcellona, va anche oltre l’aspetto calcistico. Sicuramente lui è un ragazzo diverso da Yildiz, ma non voglio giudicare perché non è giusto. E’ da sottolineare che viviamo in un’epoca diversa, io che ho figli lo vedo , c’è poco da fare! Hanno idee e velocità diverse: vuoi tenerli in un contesto ma l’unica cosa che ci salva è la conoscenza, non i divieti dal mio punto di vista".

"Ai ragazzi diciamo troppo cosa fare"

A proposito di questo Dle Piero spiega: "Anche nel calcio diciamo troppo ai ragazzi cosa fare, negli altri paesi non c’è questo proibizionismo di fare le cose come da noi: ‘Non perdere la palla’, ma perché non perdere la palla? Bel consiglio! Perché a 16 anni siamo forti quanto gli altri se non di più e poi non lo siamo più? Cosa manca in quel frangente? Andiamo alla causa, non solo agli effetti. Perché i nostri giocatori a 18-19 anni non sono come quelli della Bosnia? Cos’è che non funziona nel nostro mondo perché questo avvenga di nuovo? Dove siamo forti e non siamo forti? Serve un processo lento, inevitabile, non può essere una cosa veloce!”.

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L'addio alla Juve

Una chiosa sull’addio alla Juve. Del Piero e quella proposta di contratto in bianco: lui sapeva che con quell’accordo stava sancendo il suo addio. I tifosi erano dalla sua parte, ma aveva comunque un peso incredibile sulle spalle dovendo dimostrare comunque sul campo. Quell’anno segna due gol decisivi e vince lo Scudetto con la Juve, con un commiato allo Stadium toccante e che tutti ricordano. Ma lui sapeva che con quel gesto avrebbe conquistato la Juventus al contempo però perdendola? D’altronde in bianconero non è più tornato… Alla domande Del Piero risponde così: “Si e no. Sapevo che non sarebbe stato un gesto digerito, quello si. C’era una comunicazione complessa all’epoca, però diventò talmente insistente che io ero lì per i soldi, che volevo i soldi, che avevo già guadagnato tanti soldi… Io amo i soldi eh, ma se c’è una cosa che mi dà fastidio è che il mio lavoro, specie in quel frangente dopo il 2006, venisse riferito solo ai soldi. Se mi interessavano quelli sarei andato via nel 2006".

L'ultimo Scudetto in bianconero

Del Piero chiude così: "C’era una situazione di tensione importante, in più stavamo andando per lo Scudetto: c’era la consapevolezza di potercela fare. Siamo partiti che l’anno prima eravamo settimi, ma poi con gli innesti di Vidal, di Pirlo… Non avevamo in testa quella cosa, ma acquisivamo sempre più fiducia nei nostri mezzi, Conte ci era entrato in testa in maniera importante avendo una disponibilità da parte di noi ‘vecchi’ estrema, si era creato un ambiente perfetto. Quello Scudetto è stata la chiusura perfetta del cerchio dopo il 2006 e non volevo che quell’ambiente si rovinasse. Stava diventando un argomento che rompeva le scatole a tutti, che il mio contratto era una distrazione, che io facevo pressione all’interno della squadra. Ma che pressioni facevo io? Se le facevo, le facevo male Liberato quello non a caso sono successe varie cose positive, compreso quei due gol tra cui quello alla Lazio che fu fondamentale per il nostro trionfo. Per quello dico si e no: ero un po’ incosciente. Pensavo solo a vincere? Eh si: per me è l’unica cosa che conta”. 

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"Il 3-5-2? Chi vince in Europa non gioca così..."

Ma il Del Piero allenatore giocherebbe col tanto discusso 3-5-2? "Le squadre che vincono giocano con 4 in difesa, quindi c’è da farsi questa domanda. Ma se nel tuo campionato giocano tutte a 3 in difesa ti devi un po’ adeguare. Quindi queste sono le scelte difficili di un allenatore, è più facile quando sai che tutte le squadre giocano con quel sistema lì. Ma chi in Europa chi vince non gioca così! Se giocherei col 10, col fantasista? Beh, domanda scontata! Calcola che io sono arrivato in un periodo molto fortunato per i 10, all’epoca si chiedeva anche di tornare in difesa…. Si è passati dal 10 che doveva fare solo l’assist o il gol o fare il gesto di fantasia al 10 che doveva correre dietro, ma è stata la nostra fortuna, per la mia prima Juve con cui vincemmo Intercontinentale e Champions: c’era un servizio reciproco di tutta la squadra. Ci addentriamo in un discorso che tocca altri aspetti: il calcio non è solo tattica o scelta degli uomini ma anche onore, responsabilità, rispetto, coraggio, tutte cose fondamentali in una squadra e che a turno tutti devono tirare fuori".

Quel gol contro la Fiorentina

Si torna a parlare di passato, della storia di Del Piero e degli inizi tra San Vendemiano, il suo paesino, e la parentesi al Padova. Presto si arriva alla Juve e a quel famoso gol contro la Fiorentina a completare la rimonta: “Hai come uno scanner di quella che è la situazione e se sei in movimento cerchi di immedesimarti su dove arriverà il pallone, in che posizione sei nell’area, c’è un’analisi veloce in testa considerando che possono esserci variabili che non conosci. In un caso simile mi sono sfondato il ginocchio perché tiro al volo ma non avevo visto arrivare l’avversario. Con la Fiorentina non sapevo dov’era l’avversario, ho calcolato quello che potevo calcolare: arrivare sulla traiettoria al momento che la palla arrivava lì per controllarla, rendendomi conto che ero dentro l’area ho pensato che non ci aspettasse potessi tirare subito, e questo pensiero poi si è trasformato in un gesto abbastanza innaturale, con questo esterno destro e che poi si infila nell’angolino, con un pizzico di fortuna. Diciamo che la fortuna bisogna cercarcela, se non tiravo la palla non poteva andare lì: controllare non era facile, l’avversario poi mi avrebbe probabilmente aggredito subito, e così ho pensato di girarla subito in attesa di capire cosa sarebbe successo, ed è successo l’inimmaginabile.

Non eravamo partiti col tridente, dopo una sconfitta a Foggia ci guardammo negli spogliatoi chiedendoci cosa stavamo facendo, non tanto per la sconfitta in sé perché quel Foggia era forte e fece altre grandi partite, ma per come l’avevamo interpretata. Poi prima della Fiorentina eravamo già passati al tridente, eravamo ripartiti dopo Foggia con la voglia di scendere in campo a 2000, sacrificandoci. Ma quella vittoria lì con la Fiorentina ha significato che potevamo vincere in qualsiasi momento. Eravamo sotto 2-0 ma non meritavamo, avevamo avuto più occasioni di loro, ma se non la butti dentro… La Fiorentina poi era prima in classifica e noi eravamo ad inseguire, però non si è scostato di un attimo il nostro obiettivo: nei 90’ pensavamo solo ‘Andiamo a 2000 perché la ribaltiamo’, e quando ottieni quello è come mettessi un chip nella tua testa che ti fa dire ‘Se l’ho fatto una volta posso farlo sempre’. Scatta qualcos’altro: quando si parla di mentalità, di partite che cambiano le stagioni, ti portano a un altro livello. Non è detto che sei pronto per l’altro livello eh, ma noi avevamo tanta fame".

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