TORINO - Per quanto abusato, Lecce-Juve è come una finale. E come tale bisogna aspettarsela. Sporca, perciò. Cattiva, magari. Tesa, sicuro. Tant’è che Luciano Spalletti, in questa settimana in cui ha pensato a ogni possibile risvolto del weekend, compreso il peggiore possibile, ha deciso di alleggerire i toni come gli allenamenti: avrà visto troppe unghie divorate, qualche muso lungo, gli occhi fissi al soffitto, come a cercare una spiegazione. Qualcosa è emerso, dopo il Verona e quel legittimo smarrimento di reazione: allo Stadium era subentrata proprio quell’ansia che Lucio spera di non rivedere, o comunque di non doverci fare nuovamente i conti. Non subito. Sa benissimo che è come un parente fastidioso, per i suoi ragazzi: vuoi o non vuoi - e non vuoi mai - devi star lì, farci i conti, sopportare e a volte provare a sfruttarla. Come quando si fa paura del pericolo, e allora lo schivi.
Cosa c'è in palio?
Per fortuna, il pallone rotola e poi è più semplice non pensare. A cosa? A quel che c’è in palio. Che non sono mica solo i tre punti: sono gli 80 milioni di guadagni (in proiezione) dalla prossima Champions League; è l’obiettivo del pareggio di bilancio fissato per giugno 2027, inevitabilmente legato al quarto posto; è più banalmente il futuro, al cui interno combattono tra loro mercato, ambizioni di vittoria, consapevolezze di competitività. Non si scappa, da Lecce. Neanche se si vuole, e magari qualcuno vorrebbe. «In questi momenti c’è bisogno della responsabilità», ha ribadito Spalletti, lanciando un messaggio (soprattutto) ai suoi, però indirettamente pure a sé stesso. Anche lui si gioca una porzione generosa di futuro: non tanto perché la sua panchina risulti in bilico, ma perché il disegno di Juventus che ha in testa per la prossima stagione potrebbe subire delle variazioni, persino brusche, se non dovesse raggiungere l’obiettivo. Senza Europa - cioè, senza quella più generosa -, il concetto di instant team finirebbe per dimezzarsi (Bernardo Silva sarebbe impossibile, Alisson piuttosto complicato), tentando opportunità e incastri sostanzialmente da giocolieri: in una mano la sfera economica, nell’altra le necessità della squadra, infine la ricerca del giusto mezzo, a passare da una parte all’altra, provando a tenere tutto in equilibrio. In equilibrio, la Juventus, proverà intanto a tenersi già da stasera.
Non c'è spazio per l'equivoco
Certa delle difficoltà - il clima a Lecce non è mai stato così rovente, l’opportunità di chiudere il discorso salvezza è inevitabilmente ghiotta -, però allo stesso tempo sicura di poter andare oltre i fantasmi di domenica scorsa, la pressione che schiaccia, la semplicità con cui si disfa soprattutto dopo aver fatto. C’è chi si gioca in fondo il destino, tra i giocatori bianconeri. C’è chi proverà a strappare la permanenza in 270 minuti di campionato. Chi ha in ballo dei bonus. Chi sfrutterà il gran rettilineo come una vetrina, fino all’inevitabile bandiera a scacchi. Chissà dove sarà la Juve, a quel punto. E chissà cosa sarà, poi. L’una e l’altra immagine, strettamente connesse; la seconda interamente ancorata alla prima. È l’assicurazione sul futuro, del resto. Ed è l’unico rimedio a una stagione dai tratti interlocutori, ma a volte preoccupanti, di tanto in tanto però incoraggianti. Ecco, di sicuro a Via del Mare non ci sarà spazio per l’equivoco: una vittoria andrebbe a seppellire un bel po’ di paure, e l’occasione si fa enorme anche per metterne un bel po’ sulla Roma di Gasperini, che da quando ha affrontato i suoi problemi n’è uscita libera di testa, fresca di riscatto, l’ennesima rinascita dopo averla data l’ennesima volta per finita. E finita no, non lo è mai stata. Né sarebbe fatta in caso di ko juventino. C’è ancora tanto da giocare, ma c’è nulla da sbagliare: è il problema del calcio di maggio, che come nessun altro si riflette sul futuro.
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