Pagina 5 | “Non rompermi le scatole” a Moggi, le buste Juve e Conte: “Non lo riconosco più”. Padovano amarcord

Michele Padovano, dopo 30 anni le fanno ancora i cori. «Che meraviglia. Mi caricavano a molla: io entravo e segnavo per i tifosi».

A cosa pensava quando ha calciato il rigore in finale di Champions? «A fare gol. Perché se non sei super convinto e carico è difficile che tu riesca a fare gol. Sa che l’allenatore del Real aveva detto di non conoscermi? Sono entrato con la sua fotografia ben stampata in faccia: ho provato a farglielo ricordare in tutti i modi. E sarò sempre grato alla Juve che mi ha dato questa opportunità. Ho giocato nella squadra più grande al mondo».

Il passaggio alla Juve e l'aneddoto con Moggi

Partiamo dall’inizio: estate 1995, lei firma con la Juve. «Racconto sempre quest’aneddoto con Luciano Moggi: finisco la partita di Reggio Emilia, era più o meno maggio, prendo la macchina e torno a Torino. A casa. A un certo punto mi squilla il cellulare: era il periodo delle imitazioni di Moggi, io sento questa voce e penso a uno scherzo. Sbotto: “Ma dai, non rompermi le scatole!”. Lui mi richiama e mi dice: “Guarda che la terza telefonata non la faccio più. Sono davvero Moggi, ti aspetto domani sera”. Ecco: è stato il viaggio di ritorno più bello della mia vita. Così sono venuto a conoscenza dell’interesse dei bianconeri».

Il suo primo giorno ufficialmente in bianconero? «Di conoscenza. Ma si lega a un altro ricordo: un anno prima ero salito sul pullman della Juventus al funerale di Fortunato. Mi hanno riportato all’auto, però Vialli era venuto vicino a me e mi ha detto: “Stai facendo le prove per il prossimo anno?”. Sapeva già che sarei arrivato alla Juve».

Cosa significa vestire la maglia della Juventus? «Dico sempre che ti accorgi di quanto sia importante la Juventus quando te ne vai: io nella vita non ho rimorsi o rimpianti, rifarei tutto. Però... Probabilmente non sarei andato via dalla Juventus. A ogni allenamento tutti noi aprivamo la busta: avevamo tutto nuovo. E questo l’ho visto solo alla Juve. Sembra un dettaglio, ma fa capire quanto siano attenti a dare il massimo ai calciatori. Si tratta del top, e devi meritarlo».

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Padovano e gli anni d'oro alla Juve di Lippi

Nella sua prima estate si è “abituato al tridente”, per citare Lippi. «Mesi meravigliosi. Era una novità: ho sempre giocato da punta unica, oppure a supporto. Lui chiedeva agli attaccanti di difendere molto e mi sono messo a disposizione del gruppo. Per me è stato un percursore: oggi si millanta tanto, ma noi giocavamo con tre attaccanti puri. Una volta Lippi mi ha detto: “Ricordati che quando hanno palla gli avversari, il giocatore tende a indietreggiare. Tu fai un passo in avanti, pressa subito!”. E lo facevamo».

Quell’atteggiamento si è fatto simbolico. «Onestamente? In altre società mi sono sempre gestito: facevo i miei 10 gol all’anno, giocavo in Serie A, ero famoso. Molto spesso, nelle sedute, evitavo di forzare. Poi quando sono arrivato alla Juventus ho visto gente come Ferrara, Vialli e Vierchowod. Facevano la gara nei mille metri».

Il metodo Ventrone. «L’ho conosciuto a Napoli: avevamo un gran rapporto, mi adorava perché ero esplosivo e avevo deciso di fare con lui la riabilitazione. Me lo sono ritrovato alla Juventus: usava la forza pure a colazione. Il sabato mattina era dedicato a quello: sosteneva che in questo modo, il giorno dopo, saremmo andati davvero veloci. E aveva ragione».

La vostra Champions è partita da Dortmund e con un suo gol. «E c’era un po’ di ansia: Vialli e Ravanelli fuori, si pensava che non fossimo in grado di andare lì a fare risultato. Siamo stati sfrontati, anche dopo lo svantaggio. Il giorno dopo l’Avvocato Agnelli è venuto a complimentarsi con noi. Mi ha fatto: “Padovano, se in porta c’ero io, lei quel gol non lo faceva...”».

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Padovano e l'importanza del gol per un attaccante

Cos’è stato, per lei, il gol? «Vivi per quello, ti alleni per quello. Oggi trovo assurdo che un giocatore, magari contro una vecchia squadra, finisca per non esultare».

Ce n’è uno che le si è incastrato nel cuore? «Oltre a quello al Real e al rigore con l’Ajax, cito un Reggiana-Padova di Serie A. Ho fatto una roba che, se l’avesse riprodotta Maradona, se ne parlerebbe ancora oggi».

Dopo il Borussia aveva detto: «Imparo un calcio nuovo». «Sono stato fortunato con quel gruppo: spero torni uno così, perché insegna agli stranieri il significato di un club come la Juve».

Il più pericoloso in allenamento? «Vierchowod. Ci avevano messo pure in camera insieme: all’epoca fumavo ancora, allora entro in camera e mi accendo una sigaretta. Lui prende il trolley e va via in un secondo. Poi è arrivato Torricelli a stare con me».

Ancora Champions: al Bernabeu vi siete spaventati? «Dalla panchina vedevo i miei compagni: non reagivano, mi dispiaceva. Quando sono entrato ho dato due o tre legnate, però forti, cercando di dare un messaggio. Per fortuna abbiamo limitato i danni perdendo solo 1-0, grazie a San Peruzzi».

Al ritorno, titolare. E la sua chiosa. «Che settimana, quella prima della partita. Siamo andati in ritiro a Viareggio, la partita persa con la Carrarese. E pure male. Lippi entrò nello spogliatoio, fece un casino pazzesco. Giustamente. A Torino siamo partiti bene con il gol di Del Piero. Lui parlava di grande rete, ma è stata una discreta fortuna (ride, ndr)».

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Il carisma dell'Avvocato Agnelli e l'amicizia con Vialli

L’Avvocato negli spogliatoi poteva davvero cambiare le cose? «Quel carisma lo percepivo, e non l’ho riscontrato poi in altri. Ricordo la mia ultima partita nella Juve, a Roma. Mi avevano detto che sarei partito titolare, poi Agnelli: “Mi raccomando, mi aspetto tanto da lei”. Prestazione senza infamia e senza lode».

Il suo compagno preferito? «Vialli. Sono cresciuto cercando di copiarlo: avevamo tratti in comune. E sono andato a Londra proprio perché lui era là. Sapevo che mi avrebbe aiutato, abitavamo a 300 metri di distanza. Mi piace pensare che lui, come Denis Bergamini, siano i miei angeli custodi».

Che significato ha avuto quella coppa per Vialli? «Era molto importante. Abbiamo discusso anche tanto. Gli ho sempre detto che mi sarei aspettato che calciasse uno dei rigori: non se la sentiva, e forse aveva ragione lui. Era talmente emozionato e teso...».

Conte capitano e leader

E Conte? «Con lui mi divertivo, anche sui capelli. Antonio era il vero capitano: una parola per tutti, mai fuori righe. Ora non lo riconosco più, lo vedo sempre arrabbiato».

La finale di Roma: sua moglie le aveva chiesto un gol. «La vera fuoriclasse è sempre stata lei: ho avuto una vicenda difficile ed è durata 17 anni, la mia fortuna è stata avere Adriana come moglie. Sempre lineare, sempre al mio fianco».

Ha mai avuto dubbi su come calciare quel rigore? «Li ho sempre calciati: solo un errore su 18. Se tiri bene, fai gol. E Lippi sapeva di poter contare su di me, perciò mi ha chiesto quale volessi calciare. Per me era uguale, mi ha affidato lui il terzo. Ho fatto il mio dovere».

Ci racconta il suo Lippi? «Marcello con me è stato molto bravo. Sapeva quanto fossi arrabbiato per le poche chance: ha fatto delle scelte e le ho sempre rispettate. Prima della finale mi davano tutti titolare: la mattina, alla Borghesiana, è venuto da me ed è stato chiaro. “Ti faccio entrare a un quarto d’ora dalla fine e sarai decisivo: mi fai vincere la Champions!”. Capisce la furbizia?».

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Padovano su Del Piero e i compagni più forti

E il suo Del Piero? «Estremamente intelligente, estremamente bravo. E rispettoso: io avevo 29 anni, lui 21. Mi spiace che una figura come la sua non sia nel calcio che conta: per me è pronto a fare qualcosa di importante, a prescindere dal ruolo».

I più forti con cui ha giocato? «Zidane. Il numero uno in assoluto. Era introverso e timido. Deschamps, genio assoluto, a volte gli traduceva male le “cazziate” di Lippi».

Poi? «Beh, Del Piero anche qui. Poi Careca. E posso citare Dobrovol’skij al Genoa e Futre alla Reggiana. Peccato per quell’infortunio, era proprio forte».

Padovano sulla Juve di oggi

Cosa pensa della Juve di oggi? «Mi sembra un cantiere da troppo tempo. Dovrebbe strutturarsi con una dirigenza importante: ora pare un po’ ballerina. E considero riduttivo parlare sempre di 4° posto per la Juventus».

Della squadra? «Obiettivamente mediocre a livello di qualità: manca l’esperienza in mezzo al campo, servirebbero 5 o 6 giocatori di livello. Il talento c’è, va aggiunta anche personalità».

Giusto rinnovare Spalletti a giochi ancora aperti? «Mi era piaciuto quando è arrivato: 7 mesi e poi ne avrebbero riparlato. Per me doveva andare così, poi hanno avuto le loro ragioni».

Vlahovic lo rinnoverebbe, invece? «Io non confermerei nessuno di questi. La Juve era abituata a Trezeguet, farei invece carte false per Osimhen. Ma Dusan resta comunque un giocatore forte».

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Padovano su Del Piero e i compagni più forti

E il suo Del Piero? «Estremamente intelligente, estremamente bravo. E rispettoso: io avevo 29 anni, lui 21. Mi spiace che una figura come la sua non sia nel calcio che conta: per me è pronto a fare qualcosa di importante, a prescindere dal ruolo».

I più forti con cui ha giocato? «Zidane. Il numero uno in assoluto. Era introverso e timido. Deschamps, genio assoluto, a volte gli traduceva male le “cazziate” di Lippi».

Poi? «Beh, Del Piero anche qui. Poi Careca. E posso citare Dobrovol’skij al Genoa e Futre alla Reggiana. Peccato per quell’infortunio, era proprio forte».

Padovano sulla Juve di oggi

Cosa pensa della Juve di oggi? «Mi sembra un cantiere da troppo tempo. Dovrebbe strutturarsi con una dirigenza importante: ora pare un po’ ballerina. E considero riduttivo parlare sempre di 4° posto per la Juventus».

Della squadra? «Obiettivamente mediocre a livello di qualità: manca l’esperienza in mezzo al campo, servirebbero 5 o 6 giocatori di livello. Il talento c’è, va aggiunta anche personalità».

Giusto rinnovare Spalletti a giochi ancora aperti? «Mi era piaciuto quando è arrivato: 7 mesi e poi ne avrebbero riparlato. Per me doveva andare così, poi hanno avuto le loro ragioni».

Vlahovic lo rinnoverebbe, invece? «Io non confermerei nessuno di questi. La Juve era abituata a Trezeguet, farei invece carte false per Osimhen. Ma Dusan resta comunque un giocatore forte».

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