Buffon e l’ingiustizia col suo vero nome

Gigi e non solo: vent’anni dopo si può iniziare a parlare di Calciopoli senza giri di parole

«In quel periodo, in Italia, c’era un giustizialismo che voleva a tutti i costi punire la Juve e chi la rappresentava». Parla della rutilante estate del 2006, Gigi Buffon, nella quale passò dall’essere trattato alla stregua di un malvivente a guadagnarsi l’immortalità sportiva nella notte di Berlino. Lo fa in un podcast del britannico “Guardian”, dove promuove il suo libro “Cadere, rialzarsi, cadere, rialzarsi”, tradotto anche in inglese. Un riassunto filosofico della sua vita, nel quale il 2006 è quasi un perno intorno al quale far girare tanti fatti e altrettante riflessioni. Perché quell’anno non significa solo Mondiale, soprattutto per chi giocava nella Juventus come lui e si trovò catapultato da Berlino a Rimini, prima giornata di Serie B.

Ingiustizia

«Sapevamo di non aver fatto nulla di male. Stavamo pagando un presso inspiegabile, ma l’ingiustizia ha tirato fuori il meglio di noi». Già, l’ingiustizia. Vent’anni dopo, Calciopoli inizia a prendere una forma diversa. Per carità, rimangono gli steccati ideologici e l’argomento è ancora altamente infiammabile per farlo giudicare dalla storia. Ce ne vorranno altri venti e la sufficiente distanza di sicurezza perché lo analizzi chi, quella roba, non l’ha vissuta e può ricostruirla asetticamente dalle carte, dalla lettura di tutti fatti (non solo quelli “selezionati”) e con un’analisi scevra dall’appartenenza. Però, intanto, è significativo che si possa definire pubblicamente «un’ingiustizia» e che si possa apertamente dire la verità, cioè che la Juve fu vittima di un «giustizialismo», così ferocemente accecato da costruire artificiosamente una verità parziale.

La vera differenza

Per molti anni, gli stessi giocatori della Juventus hanno trattato l’argomento con pudore, con il comprensibile tentativo di dribblare le polemiche di chi sventolava le sentenze come un bandierione, senza mai essersi preso la briga di leggerle e - già che c’era - dare un’occhiata anche alle altre carte dei processi penali, dove si vedeva la faccia oscura dell’inchiesta, senza bisogno di una missione spaziale. Se non fosse ancora tutto così caldo, Calciopoli sarebbe un interessante caso di studio sul modo di condurre un’inchiesta e su come si può essere condannati prima ancora di essere processati. Ma vent’anni dopo resta ideologia, non è ancora diventata giurisprudenza, anche se qualcuno inizia a chiamarla con il suo nome e descriverla senza giri di parole. Ma alla fine ha ragione Buffon quando chiosa: «La vera differenza è quando ti guardi allo specchio e ti rendi conto di non essere un bugiardo».

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