Le infradito e il lampo del genio

Vucinic ha segnato l’inizio dell’era dei 9 scudetti segnando gol bellissimi e molte volte decisivi

Il rischio erano le infradito. Nel senso che quando non aveva voglia, sembrava scendesse in campo con quelle ai piedi, ciabattando sul campo come per andare in spiaggia, il telo su una spalla, lo sguardo a mezzasta. Ma gli basta un millisecondo per trasformare le infradito in scarpini e quel lampo poteva squarciare qualsiasi difesa, perché imprevedibile e micidiale. Mirko Vucinic era così, dovevi prendere il pacchetto completo e, alla fine, conveniva, perché il prezzo della pigrizia risultava onesto rispetto alla genialità che offriva. Ha segnato l’inizio dell’era dei nove scudetti, giocando nella Juve di Conte dal 2011 al 2014. È stato il primo grande upgrade dell’attacco. Ventisei gol in tre anni, pochini, ma quasi tutti bellissimi e alcuni decisivi. Un gol che riassume molto di quello che è stato, Vucinic lo ha segnato contro in Milan nella semifinale di ritorno di Coppa Italia 2012, ai supplementari. Riceve palla da Marchisio a venti metri dalla porta, la stoppa con calma, spende uno, quasi due tempi di gioco senza apparentemente fare nulla, quasi addormenta gli avversari e poi, dalla mattonella, dove sembra essersi assopito anche lui, alza finalmente la testa e un battito di ciglia fa partire un destro micidiale che si alza piano, per finire sotto la traversa.

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La quiete e la tempesta

La quiete e la tempesta: Vucinic spiegato in un tre secondi. Conte lo amava e lo odiava. La sua indolenza, in certe partite, cozzava in modo pericoloso con l’indole tremendista del tecnico, che però, in quella Juve, sapeva di aver bisogno della sua qualità («Vucinic penso sia l’elemento più talentuoso in assoluto che abbiamo nella squadra, è il calciatore che da un momento all’altro può inventarsi la giocata, può essere determinante in fase offensiva. Quindi me lo tengo ben stretto».) Poi ogni tanto partivano delle focose cazziate dalla panchina, Vucinic passava da quelle parti nel suo ciondolare sul campo e gli toccava girarsi verso Conte. A quel punto annuiva contrito e sembrava deciso a cambiare passo. Ma era questione di pochi secondi, poi tornava a fare a modo suo, decisamente refrattario agli schemi, andava avanti nelle sue idee di calcio obliquo, che confondeva tutti, a volte pure i compagni, quasi sempre gli avversari. Marcarlo non era una cosa semplice, perché lui aspettava con pazienza zen il momento in cui il suo avversario perdeva la concentrazione e lo fulminava. La quiete e la tempesta. Vucinic, poi, voleva bene a Conte.

 

 

Genio e sregolatezza

Anzi, voleva bene tendenzialmente a tutta la squadra e tutta la squadra voleva bene a lui. E quando, dopo un gol al Pescara, ha festeggiato togliendosi i pantaloncini ed esultando in mutande, glutei ben in vista, la faccia di Conte faceva la guerra con se stessa per restare arrabbiata, perché la voglia di ridere era tanta. Lo spogliarello era, d’altronde, quasi un abitudine per il centravanti che lo aveva già proposto ai tempi della Roma. Allo Stadium, però, faceva un certo effetto e Andrea Agnelli, in tribuna, rideva come un matto. Uno come Vucinic sarebbe piaciuto da matti anche a Gianni Agnelli, che avrebbe riassunto il suo genio e la sua sregolatezza con un soprannome e poi gli avrebbe proposto sfide tecniche impossibili, come amava fare con i giocatori con quel tipo di piede. Montenegrino come la Regina Elena, amatissima a Torino per il suo senso pratico e la disponibilità nei confronti di tutti, Vucinic non era particolarmente regale, ma si è fatto voler bene lo stesso dal popolo bianconero. Andato via, non c’è stato tempo di rimpiangerlo, all’epoca, quando ad ogni campagna acquisti si rottamava un campione per prenderne un altro più forte. Oggi… beh, oggi Vucinic servirebbe come il pane a Spalletti. La nostalgia, a volte, arriva un po’ dopo l’addio.

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