I primi soldi veri
Buffon poi parla dei primi soldi veri: "Ho cominciato a guadagnarli a 17 anni. Però non li vedevo mai: li prendevano i miei, li mettevano in banca o compravano case. Sapevo di avere il mio conto ma non mi sono mai tolto sfizi. L’unico sfizio è stata la Porsche. Mi piaceva come macchina sportiva. Però appena arrivata a casa, ho parcheggiato, mio padre è uscito e mi disse: ‘Gigi, anche meno. Come stona questa cosa. Secondo me se riusciamo a ridarla indietro è meglio’. Mi rodeva un pochettino perché lo sentivo come un limite alla mia libertà ma ho capito il motivo per il quale lo diceva mio padre e quindi nel giro di un anno, compresa la scomodità dei viaggi e il mal di schiena, ho trovato il movente per poterla vendere. Da lì ho sempre girato con le macchine delle società. Adesso ho una Range Rover. Mi piace perché è comoda, spaziosa. Viaggio tanto e ho bisogno di bagagliai grandi".
E l'aneddoto sulla famiglia: "Una sera vidi i miei ringraziare dei parenti al telefono. Poi stapparono una bottiglia. Avevano finito di pagare il mutuo della casa. È stato uno dei momenti in cui li ho visti più orgogliosi. E lì ho capito che i soldi sono importanti perché ti rendono libero. È l’unica valenza che gli do. Ti permette di essere indipendente, di scegliere con chi stare, come vivere il tuo tempo".
La responsabilità di essere il portiere più pagato al mondo
Sulla responsabilità di essere il portiere più pagato al mondo: "No, non l'ho mai sentita perché non mi sono mai preso troppo sul serio. Essere ironici o autoironici ti permette di vivere bene la vita, in serenità. Competitivo? Certo, ma quello era nel calcio e i soldi erano una conseguenza, quindi non mi interessava. Potevo essere pagato come altri 100 ed essere comunque il più forte. I soldi danno la felicità? Dipende da come li vivi. Se il tuo unico pensiero è aumentare il patrimonio, vivi male. A quel punto diventa una specie di malattia. Se la vivi come un gioco c’è un rischio di farti male perché poi non bisogna essere superficiali".