Angelo Peruzzi, partiamo dai rigori della finale di Champions del 1996. Come si fa una roba così? «Non lo so, onestamente. Bruno Longhi, che avrebbe poi commentato la partita, mi aveva portato in ritiro una videocassetta con i rigoristi dell’Ajax. La guardavo tutte le sere. Poi ho capito che, tra quelli studiati, solamente Litmanen avrebbe calciato. E l’ha pure indirizzata all’angolo opposto». Lippi le aveva detto qualcosa? «Non li avevamo neanche preparati, credo per superstizione. La sua spavalderia ci dava un po’ la carica per essere incoscienti». Ha poi parlato con Davids di quel rigore sbagliato? «Lo prendevo in giro, e parecchio. Gli dicevo: se non sai calciarli, lascia stare. Tanto noi abbiamo Del Piero...». Ripartiamo dall’estate 1995. «Ci sentivamo una buonissima squadra, ma non sapevamo fino a che punto e dove potevamo arrivare. Eravamo tutti amici, poi. Sembra una frase fatta, ma confrontato con quanto accadeva in passato...».
Le caratteristiche del gruppo
In cosa eravate diversi? «Nello stare insieme. Nelle cene del giovedì, con massaggiatori e magazzinieri. Ora non sarebbe possibile. Una volta, un lunedì di Pasquetta, ci siamo ritrovati tutti al Comunale: avevamo fatto una “braciolata”, io e Rampulla a girare la carne. E con noi c’era Zidane. Per dire: si stava bene insieme. Non c’erano gelosie, e ogni volta che si vinceva si pensava solo alla partita successiva». Le caratteristiche del gruppo? «Ferrara aveva quella “cazzimma” che serviva. Ravanelli era cocciuto. Conte? Un animale. Deschamps era stato definito “Remo Scivoletti” da me e Rampulla. Ogni volta che incontrava un avversario sulla fascia, entrava dritto. Gli dicevamo: guarda che chi va in scivolata non è buono a giocare...». Quell’avventura, a Dortmund, non inizia nel miglior modo. «Giorni prima avevo preso una ginocchiata: sette punti e setto nasale deviato. Il dottor Agricola mi chiedeva come stessi, io avevo due occhi gonfi, non vedevo. Avevo fatto scaldare Rampulla, riuscivo a vedere fino a 4 o 5 metri. Prima palla, 26 secondi, prendiamo gol. Poi ci ha pensato Del Piero». Ecco, quel gol dalla sua porta? «Eccezionale. Alex era giovane, ma era attento a tutto e tutti. Parlava anche poco, però era dentro ed era forte. Osservava i campioni come Vialli, riusciva a capire e a riprodurre quello che voleva l’allenatore. E l’allenatore voleva pure che rientrasse: eseguiva senza fiatare».
