Padovano e gli anni d'oro alla Juve di Lippi
Nella sua prima estate si è “abituato al tridente”, per citare Lippi. «Mesi meravigliosi. Era una novità: ho sempre giocato da punta unica, oppure a supporto. Lui chiedeva agli attaccanti di difendere molto e mi sono messo a disposizione del gruppo. Per me è stato un percursore: oggi si millanta tanto, ma noi giocavamo con tre attaccanti puri. Una volta Lippi mi ha detto: “Ricordati che quando hanno palla gli avversari, il giocatore tende a indietreggiare. Tu fai un passo in avanti, pressa subito!”. E lo facevamo».
Quell’atteggiamento si è fatto simbolico. «Onestamente? In altre società mi sono sempre gestito: facevo i miei 10 gol all’anno, giocavo in Serie A, ero famoso. Molto spesso, nelle sedute, evitavo di forzare. Poi quando sono arrivato alla Juventus ho visto gente come Ferrara, Vialli e Vierchowod. Facevano la gara nei mille metri».
Il metodo Ventrone. «L’ho conosciuto a Napoli: avevamo un gran rapporto, mi adorava perché ero esplosivo e avevo deciso di fare con lui la riabilitazione. Me lo sono ritrovato alla Juventus: usava la forza pure a colazione. Il sabato mattina era dedicato a quello: sosteneva che in questo modo, il giorno dopo, saremmo andati davvero veloci. E aveva ragione».
La vostra Champions è partita da Dortmund e con un suo gol. «E c’era un po’ di ansia: Vialli e Ravanelli fuori, si pensava che non fossimo in grado di andare lì a fare risultato. Siamo stati sfrontati, anche dopo lo svantaggio. Il giorno dopo l’Avvocato Agnelli è venuto a complimentarsi con noi. Mi ha fatto: “Padovano, se in porta c’ero io, lei quel gol non lo faceva...”».
