Cannavaro, batosta Inter e rinascita Juve: “Ma so benissimo perché non vincemmo la Champions”

Il capitano dell'Italia 2006 ha ripercorso le tappe della sua carriera: dai momenti difficili ai nerazzurri, al passaggio ai bianconeri in cui è risorto

Fabio Cannavaro è stato ospite al programma di Luca Toni su Prime Video "Fenomeni", in cui ha ripercorso la sua carriera, tirando le somme e valutando - in una scala di quattro valori - i vari momenti della sua esperienza (attraverso fotografie) più che trentennale nel mondo del calcio, sia in veste di giocatore che da allenatore. Il capitano della Nazionale 2006 si è soffermato sul suo addio all'Inter - vissuto come una vera e propria batosta per come è arrivato - e il pensiero di appendere gli scarpini al chiodo. Poi la rinascita alla Juventus che lo ha portato ha vincere il Pallone d'Oro, seguito dall'addio ai bianconeri per unirsi ai "Galacticos" dove ha ritrovato Capello. Il ritorno alla Juve invece è stato vissuto come un'occasione mancata.

Gli esordi con la Nazionale

L'inizio dell'intervista a Cannavaro comincia con un'immagine iconica: lui e Maldini che intervengono su Ronaldo il fenomeno nel 1994. "In questa foto ci sono due filosofie di vedere il calcio. Il Brasile con la fantasia, il penta-Mondiale: di cui due gli hanno vinti contro di noi, pensa anche solo se ne avessimo vinto uno noi. E la scuola dei difensori italiani, in cui noi siamo sempre stati maestri. Ci sono nove Coppe del Mondo in questa foto". Il difensore si è poi lasciato andare a una sua valutazione sulla trasformazione che ha avuto la Nazionale Azzurra: "Io sorrido di questo calcio moderno che vogliamo proporre in Italia perché una cosa positiva che avevamo era il saper difendere, e saper soffire soprattutto. In questi anni invece di mantenere quello che secondo me poteva essere la cosa positiva, che poi ci hanno copiato in tutto il mondo, l'abbiamo persa e siamo andati a copiare la fase offensiva. Abbiamo perso la nostra scuola. Abbiamo preso quattro gol da Israele, quattro dalla Norvegia. Se ci penso mi vengono i brividi".

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L'arrivo all'Inter e l'infortunio che ha cambiato tutto

Nella categoria "batosta" Cannavaro inserisce il suo biennio all'Inter, dal 2002 al 2004, soffermandosi sul suo infortunio che ne ha compromesso l'esperienza nerazzurra. "Vado all'Inter con grande determinazione, perché il salto era importante: da Parma andavo a all'Inter, una realtà completamente diversa. Non posso mai dimenticarmi la presentazione. Moratti mi disse: 'Una cosa così solo con Ronny l'ho vista'". Ma dopo l'idillio, la doccia fredda: "Finimmo il ritiro a ottobre a Como. Vado a fare un intervento, metto il piede a terra e sento una fitta sulla tibia. Ci mettiamo solo un mese per capire che era una frattura da stress. Avevo fatto risonanze, avevo fatto la tac, avevo fatto di tutto. Vado a fare la radiografia e c'erano nove fratture da stress, di cui una aperta. L'errore è stato mio perché mi dovevo fermare ma non volevo. La mia gamba sinistra perse il 40% della forza".

Il momento più duro

"Arrivo a un certo punto che penso: 'Voglio smettere', perché non riuscivo a risolvere questo problema, e le mie prestazioni non erano all'altezza del mio nome e di quello dell'Inter. Finiamo l'Europeo e dico: 'Da oggi in poi io non ritorno se non sto bene'. Faccio tre mesi praticamente senza appoggiare il piede a terra. Iniziamo un programma di allenamento dove faccio solo forza e bicicletta tutti i giorni. Una settimana prima dell'inizio del campionato vado da Mancini e gli dico 'Sono pronto' e riprendo a correre. Dopo pochi giorni mi chiama Oriali e mi dice: 'Ti abbiamo venduto', io dico: 'Ma come, ora che sto bene mi vendete?'. Da lì vado alla Juve e scelgo di guadagnare meno. Non è che volevo andare alla Juve, sono le circostanze ad avermi portato ad andare alla Juve".

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L'approdo alla Juventus e la rinascita

Il biennio bianconero, dal 2004 al 2006, viene inserito nella categoria "Standing Ovation". "Arrivo e ritrovo dei miei compagni di Nazionale, trovo Ciro (Ferrara ndr) soprattutto. Trovo Buffon, trovo Thuram, ma soprattutto ritrovo l'allenatore che già mi voleva prima: Fabio Capello. Io arrivo alla Juve, facciamo un'amichevole e lui mi dà la casacca. Io venivo da due anni in cui avevo perso la fiducia e un po' di ansia ce la avevo. Quindi dal primo giorno che arrivo mi sento rinato". A questo punto Cannavaro racconta anche le difficoltà che suoi due compagni hanno avuto con Capello: "Del Piero e Buffon con Capello facevano fatica, non avevano un bel rapporto. Se Capello fosse rimasto alla Juve non so se Gigi sarebbe rimasto a Torino. Del Piero non giocava, giocavano Ibra e Trezeguet". 

Juve: una corazzata incompiuta

Cannavaro valuta complessivamente la rosa a disposizione di mister Capello, giudicandola una corazzata costruita appositamente per vincere: "Quella squadra lì era fatta per vincere la Champions League. Noi non la vinciamo perché Capello faceva giocare sempre gli stessi giocatori. Quando aveva i suoi uomini lui ti faceva giocare sempre, e forse quello è stato il limite di quella formazione. A centrocampo c'erano Emerson, Vieira, Camoranesi, Nedved, davanti Ibra e Trezeguet, dietro io, Thuram, Zambrotta, Zebina e Buffon. Il rimpianto è che siamo arrivati sempre ai momenti importanti scarichi. Quella è una squadra fortissima. Nella finale dei Mondiali in campo ce ne erano in tanti (di juventini)". In quella stagione, inoltre, Cannavaro era molto prolifico: "Quell'anno lì feci quattro o cinque gol. Quando andavo a saltare ero pericoloso. Alla Juve sono stati i due anni che mi hanno portato al Pallone d'Oro". Poi arrivò Calciopoli: "Uno tsunami, noi andammo via da Coverciano, arrivavano le bombe a mano. Fu un vero peccato, quella squadra lì con un anno in più poteva vincere la Champions League".

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Cannavaro tra i Galacticos

L'avventura al Real Madrid invece finisce direttamente nella categoria più alta, "Il cielo con un dito". "Io ho giocato alla Juve, all'Inter, al Napoli, società pazzesche. Però lì è come un film. Ritrovo Capello ed Emerson, c'era Cassano, ma è soprattutto il mondo Real Madrid: è un film. Oltre ad avere la storia che hanno i nostri club, loro hanno quel pizzico in più di cinema". Cannavaro traccia anche la distinzione tra la Serie A e La Liga di quegli anni: "La Liga è un concetto di calcio diverso. Io sono arrivato che ero abituato a giocare di reparto, sono dovuto tornare a giocare a livello individuale. Andavo a saltare convinto che dietro di me c'era Lilian e invece c'era una prateria. Dovetti resettare. Abituato a giocare palla nello spazio, lì palla forte addosso. Ci ho messo un po' per capirlo, poi è stata un'esperienza fantastica".

Il ritorno alla Juventus

La seconda esperienza in bianconero invece finisce nella categoria "Occasioni sfumate". "Mi chiama Alessio Secco e mi dice: 'Mi piacerebbe riportarti alla Juve'. Accettai subito perché avevamo un gurppo fantastico e una squadra forte, ma non era più la stessa Juve. I tifosi non mi avevano perdonato il fatto di essere andato via e non ero sceso in Serie B con loro, invece i compagni mi hanno accolto benissimo. C'era Giorgio (Chiellini) che comunque aveva iniziato con noi, poi dopo era arrivato anche Fabio (Grosso). Alla Juve era stato un ritorno in cui io credevo, poteva essere un'occasione importante. Sai, torni sempre alla Juve".

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Fabio Cannavaro è stato ospite al programma di Luca Toni su Prime Video "Fenomeni", in cui ha ripercorso la sua carriera, tirando le somme e valutando - in una scala di quattro valori - i vari momenti della sua esperienza (attraverso fotografie) più che trentennale nel mondo del calcio, sia in veste di giocatore che da allenatore. Il capitano della Nazionale 2006 si è soffermato sul suo addio all'Inter - vissuto come una vera e propria batosta per come è arrivato - e il pensiero di appendere gli scarpini al chiodo. Poi la rinascita alla Juventus che lo ha portato ha vincere il Pallone d'Oro, seguito dall'addio ai bianconeri per unirsi ai "Galacticos" dove ha ritrovato Capello. Il ritorno alla Juve invece è stato vissuto come un'occasione mancata.

Gli esordi con la Nazionale

L'inizio dell'intervista a Cannavaro comincia con un'immagine iconica: lui e Maldini che intervengono su Ronaldo il fenomeno nel 1994. "In questa foto ci sono due filosofie di vedere il calcio. Il Brasile con la fantasia, il penta-Mondiale: di cui due gli hanno vinti contro di noi, pensa anche solo se ne avessimo vinto uno noi. E la scuola dei difensori italiani, in cui noi siamo sempre stati maestri. Ci sono nove Coppe del Mondo in questa foto". Il difensore si è poi lasciato andare a una sua valutazione sulla trasformazione che ha avuto la Nazionale Azzurra: "Io sorrido di questo calcio moderno che vogliamo proporre in Italia perché una cosa positiva che avevamo era il saper difendere, e saper soffire soprattutto. In questi anni invece di mantenere quello che secondo me poteva essere la cosa positiva, che poi ci hanno copiato in tutto il mondo, l'abbiamo persa e siamo andati a copiare la fase offensiva. Abbiamo perso la nostra scuola. Abbiamo preso quattro gol da Israele, quattro dalla Norvegia. Se ci penso mi vengono i brividi".

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